Decine di giovani rider sfruttati, pagati a cottimo e costretti a turni serrati sotto il controllo costante dell’azienda. È lo scenario delineato da una complessa indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina che ha portato alla notifica di un avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese attiva nel settore del food delivery.
Ai quattro indagati viene contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di ciclofattorini italiani. Contestate anche violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro previste dal decreto legislativo 81 del 2008 e la responsabilità amministrativa degli enti, poiché i reati sarebbero stati commessi nell’interesse dell’azienda attraverso un modello organizzativo ritenuto contrario ai principi di legalità.
L’indagine dei carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro – L’operazione è stata condotta dai carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Messina con il supporto del nucleo operativo del gruppo per la tutela lavoro di Palermo. Le attività investigative hanno ricostruito un sistema che traeva profitto dallo stato di bisogno di una platea composta soprattutto da studenti universitari e giovani del posto. In un contesto economico fragile, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, ricevendo compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà di quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro dei trasporti e della logistica. Le paghe a cottimo oscillavano tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna. Le indagini hanno inoltre documentato l’imposizione di ritmi di lavoro e modalità di controllo ritenute lesive della dignità dei lavoratori, oltre alla totale assenza di formazione sui rischi connessi all’attività e alla mancata sottoposizione alle visite mediche obbligatorie.
Il “caporalato digitale” – Secondo gli investigatori, l’azienda avrebbe organizzato l’attività dei rider attraverso una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva l’assegnazione degli ordini e monitorava costantemente le prestazioni dei lavoratori. Il sistema, integrato anche con l’uso di chat WhatsApp, permetteva ai responsabili aziendali di impartire direttive immediate e controllare i tempi di consegna. In questo contesto, ai rider veniva imposto di segnalare continuamente la propria disponibilità inviando la parola “libero” tramite applicazione e aggiornandola ogni minuto per confermare la presenza operativa. I responsabili monitoravano i tempi di esecuzione e, in caso di ritardi, contattavano direttamente i fattorini indicando come velocizzare il turno e stabilendo quale fosse l’ultima consegna della giornata. Il lavoratore non poteva rifiutare gli ordini senza una motivazione ritenuta valida, pena ammonimenti o l’esclusione dall’assegnazione delle consegne successive.
Sanzioni e contributi evasi – A seguito degli accertamenti sulle violazioni in materia di salute e sicurezza, i carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro hanno contestato sanzioni per 66.940,29 euro. Emblematico, secondo quanto emerso dalle indagini, il caso di una giovane rider che, dopo essere rimasta coinvolta in un incidente stradale durante il lavoro, avrebbe subito pressioni psicologiche per dimettersi e scongiurare controlli da parte dell’Inail. Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e assistenziali non versati, per un importo complessivo di 696.191,60 euro. Gli investigatori hanno accertato che i responsabili monitoravano i compensi dei rider – circa 300 lavoratori – affinché non superassero la soglia dei 5mila euro annui, limite utilizzato per mantenere formalmente la prestazione occasionale ed evitare il pagamento dei contributi.
Il tentativo di cancellare le prove – Dopo aver appreso dell’indagine attraverso un decreto di perquisizione, gli indagati avrebbero tentato di occultare le prove. In particolare avrebbero chiesto al gestore del database aziendale di eliminare i dati relativi agli ordini degli anni precedenti e di modificare le credenziali di accesso al sistema informatico per impedire eventuali controlli telematici. Tra le ipotesi prese in considerazione anche quella di nascondere il computer aziendale e alterare il file della cassa per ridurre gli importi registrati e coprire i pagamenti in contanti. La società coinvolta, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi idonei a prevenire il ripetersi di fenomeni di sfruttamento.
L’operazione nel quadro nazionale contro il caporalato digitale – L’intervento si inserisce nella strategia operativa avviata dal comando carabinieri per la tutela del lavoro su scala nazionale a partire dal 2023 per contrastare lo sfruttamento nel settore della gig economy. L’obiettivo è impedire che lo sviluppo delle piattaforme digitali diventi uno strumento per aggirare le garanzie previste dall’ordinamento.
Le indagini condotte a Milano negli ultimi anni avevano già evidenziato un sistema di controllo dei rider basato su piattaforme tecnologiche sofisticate e su algoritmi in grado di geolocalizzare e valutare le prestazioni in tempo reale, con vittime prevalentemente straniere. Lo scenario emerso a Messina presenta caratteristiche diverse: le persone sfruttate erano soprattutto giovani del posto, coordinati attraverso strumenti più rudimentali, tra piattaforme di base e semplici chat WhatsApp.
Il comando carabinieri per la tutela del lavoro ha ribadito che il contrasto al caporalato resta una priorità, sia quando si nasconde dietro sistemi digitali avanzati sia quando si manifesta attraverso forme più elementari di sfruttamento dei lavoratori. IN ALTO IL VIDEO

