“Chi entra in una macelleria, in un supermercato o al bancone di un bar si fida. Si fida che chi gli porge il salume, sistema la carne o maneggia il pane lo faccia sapendo ciò che fa: le temperature di conservazione, i rischi di contaminazione, le procedure igieniche di base. Quella fiducia è garantita, o almeno dovrebbe esserlo, dalla formazione obbligatoria in materia di sicurezza alimentare, comunemente nota come corso HACCP. Eppure, oggi, in alcune regioni italiane è possibile ottenere l’attestato che certifica tale preparazione senza mai alzarsi dalla sedia di casa, seguendo un corso interamente online, senza la presenza di un docente in carne e ossa, senza la possibilità di verificare chi ci sia davvero dall’altra parte dello schermo”. Lo denuncia il Movimento Libero e Autonomo delle Scuole di Formazione Autofinanziate, sindacato datoriale delle scuole e agenzie formative, che nelle ultime settimane ha ricevuto numerose segnalazioni da parte dei propri consociati su quello che un tempo era noto come “libretto sanitario”.
“Ci arrivano segnalazioni sempre più frequenti da parte di scuole di formazione e operatori del settore: giovani campani, formati correttamente con percorsi misti che prevedono anche ore di presenza in aula, si trovano a concorrere sul mercato del lavoro con candidati che hanno ottenuto lo stesso attestato seguendo esclusivamente un corso online, in regioni dove la normativa lo consente. Non è una questione di efficienza o modernità: è una questione di serietà”, afferma il segretario del Movimento Libero e Autonomo, Nicola Troisi.
Il nodo non è tecnologico ma sostanziale. “Chiedere a un futuro banconista di completare la propria formazione igienico-sanitaria esclusivamente davanti a uno schermo equivale, per assurdo, a rilasciare una patente di guida a chi non ha mai toccato un volante: può sembrare formazione, ma non lo è. La manipolazione degli alimenti è un’attività pratica, che richiede comprensione dei rischi reali, capacità di riconoscere situazioni critiche, consapevolezza che si acquisisce nel confronto diretto con un formatore esperto”, continua Troisi. Per questo, il Movimento la considera materia equiparabile, per delicatezza e rilevanza pubblica, alla formazione professionale in ambito sanitario.
“Non possiamo sapere chi sieda realmente davanti al computer durante questi corsi. Non possiamo sapere se la verifica finale sia stata sostenuta dall’intestatario dell’attestato o da chiunque altro. Non possiamo, a nostro giudizio, definire ciò formazione nel senso pieno del termine. E la cosa più grave è che l’assenza di una normativa nazionale uniforme trasforma questa lacuna in un vantaggio competitivo per chi abbassa gli standard, a danno di chi li mantiene”, insiste il segretario.
La Campania, con il Decreto Dirigenziale n. 110 del 2018, ha scelto in un mosaico complesso di norme e interpretazioni di seguire la “via della serietà”, imponendo una formazione mista che garantisce la presenza del discente. Una scelta giusta, secondo il Movimento, ma che oggi penalizza i propri formatori e i propri lavoratori Proprio per questo, il sindacato datoriale si aspetta che la Regione Campania non si limiti a difendere il proprio modello, ma se ne faccia portatrice a livello nazionale, spingendo per un adeguamento degli standard formativi che restituisca equità a un settore in cui la qualità della preparazione ha conseguenze dirette sulla salute pubblica.
“Rivolgiamo un invito formale e pubblico alla giunta campana: dall’insediamento, le sigle del comparto non hanno ancora avuto il piacere di un confronto reale con la nuova amministrazione su temi che riguardano centinaia di scuole e migliaia di lavoratori. Questa è una battaglia che vale la pena di abbracciare: non solo per tutelare i nostri giovani da una concorrenza fondata su standard più bassi, ma per garantire a tutti i cittadini campani — e italiani — che chi maneggia i loro alimenti sappia davvero quello che fa”, conclude Troisi.

