Cronaca

Ucraina, ribelli filorussi abbattono aereo militare: 50 morti

di Redazione

 Kiev. Un aereo militare ucraino è stato abbattuto questa notte da ribelli filorussi nella zona di Lugansk, capitale dell’autoproclamata Repubblica popolare separatista nell’est dell’Ucraina.

Lo ha denunciato il ministero della Difesa di Kiev, parlando di molte vittime. Secondo la Bbc a bordo del velivolo, che stava trasportando attrezzature militari, c’erano una cinquantina di soldati, che sarebbero tutti morti. L’aereo, precisa il ministero, è stato abbattuto da «terroristi» quando stava per atterrare all’aeroporto.

Ieri è stata un’altra giornata di combattimenti e di sangue nell’est dell’Ucraina, dove le truppe di Kiev hanno riconquistato l’importante città portuale di Mariupol, nell’indocile regione di Donetsk. Ma intanto, proprio all’indomani del presunto ingresso dalla Russia di alcuni mezzi militari dei “separatisti”, tra cui tre carri armati “residuati” dell’Urss, denunciato dal ministero dell’Interno ucraino, il Cremlino ritorce l’accusa: e imputa alle truppe di Kiev di aver sconfinato nella regione di Rostov sul Don con due blindati che sarebbero stati fermati dalle guardie di frontiera russe.

Lo scambio di sospetti inasprisce ulteriormente le già tese relazioni bilaterali fra i due maggiori Paesi ex sovietici dopo il congelamento dei negoziati a tre (Ue-Russia-Ucraina) sul gas, con il premier ucraino Arseni Iatseniuk che ha già ordinato di prepararsi alla chiusura dei rubinetti del metano russo.

Intanto da Washington il dipartimento di Stato sposa le accuse di Kiev, dice per bocca della portavoce Marie Harf di ritenere che carri armati, lanciarazzi e altre armi pesanti acquisite dai ribelli siano giunte dal confine russo (e non siano state invece prese alle forze ucraine, come risponde Mosca), cita come presunta prova video amatoriali di fonte ucraina postati sul web.

Vladimir Putin, viceversa, pretende chiarimenti sull’asserito sconfinamento dei militari ucraini. Quel che è successo, nei due casi, non pare in effetti ancora chiaro. Tuttavia, secondo la testata filo-Cremlino LifeNews, un blindato ucraino sarebbe entrato in Russia e si sarebbe fermato per un guasto vicino al villaggio di Millerovo, dove pare sia stato individuato dalle guardie di frontiera. A quel punto sarebbe arrivato un secondo blindato ucraino per riportare indietro i membri dell’equipaggio. Secondo le guardie russe, i soldati ucraini avrebbero in ogni modo sconfinato di appena 150 metri, nei pressi del paesino di Iezerovo.

L’avventura dei mezzi militari che secondo Kiev sarebbero invece sconfinate giovedì dalla Russia in territorio ucraino sembra essersi intanto conclusa tragicamente. Stando al ministero della Difesa dell’Ucraina, infatti, i soldati ucraini avrebbero distrutto “due veicoli blindati per il trasporto delle truppe, due carri armati e due camion Kamaz sui quali erano montate due mitragliatrici”. Inoltre, nella zona di Snizhne – al confine tra la Russia e le regioni di Lugansk e Donetsk – sempre giovedì sarebbero stati uccisi 40 miliziani. Mentre a Donetsk, una bomba ha fatto esplodere il minibus di uno dei leader separatisti, Denis Pushilin, ammazzando tre persone.

Lo spargimento di sangue è proseguito anche ieri. Tre soldati ucraini sono morti e 26 sono rimasti feriti in un’imboscata dei filorussi a Stepanivka, non lontano da Snizhne, mentre due miliziani sono stati uccisi in uno scontro a fuoco a Dobropolie, sempre nella regione di Donetsk. E la “riconquista” di Mariupol è costata la vita ad almeno cinque filorussi, mentre circa 30 sono stati fatti prigionieri dai soldati ucraini, che a loro volta riportano quattro feriti, di cui uno grave.

Sul municipio della città sul Mar Nero sventola di nuovo la bandiera giallo-blu dell’Ucraina. Tanto che il neopresidente Petro Poroshenko ha già ordinato di fare momentaneamente di Mariupol il capoluogo della regione di Donetsk.

Le incomprensioni tra Kiev e Mosca continuano a ripercuotersi intanto sul delicato e strategico fronte del gas, dove Russia e Ucraina non riescono a trovare un compromesso sul prezzo. Kiev ha tempo fino a lunedì mattina per pagare 1,9 miliardi di dollari – parte del debito con la Russia -, altrimenti Mosca introdurrà un regime di pagamento anticipato e chiuderà i rubinetti del metano se non le saranno pagate le forniture.

A quest’eventualità Kiev sembra essere già pronta, e il premier Arseni Iatseniuk ha ordinato al governo e alla società energetica statale Naftogaz di prepararsi alla cessazione delle forniture di gas e a difendere gli interessi del Paese all’arbitrato della Corte di Stoccolma.

Un’apertura è arrivata nella serata di ieri, con il ministro dell’Energia ucraino, Iuri Prodan, che ha proposto nuove trattative nel fine settimana – prima che scada l’ultimatum russo -, ribadendo però che Kiev punta a un ulteriore sconto che porti il prezzo del metano russo da 485 a 326 dollari per mille mc. Mentre il presidente della commissione europea, Jose Manuel Barroso, ha chiamato Vladimir Putin chiedendogli di non interrompere gli sforzi negoziali.

Ma da Mosca i margini di compromesso paiono esauriti: al punto che l’a.d. del colosso Gazprom, Aleksiei Miller, ha fatto sapere senza mezzi termini che la tariffa di 385 dollari – proposta in settimana all’Ucraina di fronte all’Ue, e finora respinta da Kiev – va considerata “l’ultima offerta” russa.

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