Iran, missili su Diego Garcia. Hormuz, 22 Paesi pronti a impegno dopo tregua

di Redazione

Il confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele si allarga ben oltre i confini del Golfo Persico. Teheran ha confermato di aver lanciato due missili balistici contro la base congiunta anglo-americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, senza riuscire a colpire l’obiettivo. Intanto si moltiplicano i segnali di un’escalation che coinvolge il programma nucleare iraniano, la sicurezza dello Stretto di Hormuz, il Libano, il Bahrein e l’intero equilibrio energetico della regione.

Diego Garcia, il salto di gittata dei missili iraniani – Secondo il Wall Street Journal, che cita fonti ufficiali statunitensi, uno dei due missili balistici iraniani lanciati contro Diego Garcia avrebbe avuto un malfunzionamento durante il volo, mentre l’altro sarebbe stato intercettato da una nave da guerra americana con un missile SM-3. Non è chiaro quando sia avvenuto l’attacco. La notizia assume rilievo anche sul piano strategico: l’isola si trova a circa 3.810 chilometri dalla costa iraniana, una distanza ben superiore ai duemila chilometri che Teheran aveva finora indicato come limite massimo della gittata dei propri missili. La stessa agenzia iraniana Mehr ha confermato il lancio, definendolo “un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti” e sottolineando proprio il valore simbolico e militare dell’operazione.

Natanz nel mirino, ma Israele si chiama fuori – L’organizzazione iraniana per l’energia atomica ha dichiarato che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito il sito nucleare di Natanz. “A seguito dei criminali attacchi perpetrati dagli Stati Uniti e dal regime sionista usurpatore contro il nostro Paese, il complesso di arricchimento di Natanz è stato preso di mira questa mattina”, si legge nella dichiarazione rilanciata da Tasnim, che precisa come “non è stata segnalata alcuna perdita di materiale radioattivo”. Natanz, principale sito iraniano per l’arricchimento dell’uranio, era già stato colpito nella prima settimana di guerra. L’Aiea aveva in precedenza escluso “conseguenze radiologiche”. Le Idf, tuttavia, hanno fatto sapere di non aver condotto alcun attacco contro Natanz e di non poter commentare le attività americane nel contesto del conflitto.

Washington studia il dossier nucleare iraniano – Parallelamente ai raid, l’amministrazione Trump starebbe valutando scenari per mettere in sicurezza o estrarre i materiali nucleari iraniani. Secondo Cbs, tra le opzioni al vaglio vi sarebbe anche il possibile impiego delle forze del Joint Special Operations Command, unità d’élite spesso impiegata nelle missioni più sensibili di contro-proliferazione. Nessuna decisione sarebbe stata ancora presa. Resterebbe sul tavolo anche l’ipotesi di recuperare le scorte iraniane di uranio altamente arricchito. Un’operazione, però, definita estremamente complessa. Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ha spiegato a Cbs News: “Stiamo parlando di cilindri contenenti gas di esafluoruro di uranio altamente contaminato al 60%, quindi è molto difficile da maneggiare. Non sto dicendo che sia impossibile. So che esistono capacità militari incredibili per farlo, ma sarebbe sicuramente un’operazione molto impegnativa”.

Araghchi respinge la tregua e chiede risarcimenti – Sul piano politico, l’Iran continua a escludere un semplice cessate il fuoco. In un’intervista telefonica all’agenzia Kyodo News, rilanciata sul suo canale Telegram, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato: “Il nostro messaggio è che questa guerra non è la nostra guerra. È una guerra che ci è stata imposta. Stavamo negoziando con gli Stati Uniti quando hanno deciso di attaccarci. Si è trattato chiaramente di un atto di aggressione, un atto illegale, immotivato e non provocato. Ciò che stiamo facendo è semplicemente difenderci. Continueremo a difenderci per tutto il tempo necessario e finché sarà necessario. Pertanto, speriamo che il mondo intero si unisca con una sola voce contro questa aggressione, l’aggressione di Stati Uniti e Israele, e li costringa a fermarla”. Lo stesso Araghchi ha aggiunto: “Non accettiamo un cessate il fuoco, perché non vogliamo che lo scenario dello scorso anno si ripeta. La guerra deve finire completamente e in modo permanente, e devono esserci garanzie che questa situazione non si ripeterà. Inoltre, i danni inflitti all’Iran devono essere risarciti”. Ha poi ribadito che Teheran è pronta a valutare iniziative di mediazione, ma che al momento “non sembra che gli Stati Uniti siano pronti a fermare la loro aggressione”.

La vendita del petrolio iraniano già in mare – In questo scenario, gli Stati Uniti hanno autorizzato temporaneamente la vendita del petrolio iraniano già in navigazione. In un lungo messaggio pubblicato sui social, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha chiarito che si tratta di una misura “a breve termine, mirata e circoscritta, che consente la vendita del petrolio iraniano attualmente bloccato in mare”. Bessent ha spiegato che il greggio soggetto a sanzioni viene oggi accumulato soprattutto dalla Cina “a prezzi stracciati” e che, sbloccando temporaneamente l’offerta già esistente, gli Stati Uniti puntano a immettere sui mercati globali circa 140 milioni di barili, con l’obiettivo di aumentare la disponibilità energetica e ridurre le tensioni sull’offerta. L’autorizzazione, ha precisato, resterà in vigore fino al 19 aprile e non consente né nuovi acquisti né nuova produzione.

Hormuz, l’Iran apre alle navi giapponesi – Il secondo fronte decisivo resta quello dello Stretto di Hormuz. Araghchi ha dichiarato che Teheran è pronta a facilitare il transito delle navi giapponesi, precisando che, dal punto di vista iraniano, lo stretto “non è chiuso” in senso assoluto. “È chiuso solo alle navi dei nostri nemici, cioè dei Paesi che ci attaccano. Per gli altri Paesi, le navi possono attraversarlo”, ha detto. E ancora: “Naturalmente esistono problemi di sicurezza. Siamo pronti, in caso di contatto, a garantire un passaggio sicuro, dialogheremo con loro per trovare un modo sicuro di attraversamento. Siamo pronti a garantire loro un passaggio sicuro. Basta che ci contattino per discutere le modalità”. Il ministro ha aggiunto che il tema è stato affrontato anche nel suo ultimo colloquio con il collega giapponese e che le discussioni sono tuttora in corso.

Tokyo tra prudenza diplomatica e allarme energetico – Kyodo ricorda che il Giappone dipende dal Medio Oriente per oltre il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio, gran parte delle quali passa proprio per Hormuz. Un funzionario del ministero degli Esteri giapponese ha fatto sapere che Tokyo valuterà con attenzione le parole di Araghchi, mentre un esponente del governo ha osservato che “negoziare direttamente con la parte iraniana” è il “modo più efficace” per ottenere la revoca del blocco. Resta però il timore di provocare gli Stati Uniti. Anche in caso di transito garantito alle navi giapponesi, resta il problema dell’aumento dei prezzi dell’energia.

Onu e coalizione internazionale per la sicurezza dello stretto – Sul dossier Hormuz si muove anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che in un’intervista a Politico ha ipotizzato un ruolo dell’Onu in un eventuale piano per ridurre gli attacchi e proteggere la navigazione, richiamando l’esperienza dell’Iniziativa del Mar Nero. “Il mio obiettivo principale è verificare se sia possibile ricreare nello Stretto di Hormuz condizioni simili a quelle del passato”, ha detto, riferendo di contatti in corso con i principali attori del Golfo e con il Consiglio europeo. Intanto cresce anche il fronte politico internazionale: sono diventati 22 i Paesi pronti a impegnarsi per Hormuz dopo la tregua. Alla dichiarazione iniziale di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone si sono aggiunti Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein, Lituania, Australia ed Emirati Arabi Uniti.

La risposta militare americana sullo stretto – L’esercito statunitense ha sostenuto di aver già indebolito la capacità iraniana di minacciare la libertà di navigazione. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha dichiarato in un videomessaggio su X che un recente bombardamento ha distrutto una struttura sotterranea dove erano stoccati missili da crociera e altre armi, oltre a siti di supporto all’intelligence e ripetitori radar usati per monitorare i movimenti delle navi. “Di conseguenza, la capacità dell’Iran di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e nelle aree circostanti è stata indebolita e non smetteremo di perseguire questi obiettivi”, ha affermato.

Minacce incrociate tra Golfo, Kharg e Ras Al Khaimah – La tensione si estende intanto anche ad altri punti sensibili del Golfo. I militari iraniani, secondo Mehr, hanno avvertito che qualsiasi ulteriore attacco partito dagli Emirati Arabi Uniti contro le isole iraniane di Abu Musa e Greater Tunb comporterà raid distruttivi contro Ras Al Khaimah. Sul fronte energetico, Tasnim, citando una fonte militare, ha messo in guardia anche da un’eventuale azione americana contro l’isola iraniana di Kharg, polo strategico per il petrolio. In quel caso, secondo la stessa fonte, l’Iran potrebbe rispondere con misure “senza precedenti”, estendendo l’instabilità anche al Mar Rosso e allo Stretto di Bab al-Mandeb e colpendo infrastrutture energetiche nella regione.

Iraq in forza maggiore sui giacimenti stranieri – A conferma dell’impatto crescente del conflitto sul mercato energetico, l’Iraq ha dichiarato lo stato di forza maggiore su tutti i giacimenti petroliferi sviluppati da compagnie straniere, ordinando la chiusura totale della produzione nelle aree di concessione interessate, senza risarcimenti previsti dai contratti. Reuters, che cita tre funzionari del settore, riferisce che in una lettera del ministero del Petrolio datata 17 marzo si parla di navigazione “gravemente compromessa da un’attività militare senza precedenti” nello Stretto.

Libano, scontro diretto tra Idf e Hezbollah – Mentre il Golfo resta al centro della crisi, il conflitto tocca anche il Libano meridionale. Le Idf hanno comunicato di essersi scontrate con Hezbollah durante un’operazione di terra mirata, uccidendo quattro persone. Secondo la versione diffusa su Telegram, le truppe della 91esima Divisione avrebbero individuato diversi miliziani armati, eliminandone uno in uno scontro diretto, mentre altri sarebbero stati colpiti da un aereo dell’aeronautica israeliana e dal fuoco dei carri armati. Israele ha inoltre riferito di aver colpito diverse sedi di Hezbollah a Beirut sulla base di informazioni di intelligence.

Bahrein, esplosioni vicino alla base americana di Juffair – Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, in Bahrein si sarebbero verificate diverse esplosioni nella base militare statunitense di Juffair. Un ulteriore comunicato rilanciato da Sky News riferisce di potenti esplosioni udite in varie zone del Paese. Nelle stesse ore il ministero dell’Interno del Bahrein ha diffuso un avviso invitando i cittadini a “recarsi nel luogo sicuro più vicino” a causa delle sirene che segnalavano l’arrivo di attacchi.

Riad apre la base di Taif agli americani – Sul piano regionale, cresce il coinvolgimento saudita. Middle East Eye, citando funzionari statunitensi e occidentali, sostiene che l’Arabia Saudita abbia accettato di aprire agli americani la base aerea King Fahd a Taif, nell’ovest del Paese. La struttura viene considerata strategica perché più distante dai droni iraniani Shahed rispetto alla base di Prince Sultan e vicina a Gedda, divenuta un hub logistico essenziale da quando l’Iran ha preso il controllo di Hormuz. Secondo le stesse fonti, a Riad l’atteggiamento sarebbe cambiato e il regno appoggerebbe ora la guerra americana come risposta agli attacchi iraniani. Nelle ultime tre settimane vi sarebbero stati contatti telefonici regolari tra Donald Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman.

Londra e minacce iraniane – Araghchi ha attaccato anche il Regno Unito dopo l’autorizzazione del premier britannico all’uso di basi inglesi da parte degli Stati Uniti per la protezione di Hormuz. In un messaggio su X, il ministro iraniano ha scritto: “La stragrande maggioranza del popolo britannico non vuole avere nulla a che fare con la guerra di scelta intrapresa da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Ignorando il proprio popolo, il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione contro l’Iran”. Quindi ha ribadito: “L’Iran eserciterà il suo diritto all’autodifesa”.

Mosca si schiera con Teheran – In occasione del Nowruz, il presidente russo Vladimir Putin si è congratulato con la leadership iraniana, inviando messaggi alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei e al presidente Masoud Pezeshkian. Secondo il Cremlino, Putin ha augurato al popolo iraniano di superare “con dignità” le difficoltà attuali e ha ribadito che Mosca resta “un amico leale e un partner affidabile” per Teheran. Anche il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, in un’intervista a Otr rilanciata da Tass, ha parlato di conseguenze “estremamente gravi” e destinate a farsi sentire “a lungo” per effetto dell’azione congiunta di Stati Uniti e Israele.

Cia e Mossad ritengono Mojtaba Khamenei vivo – Secondo Axios, le intelligence di Stati Uniti e Israele, comprese Cia e Mossad, ritengono che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia ancora viva, nonostante i dubbi alimentati dall’assenza di un messaggio video per il Nowruz, sostituito da una dichiarazione scritta. Le difficoltà di funzionari iraniani nel tentare di incontrarlo direttamente per ragioni di sicurezza verrebbero interpretate come un segnale del fatto che sia ancora in vita. Resta però incerto il suo ruolo effettivo nella catena decisionale. Secondo fonti israeliane, il vuoto di potere creato dall’eliminazione di diversi vertici iraniani sarebbe stato parzialmente colmato dai Guardiani della Rivoluzione. “Non abbiamo prove che sia davvero lui a impartire gli ordini”, ha detto un alto funzionario israeliano ad Axios.

Israele annuncia nuovi raid – Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che nei prossimi giorni “l’intensità degli attacchi” contro l’Iran e le sue infrastrutture “aumenterà significativamente”, ribadendo che Israele intende proseguire l’offensiva fino alla neutralizzazione delle capacità strategiche iraniane.

Congresso Usa chiede chiarezza – Sul fronte americano, però, crescono i dubbi politici. Secondo Associated Press, a tre settimane dall’inizio della guerra i parlamentari di Washington chiedono chiarimenti su obiettivi, durata e costi dell’operazione avviata da Trump senza un voto formale del Congresso. Il bilancio riferito da fonti parlamentari parla di almeno 13 militari statunitensi morti e oltre 230 feriti, mentre il Pentagono avrebbe avanzato una richiesta di circa 200 miliardi di dollari per finanziare le operazioni. In base al War Powers Act, il presidente può condurre operazioni militari per 60 giorni senza autorizzazione parlamentare, ma con l’avvicinarsi della scadenza la pressione politica aumenta anche dentro la maggioranza repubblicana.

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