Milano – Un fermo che scuote la polizia e apre uno squarcio pesante su quanto accaduto il 26 gennaio nel parco di Rogoredo. Lunedì mattina, mentre era in servizio, gli uomini della squadra mobile hanno bloccato Carmelo Cinturrino, assistente capo della polizia, gravemente indiziato di omicidio volontario per la morte del 28enne marocchino Mansouri Abderrahim. Secondo l’impianto accusatorio, gli elementi raccolti nelle settimane successive al delitto avrebbero ribaltato la prima versione fornita dall’agente. A partire da un dettaglio tecnico: sulla pistola rinvenuta accanto al corpo della vittima sarebbe stato isolato esclusivamente il Dna del poliziotto.
La Procura: “Niente sconti” – A illustrare i contorni dell’operazione è stato il procuratore di Milano, Marcello Viola. “Spiego l’accaduto con l’amarezza di vicende come questa che vedono coinvolte le forze dell’ordine – ha detto – ma con la consapevolezza che la Procura e la polizia hanno compiuto tutti gli accertamenti rigorosi senza fare sconti a nessuno”. La linea è chiara: nessuna tutela corporativa, nessuna zona grigia. “Niente sconti a nessuno”, è il messaggio che accompagna l’inchiesta.
Il questore: “Saremo rigorosissimi” – Sulla stessa lunghezza d’onda il questore di Milano, Bruno Megale. “Già da subito erano emersi degli elementi di contraddittorietà che non ci convincevano. Il nostro compito – spiega – è quello di essere assolutamente trasparenti, non dobbiamo fare difese corporative di nessuno, ci assumiamo le nostre responsabilità quando sbagliamo e in questo caso saremo rigorosi, rigorosissimi nei confronti di chi si è macchiato di questi gravi delitti come confermano le attività investigative. Abbiamo gli anticorpi per far fronte a questo tipo di problematiche che purtroppo possono emergere nel corso di queste attività”. Parole che segnano una presa di distanza netta rispetto a qualsiasi automatismo difensivo.
La nuova ricostruzione dei fatti – Il provvedimento restrittivo arriva al termine di approfondimenti condotti dalla squadra mobile e dal gabinetto regionale polizia scientifica, coordinati dalla procura della Repubblica. Sommarie informazioni testimoniali, interrogatori, analisi di telecamere e dispositivi telefonici, oltre ad accertamenti tecnico-scientifici, avrebbero consentito di ridisegnare la dinamica.
Subito dopo l’episodio, Cinturrino aveva sostenuto di aver sparato perché il presunto pusher impugnava una pistola e gliela aveva puntata contro, parlando di legittima difesa e di “paura”. Le verifiche successive, però, avrebbero messo in discussione questo scenario. L’arma trovata accanto alla vittima – risultata una replica a salve – sarebbe stata portata sul posto in un secondo momento. L’assistente capo, secondo quanto emerso, avrebbe chiesto al collega di recarsi in commissariato a prendere uno zaino: all’interno ci sarebbe stata proprio quella pistola.
A rafforzare la ricostruzione alternativa anche la testimonianza di un oculare, che ha riferito a verbale che il 28enne “non sarebbe stato armato e che avrebbe avuto in una mano un telefono e, nell’altra, una pietra”. Sempre secondo il testimone, Mansouri “sarebbe stato attinto mentre stava per scappare” e, una volta colpito, “sarebbe caduto frontalmente”. Dagli atti risulta inoltre che l’agente presente insieme a Cinturrino avrebbe dichiarato che “nessuno dei due poliziotti ha intimato l’alt al Mansouri” né si è qualificato.
Le accuse e i rischi evidenziati dalla Procura – Nei confronti del 42enne la procura ravvisa il pericolo di reiterazione del reato, di inquinamento probatorio e di fuga. Nelle prossime ore verrà inoltrata al giudice per le indagini preliminari la richiesta di custodia cautelare in carcere. Resta da chiarire il movente. Dalle indagini sarebbe emerso che, nell’ultimo periodo, l’agente avrebbe preso di mira la vittima: “Ce l’aveva con lui”, è la sintesi che trapela dagli accertamenti. Gli investigatori stanno inoltre verificando le disponibilità economiche dell’assistente capo, in un quadro che includerebbe operazioni ritenute borderline, con sospetti di richieste di pizzo a pusher e tossicodipendenti. Secondo quanto emerso, il profilo del poliziotto delineato dagli atti sarebbe quello di una “pericolosità molto forte”, giudicata inquietante anche perché inattesa rispetto alla reputazione di uomo preparato e attento che lo accompagnava.
Piantedosi: “Capaci di far giustizia anche all’interno” – Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: “Grazie alla Questura di Milano per il lavoro svolto con la Procura della Repubblica che ha consentito di fare chiarezza su quanto accaduto a Rogoredo. La polizia ha al suo interno un patrimonio di principi e valori tali da essere in grado di affrontare anche casi molto dolorosi come questo, sempre dimostrando rigore, trasparenza, professionalità e senso dello Stato, con una fedeltà esclusiva alla legge. Dissi nell’immediatezza dei fatti che la vicenda sarebbe stata affrontata senza scudi immunitari per nessuno e così è stato. Le nostre forze di polizia infatti sono perfettamente in grado di fare giustizia anche al proprio interno”.

