Cronaca

Iraq, Obama: “Non invieremo truppe”

di Redazione

Barack Obama Washington. “Non invieremo truppe in Iraq ma studiamo opzioni per aiutare il Paese”. Barack Obama esclude un intervento militare pur garantendo a Baghdad “ulteriore aiuto”.

Nel discorso che ha tenuto, alle 17.50 ora italiana, il presidente degli Stati Uniti non nasconde la sua preoccupazione per la situazione dell’Iraq dove continua l’avanzata gli jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis).

“Le forze di sicurezza irachene hanno purtroppo dimostrato di non essere capaci di difendere alcune città. E il popolo iracheno è ora in pericolo”, ha aggiunto Obama, tornando a ripetere che gli Stati Uniti offriranno comunque un aiuto a Bagdad. L’Iraq ha chiesto un intervento diretto, ma Washington non vuole rientrare nel conflitto. Gli americani hanno, comunque, schierato nel Golfo Persico la portaerei a propulsione nucleare “George H.W. Bush”.

Ci vorranno giorni per valutare le opzioni, ha spiegato Obama, sottolineando come gli Stati Uniti abbino “enormi interessi in Iraq e dobbiamo valutare la situazione con attenzione. Non è una cosa che si decide nel corso di una notte.

Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: “Gli Stati Uniti non si impegneranno in azioni militari in assenza di un piano politico da parte degli iracheni”. Il presidente ha confermato che sta valutando diverse ozpioni per sostenere il governo militarmente, “ma spetta al governo iracheno rispondere in primis all’emergenza”. Per risolvere la crisi, insomma, la soluzione è una: “Mettere da parte le divisioni settarie (sciiti-sunniti)e unirsi contro la minaccia jihadista”.

Intanto, prosegue l’avanzata qaedista verso Baghdad mentre il Paese è sull’orlo di una crisi umanitaria. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sarebbero 40mila le persone in fuga da Tikrit e Samarra, che si aggiungono al mezzo milione di sfollati di Mossul.

Dopo la conquista della cittadina, i miliziani dell’Isis hanno diffuso un documento contenente dieci regole per regolare in base alla sharia la provincia di Niniveh, di cui Mossul è il capoluogo, e imporvi un Emirato islamico. Alle donne, ad esempio, viene chiesto di vestire in modo decente e con abiti ampi, e uscire di casa solo se strettamente necessario. Gli uomini, da parte loro, non devono manifestare dissenso perché è necessario mostrarsi uniti.

I poliziotti e i militari possono ancora pentirsi, mentre i soldi stanziati dal governo sono pubblici, ma li possono spendere solo gli Imam. Ai musulmani viene, poi, chiesto di “essere puntali per le preghiere in moschea” e ai “leader tribali e sceicchi” si domanda di “non lavorare con il governo e diventare traditori”. Chiara, infine, la posizione sui santuari e sui cimiteri: “li distruggeremo”.

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