Caserta Prov.

Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere durante lockdown: 52 misure cautelari

52 misure cautelari eseguite, stamani, dai carabinieri nei confronti di appartenenti al corpo della Polizia penitenziaria coinvolti negli scontri con i detenuti che avvennero il 6 aprile 2020, in pieno lockdown, nella casa circondariale “Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. 117, in totale, gli indagati. – continua sotto – 

Gli arrestati – 26 gli arrestati, di cui 8 in carcere e altri 18 ai domiciliari. In carcere sono finiti: Salvatore Mezzarano, 40 anni, di Caserta, ispettore coordinatore del Reparto Nilo; Oreste Salerno, 54, di Capua; Pasquale De Filippo, 50, di Caserta; Michele Vinciguerra, 57, di Firenze; Angelo Bruno, 55, di Capua; Felice Savastano, 54, di Galluccio (Caserta); Gennaro Loffreda, 53; Antonio De Domenico, 56, di Caserta. Ai domiciliari: Pasquale Colucci, 53 anni, di Camposano (Napoli), comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del Centro penitenziario di Napoli Secondigliano; Gaetano Manganelli, 45, di Nola (Napoli), comandante dirigente della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere; Anna Rita Costanzo, 44, di Santa Maria Capua Vetere, commissario capo responsabile del Reparto Nilo; Raffaele Piccolo, 48, di Caserta; Giuseppe Conforti, 60, di Santa Maria Capua Vetere; Alessandro Biondi, 56, di Palermo; Angelo Iadicicco, 47, di Caserta; Vincenzo Lombardi, 32, di Caserta; Francesco Vitale, 49, di Aversa; Gabriele Pancaro, 54, di Capua; Fabio Ascione, 47, di Santa Maria Capua Vetere; Rosario Merola, 50 di Santa Maria Capua Vetere; Raffaele Piccolo, 57, di Marcianise (Caserta); Andrea Pascarella, 34, di Caserta; Giuliano Zullo, 55, di Piedimonte Matese (Caserta); Giacomo Golluccio, 45, di Cassino (Frosinone); Claudio De Siero, 57, di Santa Maria Capua Vetere; Clemente Mauro Candiello, 52, di Santa Maria Capua Vetere. – continua sotto – 

Altri provvedimenti – Il giudice ha sottoposto anche altri tre ispettori all’obbligo di dimora. Ordinate, inoltre, 23 misure interdittive della sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio per un periodo diversificato che vai dai 5 ai 9 mesi. Tra i destinatari di tale misura c’è Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria campana. Gli altri indagati a piede libero risiedono tra le province di Caserta (Carinaro, Capodrise, Capua, Caserta, Curti, Francolise, Frignano, Macerata Campania, Piedimonte Matese, Pietravairano, Recale, San Felice a Cancello, San Prisco, Santa Maria CV, Teano, Valle Agricola), di Napoli (Acerra, Marigliano, Napoli, Pomigliano d’Arco, Portici, Pozzuoli), Benevento (Sant’Agata de’ Goti, Telese Terme), Avellino (Atripalda), nonché a Cagliari e all’Estero (Germania, Svizzera, Usa). – continua sotto – 

La protesta durante il primo lockdown – Una protesta innescata da circa 150 detenuti dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19 tra le mura dell’istituto penitenziario, dove vennero inviati da Napoli contingenti dei reparti speciali della Penitenziaria. Una misura interdittiva è stata notificata stamattina anche al provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone. L’ipotesi degli inquirenti è quella di pestaggi “punitivi” ad allarme ormai rientrato come rappresaglia nei confronti dei detenuti che avevano partecipato alla rivolta. Tra i reati contestati c’era anche quello di tortura. La notifica degli avvisi di garanzia agli agenti della Polizia Penitenziaria indagati, avvenuta l’11 giugno 2020, da parte dei militari dell’Arma, provocò vibranti polemiche per la modalità d’esecuzione: alcuni poliziotti, infatti, salirono sui tetti dell’istituto penitenziario per protestare. A seguire tutti i dettagli forniti in una nota diramata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. – continua sotto – 

26 arresti. Gli indagati e le accuse – I pubblici ufficiali sono gravemente indiziati – a seconda delle loro diverse rispettive posizioni e partecipazioni soggettive, a seguire meglio specificate – di concorso in molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. In particolare, ferma restando la presunzione di innocenza degli indagati fino ad una sentenza irrevocabile di condanna, sono state disposte ed eseguite, 8 misure cautelari applicative della custodia in carcere nei riguardi di un Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo e 7 assistenti/agenti della polizia penitenziaria, tutti in servizio presso la casa circondariale; 18 misure cautelari di arresti domiciliari nei confronti del comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano/Comandante del “Gruppo di Supporto agli interventi”, del comandante dirigente pro tempore della Polizia Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della Commissaria Capo Responsabile del Reparto Nilo del medesimo istituto, di un sostituto commissario, di tre ispettori Coordinatori Sorveglianza Generale presso l’istituto e di 11 assistenti/agenti della polizia penitenziaria, sempre in servizio presso nella casa circondariale; 3 misure cautelari coercitive di dimora nel Comune di residenza nei riguardi di tre ispettori della polizia penitenziaria, tutti in servizio presso la casa circondariale; 23 misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio rispettivamente rivestito, per un periodo diversificato, tra i 5 ai 9 mesi, nei confronti della comandante del Nucleo Investigativo Centrale della polizia penitenziaria, Nucleo Regionale di Napoli, del Provveditore Regionale per la Campania, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nonché 21 Assistenti/Agenti della Polizia Penitenziaria, per la quasi totalità in servizio presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere. – continua sotto –  

Le proteste dei detenuti – Le indagini erano originate dagli eventi del 6 aprile 2020, successivi a delle manifestazioni di protesta di alcuni detenuti ristretti presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, avvenute il 9 marzo ed il 5 aprile 2020. Episodi che rappresentano l’antecedente rilevante alle violenze operate il successivo 6 aprile. In particolare il 9 marzo 2020, presso l’Istituto carcerario sammaritano, un gruppo di circa 160 detenuti del Reparto “Tevere”, diverso da quello ove poi si consumeranno le violenze del 6 aprile – dopo aver fruito dell’orario di passeggio, rifiutava di far rientro nel Reparto, protestando per la restrizione dei colloqui personali imposta dalle misure di contenimento del contagio Covid-19, senza che peraltro si verificassero tangibili danni a strutture o forme di violenza, in assenza di denunce sul punto. Il 5 aprile 2020 seguiva una ulteriore protesta, operata da un numero imprecisato di detenuti del Reparto Nilo ed attuata mediante un barricamento delle persone ivi ristrette, motivata dalle preoccupazioni insorte alla notizia del pericolo di contagio conseguente alla positività di un detenuto al virus Covid-19. L’iniziativa rientrava nella tarda serata anche mediante l’opera di mediazione e persuasione attuata dal personale di Polizia Penitenziaria del carcere. – continua sotto –  

Le perquisizioni – All’esito della seconda protesta, nella giornata del 6 aprile 2020, veniva organizzata una perquisizione straordinaria, generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti ristretti nel Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, intervento operato da circa 283 unità, costituita sia da personale appartenente alla casa circondariale, sia da personale facente parte del “Gruppo di Supporto agli interventi”, Gruppo istituito alle dipendenze del Provveditore Regionale per la Campania. La “perquisizione” veniva attuata nei confronti di circa 292 persone recluse; detenuti allocati nel Reparto Nilo. All’esito della successiva acquisizione delle immagini tratte dall’impianto di video-sorveglianza ritraenti alcune fasi del relativo svolgimento – prova documentale confermata da numerose audizioni delle persone detenute – era conseguentemente contestata l’arbitrarietà delle perquisizioni, disposte oralmente, emergendo il reale scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia Penitenziaria (dalle chat tratte dai dispositivi smartphone, poi sequestrati, emergeva la reale causale, ossia dare il segnale minimo per riprendersi l’istituto e motivare il personale dando un segnale forte), essendosi conseguentemente utilizzato un atto di perquisizione. – continua sotto –  

Le violenze – Nonostante un tentativo di ritardare o impedire l’acquisizione delle immagini, l’11 aprile 2020 l’intero impianto di video-sorveglianza veniva sottoposto a sequestro; l’esito dell’estrapolazione delle immagini e la successiva visione – operata sia dai carabinieri che personalmente dai magistrati della Procura – risultava fondamentale alle indagini: era possibile accertare, in modo inconfutabile, la dinamica violenta, degradante ed inumana che aveva caratterizzato l’azione del personale impiegato nelle attività, persone difficilmente riconoscibili perché munite di Dpi ed anche, quanto a numerosissimi agenti, di caschi antisommossa, unitamente a manganelli in dotazione – illegalmente portati con sé – ed anche di un bastone. In particolare emergeva che gli sfollagente erano stati utilizzati sistematicamente per percuotere un numero considerevole di detenuti, colpi inferti anche con violenza, in varie parti del corpo. Dalla visione dei filmati utili (due degli impianti di video-registrazione erano peraltro inefficienti od oscurati) emergevano chiaramente le violenze esperite, rivolte alla quasi totalità dei detenuti del Reparto Nilo. – continua sotto –  

Un “corridoio umano” per pestaggi – Tutti i detenuti del Reparto Nilo, con esclusione soltanto di una sezione, erano stati infatti portati dalle loro celle alla sala ricreativa; taluni venivano convogliati nella sala della socialità, altri nelle aree del passeggio. Era in modo solare che il personale di Polizia Penitenziaria aveva formato un “corridoio umano” al cui interno erano costretti a transitare indistintamente tutti i detenuti dei singoli reparti, ai quali venivano inflitti un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello, che le vittime non riuscivano in alcun modo ad evitare, sia per il gran numero di agenti presenti, che per gli spazi angusti dei corridoio e degli altri locali in cui le violenze venivano praticate. Alle violenze si sono sovente sovrapposte pratiche volutamente umilianti. Così, le medesime immagini riguardanti le sale della socialità dei vari reparti, ove sono stati raggruppati gran parte dei detenuti perquisiti, evidenziavano che gli agenti sovente costringevano i detenuti ad un prolungato inginocchiamento, sotto i loro ripetuti colpi, sferrati con il manganello o con calci, pugni e schiaffi. In alcuni casi, poi, le plurime percosse inflitte ai detenuti si sono trasformate in prolungati pestaggi, durante i quali i detenuti sono stati accerchiati e colpiti da un numero esorbitante di agenti, anche quando si trovavano inermi al suolo. Paradigmatico, tra gli innumerevoli casi, era il trattamento subito da un detenuto, costretto a percorrere la sala della socialità trascinandosi in ginocchio, per essere malmenato con calci pugni e colpi di manganello; straziante ere poi, tra tante, la scena in cui il medesimo detenuto, in ginocchio, cercava di proteggere il capo dalle percosse, venendo volutamente colpito da un agente con il manganello alle nocche delle dita. L’elevato grado di sofferenza fisica patito dai detenuti picchiati era immediatamente percettibile dalla visione dei filmati del circuito di video sorveglianza, emergendo in maniera tragicamente evidente che gli agenti di Polizia Penitenziaria infliggevano alle vittime colpi, volutamente violenti, imprimendo notevole forza sia quando li colpivano con schiaffi, pugni e calci, sia quando utilizzavano il manganello. – continua sotto –  

I segni delle percosse – Sulla base, poi, delle consulenze medico-legali disposte dal pm su 15 persone recluse – a distanza di circa 10 giorni dall’evento – si evidenziavano ancora i segni, assolutamente visibili, delle percosse subite dalle vittime, ecchimosi violacee su varie parti del corpo, a dimostrazione dell’estrema violenza delle percosse inflitte ai detenuti, la cui acuta sofferenza patita non era dunque minimamente dubitabile. Attraverso, poi, gli esiti delle consulenze cui erano sottoposti numerosi detenuti era accertato il loro trauma psichico, evincibile dal narrato delle vittime e dalle condizioni di estrema prostrazione psicologica e di vero e proprio terrore nei riguardi dei loro carcerieri, elemento quest’ultimo attestato dalla estrema ritrosia manifestata nella proposizione di denunce o querele, di fatto presentate solo da una sparuta minoranza delle vittime. L’estrema brutalità delle aggressioni subite, il tipo di umiliazioni loro imposte dagli agenti di Polizia Penitenziaria, le reazioni emotive manifestatesi nel cono della perquisizione stessa (molti detenuti a seguito delle percosse hanno cominciato a piangere ed uno di essi è addirittura svenuto), erano peraltro tutti elementi che rendevano chiara la sussistenza di un misurabile trauma psichico nella vittime. Le consulenze tecniche disposte dal pm rivelavano che le persone offese, pur a distanza di diversi giorni dai fatti, avevano continuato a manifestare disturbi post-traumatici di varia intensità, tutti dipendenti dalle aggressioni subite in occasione della perquisizione straordinaria. Emergeva poi, da successive acquisizioni delle comunicazioni rilevate dai dispositivi Smartphone sequestrati (coerenti con le rivelazioni rese da alcuni detenuti), che fosse stato praticato l’obbligo della1 rasatura di barba e dei capelli di numerosi detenuti. Tutti i detenuti, con rare eccezioni, venivano dunque sottoposti a violenze ed indegne misure di rigore, degradanti ed inumane, prolungatesi per cima quattro ore nel pomeriggio del 6 aprile 2020. – continua sotto –  

Azione “punitiva” – A seguito delle numerose audizioni di detenuti coinvolti – venivano ascessi oltre 70 detenuti – emergevano anche ulteriori dettagli delle violenze e torture subite ed era possibile identificare numerose vittime ed autori della dinamica lesiva, tra la molteplicità degli agenti impegnati nell’azione, chiaramente attuata come punitiva e dimostrativa. Visto che le unità provenienti dagli altri carceri – per lo più sconosciute ai detenuti di Santa Maria Capua Vetere – erano quasi tutte munite di caschi e dispositivo di protezione individuale (significativamente emergeva, sullo smartphone poi sequestrato ad uno degli indagati, la considerazione, integrata da emoticon di faccina sorridente, “non sempre il mefisto serve ai banditi per fortuna”), era possibile identificare esclusivamente alcune delle unità in servizio presso la casa circondariale nonché alcuni funzionari della Polizia Penitenziaria, aventi ruoli direttivi.  A seguito delle dichiarazioni rese dalle vittime ed intercettazioni operate, per la necessità di identificare ulteriori agenti immortalati nelle immagini e ricostruire le vicende criminali, si procedeva a perquisizioni ed al sequestro degli apparecchi smartphone in uso alle persone individuate come coinvolte – a vario titolo e secondo gli specifici rispettivi moli – nell’azione criminale e lesiva e nelle torture e maltrattamenti patite dai detenuti, principalmente – ma non esclusivamente – nel pomeriggio del 6 aprile 2020. – continua sotto – 

I messaggi nelle chat – Il sequestro veniva operato, contestualmente alle perquisizioni svolte nel carcere, in data 11 giugno 2020. Durante le operazioni numerosi agenti manifestavano preoccupazione, assembrandosi presso l’ingresso del carcere, di fatto ostacolando il regolare svolgimento delle operazioni; ciò rendeva necessaria una lunga e laboriosa opera di persuasione da parte dei magistrati e carabinieri. Ciò che emergeva dal sequestro degli smartphone, in particolare quanto alle comunicazioni intercorse tra gli agenti di Polizia Penitenziaria, loro dirigenti e soggetti terzi, faceva ulteriore luce sugli eventi oggetto di indagini, sia quale autonoma prova, sia quale fondamentale riscontro delle dichiarazioni delle vittime, quanto alla dinamica che aveva originato la perquisizione del 6 aprile ed alle modalità di partecipazione alle violenze consumate in tale giornata. Proprio dai sequestri degli smartphone era poi possibile accertare anche ulteriori delitti, individuati attraverso le chat e comunicazioni – in particolare falsi ideologici, depistaggi, azione di favoreggiamento, anche realizzate mediante la rivelazione di atti segreti, dinamica diretta ad ostacolare le indagini, tentare di occultare i reati e conseguirne l’impunità. Al di là della specifica valenza di tali comunicazioni, quali confessioni documentali e sostanziali chiamate in correità stragiudiziali, è difficile trovare termini più efficaci per comprendere i fatti e l’estensione delle responsabilità se non riportando i relativi testi. – continua sotto con l’immagine dei messaggi  – 

Impedite cure mediche – Da numerosissime diverse fonti – dichiarative, documentali ed intercettazioni – era inoltre evidente che a tutti i detenuti del Reparto Nilo fosse stato impedito il ricorso alle cure mediche e terapie, inibizione illecita diretta ad evitare l’emersione delle lesioni patite dalle persone ristrette, i cui segni erano presenti; nel corso delle indagini si procedeva, infatti, a svolgere numerose consulenze tecniche medico-legali da cui emergeva che i segni delle violenze erano presenti sul corpo delle vittime anche dopo oltre 10 giorni rispetto ai fatti (emergerà infatti che numerosi detenuti avevano ancora i segni delle lesioni, a distanza di un tempo significativo: molti detenuti avevano infatti riportato traumi policontusivi, ancora evidenti, localizzati alle spalle, alla nuca, al volto, ai glutei, all’addome e agli arti inferiori e superiori, prevalentemente giudicati guaribili entro 20 giorni; risulterà, peraltro, che uno dei detenuti avesse riportato la rottura delle ossa nasali, un altro recluso un trauma fratturativo della costa, giudicato guaribili entro 40 giorni, oltre che una commozione labirintica da trauma contusivo periorbitario, con conseguente deficit uditivo dell’orecchio destro, determinante l’irreversibile indebolimento della funzione uditiva). Si accertava che, al medesimo scopo di occultare le violenze subite dalle persone ristrette, era stata illecitamente impedita ogni comunicazione tra i detenuti e l’esterno, così da evitare possibili rivelazioni delle vittime ai rispettivi familiari e la percezione diretta da parte di terzi dei segni dei maltrattamenti, chiaramente visibili sul corpo dei detenuti nel caso si fossero consentite — come previsto dalle nonne, nel periodo di contagio Covidi19 – le videochiamate; si trattava peraltro di un’ulteriore restrizione abusiva, avente peraltro un significativo impatto sulla salute psichica dei detenuti, riducendone le possibilità relazionali affettive. Per gli abusi, pestaggi, lesioni, maltrattamenti e comportamenti degradanti ed inumani, attuati nella giornata del 6 aprile 2020 ed anche a seguire, è stata ritenuta la gravita indiziaria per i delitti di concorso in tortura ai danni di 41 detenuti del carcere di Santa Maria Capua Votare, delitti puri-aggravati; inoltre sono stati ritenuti i delitti di maltrattamento aggravato ai danni di 26 detenuti ed analogamente accettati i delitti di concorso in lesioni personali volontarie consumate ai danni di 130 detenuti. – continua sotto – 

Il gip: “Violenza di massa” – Tutti i delitti risultano aggravati dalla minorata difesa, dall’aver agito per motivi abietti o futili, con crudeltà, cori abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti la funzione pubblica, con l’uso di arma (i manganelli) e dell’aver concorso nei delitti un numero di persone di gran lunga superiore alle cinque unità. Si tratta di un’indagine che ha consentito di svelare, in ogni suo aspetto, quello che è stato definito dal giudice delle indagini preliminari “senza tenta di smentita, uno dei più drammatici episodi di violenza di massa perpetrato ai danni dei detenuti in uno dei più importanti Istituti penitenziari della Campania”, “un vero e proprio uso diffuso della violenza, intesa da molti ufficiali ed agenti di Polizia Penitenziaria come l’unico espediente efficace per ottenere la completa obbedienza dei detenuti”, nonché “una orribile mattanza”. Come sinteticamente valutato dal gip, sono emerse “violenze, intimidazioni ed umiliazioni di indicibili gravità, senz’altro indegne per un paese civile, che annovera fra i propri principi costituzionali quelli del rifiuto del trattamento inumano dei detenuti e della finalità rieducativa della pena”. Con il provvedimento applicativo delle misure cautelati, coerentemente alle risultanze delle indagini e delle riprese video tratte dal circuito di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere, drammaticamente eloquenti, riproducenti per intero l’operazione di perquisizione condotta dagli ufficiali ed agenti di Polizia Penitenziaria, era riassunta l’azione, “caratterizzata da un uso massivo, indiscriminato e del tutto ingiustificato di ogni sorta di violenza fisica e morale ai danni dei detenuti”, essendo acclarato che “I pestaggi non sono stati frutto di un’estemporanea escandescenza di qualche Agente o Ufficiale di Polizia Penitenziario ma sono stati accuratamente pianificati e svolti con modalità tale da impedire ai detenuti di conoscere i propri aggressori. Le vittime, infatti, erano costrette a camminare con la testa rivolta al suolo e nella sala della socialità erano posti con la faccia al muro, mentre venivano picchiati da tergo”. – continua sotto – 

I pubblici ufficiali coinvolti – In relazione ai delitti di tortura, maltrattamenti e lesioni pluriaggravate sono state emesse, in relazione alle singole posizioni soggettive per le quali è stata ritenuta la gravità indiziaria, ed eseguite: 8 misure cautelari della custodia in carcere  nei riguardi di un Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo di un Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo e 7 assistenti/agenti della polizia penitenziaria, tutti in servizio presso la casa circondariale; 18 misure cautelari applicative degli arresti domiciliari nei confronti del Comandante Dirigente, pro tempore, della Polizia Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della Commissaria Capo Responsabile del Reparto Nilo, di quattro Coordinatori Sorveglianza Generale presso il medesimo istituto, di dieci agenti della polizia penitenziaria, tutti sempre in servizio presso la casa circondariale; stessa misura veniva disposta nei confronti del Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, Comandante del “Gruppo di Supporto agli interventi”, colui che aveva gestito, giungendo persino a rivendicare il merito, l’intera perquisizione: 3 misure cautelari dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza nei riguardi del Coordinatore Sorveglianza Generale presso l’istituto carcerario di Santa Maria Capua Vetere e di due agenti della polizia penitenziaria, sempre in servizio presso lo stesso istituto; 19 misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio nei confronti di altrettanti Agenti della Polizia Penitenziaria in servizio presso la casa circondariale. Particolarmente gravi si rivelavano le numerose condotte di reato – calunnia, falso ideologico e depistaggio – operate da numerosi indagati, per coprire i delitti consumati. – continua sotto – 

“Lesioni non procurate da detenuti” – Già a partire dal 7 aprile 2020, diversi ufficiali ed agenti di Polizia Penitenziaria, nei vari ruoli – redigevano ed inoltravano una informativa di reato nei confronti di 14 detenuti falsamente rappresentando la necessità, durante la perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020, di aver dovuto operare un contenimento attivo delle persone denunciate e, con mendacio, esponendo che durante il contenimento attivo numerosi agenti avevano dovuto ricorrere alle cure dei sanitari, descrivendo una derivazione eziologica tra la condotta di resistenza dei detenuti denunciati e le lesioni derivate agli agenti di Polizia Penitenziaria. Si trattava di false rappresentazioni, incorporate anche in due precedenti relazioni datate 6 aprile 2020, atteso che le lesioni, riportate in referti medici, non erano sicuramente state procurate dai detenuti ma risultavano conseguenza delle violenze consumate dagli stessi agenti, mediante pugni, schiaffi, calci e ginocchiate ai danni dei reclusi. Attraverso tali falsi atti pubblici fide facenti, gli estensori incolpavano – sapendoli innocenti – 14 detenuti per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesione, descrivendo condotte del tutto insussistenti, laddove le persone recluse erano invece state oggetto di plurime e gratuite percosse e lesioni, consumate secondo un ritenuto cliché operativo (“il sistema Poggioreale”, come icasticamente definito nelle chat), da un numero elevato di agenti di Polizia Penitenziaria, risultando la resistenza impensabile ed impossibile, attese le modalità della “perquisizione” svolta, per il numero degli agenti operanti e per l’assenza di qualsiasi reazione da parte dei detenuti, impegnati soltanto a limitare le conseguenze delle plurime e reiterate percosse ed a cercare riparo dagli schiaffi, pugni, calci e colpi di manganello ricevuti. Si trattava di falsi chiaramente diretti ad occultare i delitti di tortura e lesioni, consumati ai danni dei reclusi. Tali atti comportavano l’indebito esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei 14 detenuti, sottoposti – dopo le violenze fisiche patite – ad un regime differenziato, maggiormente afflittivo rispetto alla precedente allocazione, trattamento attuato presso il reparto Danubio, senza alcun tempestivo ed adeguato trattamento sanitario. Per i reati di falso ideologico e calunnia aggravati, consumati ai danni di 14 detenuti, anche allo scopo di occultare la genesi delle lesioni patite dagli stessi reclusi, facendole ingannevolmente apparire quali conseguenza della loro condotta di resistenza, venivano disposte ed eseguite le ordinanze cautelati nei confronti di 7 persone, il Comandante Dirigente pro tempore della Polizia Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere (arresti domiciliari), quattro Coordinatori Sorveglianza Generale presso il medesimo istituto carcerario (arresti domiciliari), un Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo dello stesso carcere (custodia in carcere) ed al Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano/Comandante del “Gruppo di Supporto agli interventi” (arresti domiciliari). – continua sotto – 

False relazioni e depistaggio – Quanto a 5 agenti di Polizia penitenziaria le misure (2 custodie cautelare in carcere, uno agli arresti domiciliari, 2 interdittive) venivano eseguite per i reati di falso ideologico per induzione, aggravati dalla finalità di occultare le violenze praticate sui detenuti, avendo gli stessi indagati falsamente attestato che le lesioni dagli stessi patite – per lo più relative alle conseguenze dirette dei pestaggi (relative infatti a lesioni agli arti superiori cd inferiori, per lo più mani e piedi, utilizzate infatti per percuotere) – avessero la loro genesi nelle inesistenti aggressioni da parte di detenuti. Successivamente al 6 aprile, in considerazione del modesto esito della perquisizione generale operata in quella data e delle notizie apparse sui media relative ai presunti pestaggi), venivano consumate una pluralità di condotte di falsificazione e di depistaggio volte a simulare il rinvenimento di strumenti atti ad offendere, cosi da attribuirne il postone ai detenuti nella giornata del 6 aprile e sostenere la falsa rappresentazione del loro utilizzo per azioni violente nel corso della perquisizione. Tale dinamica documentale fraudolenta era inoltre diretta ad assecondare le false relazioni redatte in tempi di poco successivi allo stesso 6 aprile. Le condotte venivano chiaramente accertate mediante le comunicazioni rinvenute sui dispositivi smartphone in sequestro, sia quanto al mandato illecito originario (le chat erano inequivoche: “Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di lasco”… in qualche cella In assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornellino anche con mette), sia quanto alla concreta esecuzione della condotta, prima in modo esteso – essendosi proceduto a fotografare numerosi oggetti mai rinvenuti e predisposti ad hoc – poi nei limiti posti da uno dei partecipi (“Abbiamo fatto delle foto eccellenti ma il comandante ci ha stoppon….Ha detto che non bisogna esagerare …. C’era anche l’ispettore al quale ho detto che si andasse a controllare le foto…. Fatene giusto qualcuna…. ll comandante noi ha aggiunto chi ha =gelato deve assumersi la responsabilità.. Si adesso che entro fotografo poche cose …. Dobbiamo ancore temporeggiare ancora qualche giorno casi non avranno più segni…. L’ispettore e molto spaventato….ha detto dovete fotografare solo quello che avere trovato .. Allora non ha fatto fare come ha detto il commissario …Cosa state facendo con queste foto.. Le vuole far andare avanti oppure no …  comandante… Vuole fare fotografare poche cose…1 piedi dei tavoli ….Devo rifare tutto … lo avevo fotografato un arsenale … Deva, rifare le foto … Solo quello che ti avevo detto…. Ho fatto anche la relazione su ciò che abbiamo rinvenuto durate la perquisizione straordinaria dei luoghi comuni”), venendo conseguentemente redatto un verbale di perquisizione straordinaria del 8 aprile 2020, falsamente rappresentativo di una avvenuta perquisizione di locali della Casa Circondariale e del rinvenimento e sequestro di oggetti atti all’offesa, in quella data, laddove nessuna perquisizione ere stata realmente eseguita e gli strumenti d’offesa risultavano essere rinvenuti in circostanze di luogo c di tempo totalmente diverse, nella serata del 5 aprile 2020, dopo il barricamento dei detenuti, senza che all’epoca fosse disposto alcun sequestro. All’esito ed in conseguenza della falsificazione documentale, venivano poi redatte una relazione ed una ulteriore informativa di reato, atti mendacemente espositivi dell’effettuazione di una perquisizione straordinaria in data 8 aprile e del sequestro degli ulteriori oggetti atti ad offendere-mai realmente rinvenuti in quella data ma soltanto nella sera del 5 aprile -, ricondotti alla data del 6 aprile al fine di sostenere ulteriormente la falsa accusa di resistenza e lesioni a Pubblici Ufficiali ed occultare le violenze commesse dalle Unità di Polizia Penitenziaria. – continua sotto –

Per i reati di falso ideologico e depistaggio aggravato venivano disposte ed eseguite le ordinanze cautelari nei confronti di 7 persone, in particolare del il Comandante Dirigente pro tempore della Polizia Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere (con applicazione degli arresti domiciliari), del Commissario Capo Responsabile del Reparto Nilo, dell’Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo (con applicazione della custodia in carcere), del Commissario Capo Responsabile del Reparto Nilo (con applicazione degli arresti domiciliari), di due agenti della polizia penitenziaria (con applicazione della custodia in carcere per l’uno e della misura interdittiva, per l’altro), tutti in servizio presso la casa circondariale nonché del Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano (con applicazione degli arresti domiciliari) e della comandante del Nucleo Investigativo Centrale della polizia penitenziaria, Nucleo Regionale di Napoli (per il solo delitto di falso ideologico aggravato, con applicazione della misura interdittiva). Conseguentemente alla predisposizione di false fotografie rappresentative del rinvenimento di un arsenale di strumenti atti ad offendere (eccedente di gran lunga quello poi oggetto di sequestro del 8 aprile) nonché di olio e liquidi bollenti, preparati all’interno di pentole e padelle, poste su fornelli per essere utilizzati ai danni degli Agenti di Polizia Penitenziaria (fotografie queste ultime scattate abusivamente ed Malamente all’intento di celle vuote, sfruttando l’assenza dei detenuti), veniva attuata una messa in scena finalizzata ad accreditare la tesi secondo cui le lesioni subite dai detenuti fossero causate dalla necessità di vincere la loro resistenza, fotografie inviate attraverso l’applicativo whatsapp ed acquisite a seguito del sequestro degli smartphone degli indagati. – continua sotto –

Fotografie alterate – All’esito della ricezione, le fotografie erano state oggetto dell’alterazione della data e dell’ora di creazione in modo da tenderla coerente con quanto riportato in una falsa relazione redatta precedentemente dal Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, ritenuto uno dei principali responsabili della organizzazione della perquisizione del 6 aprile e delle conseguenti violenze, proprio afferente al rinvenimento di tali oggetti. Dopo la manomissione di tale documentazione, le fotografie erano state acquisite dal Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria. Nucleo Regionale di Napoli e dunque trasmesse alla Polizia Giudiziaria procedente nelle indagini, facendole falsamente apparire come allegate alla relazione redatta dal Comandante del Nopt del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano. Ancora, a seguire, le stesse fotografie manomesse venivano prodotte dal Provveditore Regionale per la Campania, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, produzione operata allo scopo di giustificare posturalmente la perquisizione del 6 aprile 2020 e le violenze avvenute nella medesima data. Si trattava di un’artificiosa alterazione di una pluralità di documenti, utilizzati e da impiegare come elemento di prova, azione diretta ad occultare c conseguire l’impunita dei delitti oggetto delle indagini. Ulteriori condotte di depistaggio e frode processuale venivano attuate dagli indagati, sempre al fine di tentare di fornire una giustificazione, in tempi postumi, la perquisizione del 6 aprile 2020 e le violenze avvenute durante la giornata stessa. – continua sotto –

Dalle chat acquisite sui dispositivi smartphone di alcuni degli indagati, si appurava che il 9 aprile 2020, erano stati acquisiti indebitamente 5 spezzoni delle video-registrazioni operate in data 5 aprile 2020 – relative alla protesta per barricamento – spezzoni che erano stati alterati mediante eliminazione dell’audio e della data ed orario di creazione, in modo da renderla coerente con quanto riportato nella falsa relazione del Comandante del Notp di Napoli Secondigliano del 6 aprile 2020 in cui simulava di aver visionato, in tempo reale, ed acquisito gli spezzoni del video il medesimo 5 aprile, cosi artefacendo, con autonoma prova documentale, la dinamica degli eventi e in modo da tentare di giustificare, ex post, le violenze avvenute durante lo svolgimento della perquisizione del 6 aprile. Dopo la manomissione di tale documentazione, gli speroni erano trasmessi dalla comandante del Nic, Nucleo Regionale di Napoli – servizio di Polizia Giudiziaria – ai Carabinieri procedenti nelle indagini, facendole apparire falsamente come allegati alla precedente relazione redatta dal Comandante del Notp di Napoli Secondigliano, simulando dunque una dinamica totalmente inesistente. Ancora, a seguire, gli stessi speroni di video venivano prodotti dal Provveditore Regionale per la Campania allo scopo di giustificare le violenze avvenute nella medesima data, facendole apparire come volte a vincere la resistenza dei detenuti. – continua sotto –

Per i delitti di depistaggio aggravato dalla alterazione di documenti, venivano disposte 4 ordinanze di misura cautelare nei confronti del Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano (con applicazione degli arresti domiciliari), della comandante del nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, Nucleo Regionale di Napoli, del Provveditore Regionale per la Campania e di un assistente capo del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti di Napoli Secondigliano (con applicazione, per i tre, della misura interdittiva). Ulteriori falsi ideologici erano confezionati, in tempi postumi e prossimi al 20 aprile 2020, mediante una falsa relazione di servizio mendacemente datata 6 aprile 2020, con la quale venivano falsamente riferite informazioni come rese da inesistenti “fonti confidenziali”, collocate temporalmente in un momento successivo alla notte del 5 aprile cd antecedente alla perquisizione del 6 aprile pomeriggio. Tale relazione, richiesta dal Provveditore Regionale per la Campania ed allo stesso trasmessa, veniva prodotta dallo stesso per descrivere circostanze e fatti del tutto irreali, collocati temporalmente in modo da fornire una giustificazione, in tempi postumi, alla perquisizione del 6 aprile 2020 ed alle violenze consumate. Per il delitto di falso ideologico, venivano disposte 3 ordinanze di misura cautelare nei confronti del Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, del Coordinatore di Sorveglianza Generale presso l’istituto carcerario di Santa Maria Capua Vetere (con applicazione, per entrambi, degli arresti domiciliari) e del Provveditore Regionale per la Campania (con applicazione della misura interdittiva). – continua sotto –

A corollario delle dinamiche violente, oggetto d’indagine, sulla base delle comunicazioni rilevate sui dispositivi smartphone oggetto di sequestro, emergevano le condotte di favoreggiamento operate dalla comandante del Nucleo Investigativo Regionale della Polizia Penitenziaria di Napoli e dal Provveditore Regionale della Campania, i quali, avendo notizia nell’esercizio delle proprie funzioni della consumazione dei delitti di cui erano autori il Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano e numerosi Agenti della Polizia Penitenziaria, omettevano ogni doverosa informazione in ordine alle relative responsabilità, per le condotte del 6 aprile. La condotta di favoreggiamento veniva attuata dalla comandante del Nic, Nucleo Investigativo Regionale di Napoli anche prospettando indagini finalizzate esclusivamente ad acquisire elementi potenzialmente favorevoli al Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti di Napoli Secondigliano – pretermettendo contestualmente ogni informazione di quelli a carico – fornendo informazioni sulla dinamica delle indagini ed agevolando l’acquisizione di atti. – continua sotto –

Dal sequestro di diversi dispositivi smartphone emergevano, infatti, le rivelazioni di atti segreti o riservati nonché informazioni sullo svolgimento delle indagini preliminari (informazioni sull’accesso, in data 10 aprile, dei Carabinieri presso la Casa Circondariale dirette all’acquisizione, su delega del pm delle video-registrazioni interne; Informazioni sulle iniziative dei Carabinieri delegali all’acquisizione delle immagini registrate dal sistema di video-sorveglianza; informazioni sullo sviluppo delle indagini, segnatamente l’iniziativa della prossima richiesta di acquisizione tabulati del cellulari sequestrati in data 6 aprile 2020 e della successiva richiesta inoltrata al Pubblico Ministero; informazioni sullo sviluppo delle indagini riguardanti la completezza della registrazioni delle video riprese relative alle violenze del 6 aprile: Informazioni sul contenuto di una delega d’indagine ricevuta dal pm, segnatamente quanto all’estensione dell’indagine rispetto agli elenchi del personale della Polizia Penitenziaria da identificare quale partecipe della perquisizione del 6 aprile 2020; informazioni sullo sviluppo delle indagini relative all’assunzione della deposizione di un detenuto e sulla personalità della persona Interrogala). Tali indebite rivelazioni, intenzionalmente sollecitate, venivano utilizzate per cogliere abusivamente dati rilevanti dello svolgimento di attività istruttoria, al fine di favorire gli indagati per i fatti del 6 aprile. Per i reati di favoreggiamento personale venivano disposte 2 ordinanze di misura cautelare della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, eseguite nei confronti della comandante del nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, Nucleo Regionale di Napoli e del Provveditore Regionale per la Campania. – continua sotto –

Sappe: “Su agenti provvedimenti abnormi” – Esprime “sorpresa ed amarezza” il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria dopo la notizia che i carabinieri di Caserta stanno eseguendo 52 misure cautelari, emesse dal gip su richiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere, nei confronti di appartenenti al corpo della polizia penitenziaria coinvolti negli scontri con i detenuti il 6 aprile 2020, in pieno lockdown, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. “Prendiamo atto dell’iniziativa adottata dai magistrati. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale e quindi credo si debbano evitare illazioni e gogne mediatiche. A noi sembrano provvedimenti abnormi considerato che dopo un anno di indagini mancano i presupposti per tali provvedimenti, ossia l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Confidiamo nella magistratura perché la polizia penitenziaria, a S. Maria Capua Vetere come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere. L’impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una ‘casa di vetro’, cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci ‘chiaro’, perché nulla abbiamo da nascondere ed anzi questo permetterà di far apprezzare il prezioso e fondamentale, ma ancora sconosciuto, lavoro svolto quotidianamente, con professionalità, abnegazione e umanità, dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria”, dichiara il segretario generale Donato Capece. “Siamo amareggiati perché in quei giorni il carcere fu messo a ferro e fuoco e furono momenti davvero drammatici ma siamo sereni perché confidiamo nell’operato della magistratura. La Polizia Penitenziaria”, prosegue il leader del Sappe, “è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d’identità e d’orgoglio, e che ogni giorno in carcere fanno tutto quanto è nelle loro umane possibilità per gestire gli eventi critici che si verificano quotidianamente, soprattutto sventando centinaia e centinaia di suicidi di detenuti. Non solo. Ogni giorno giungono notizie di aggressioni a donne e uomini del Corpo in servizio negli Istituti penitenziari del Paese, sempre più contusi, feriti, umiliati e vittime di violenze da parte di una parte di popolazione detenuta che non ha alcuna remora a scagliarsi contro chi in carcere rappresenta lo Stato”.

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