I negoziati tra Stati Uniti e Iran, attesi in Pakistan, si aprono in un clima di forte tensione internazionale, con il rischio che le condizioni poste da Teheran possano far slittare l’avvio del dialogo. La Repubblica islamica ha infatti annunciato che non parteciperà ai colloqui senza un cessate il fuoco “su tutti i fronti”, compreso il Libano, mentre le Forze di difesa israeliane hanno ribadito di essere “in stato di guerra” contro Hezbollah. Sullo sfondo restano le minacce del presidente Donald Trump, le rivendicazioni del movimento sciita libanese e le crescenti preoccupazioni per la sicurezza energetica globale legate allo Stretto di Hormuz.
Le condizioni poste da Teheran – A definire la posizione iraniana è stato il presidente del Parlamento, Mohammed Bagher Ghalibaf, che ha indicato due prerequisiti indispensabili per l’avvio dei negoziati con Washington: il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani congelati. “Due delle misure concordate reciprocamente tra le parti devono ancora essere attuate: un cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani prima dell’avvio dei negoziati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati abbiano inizio”, ha dichiarato in un messaggio pubblicato su X.
Il Libano verso il tavolo con Stati Uniti e Israele – Nel frattempo, secondo quanto confermato alla Reuters da un alto funzionario libanese, Beirut parteciperà la prossima settimana a una riunione a Washington con rappresentanti statunitensi e israeliani per discutere di una possibile tregua, segnale di una timida apertura diplomatica sul fronte libanese.
L’ottimismo di Vance – Il vicepresidente Jd Vance, in partenza per Islamabad come membro della delegazione americana, ha espresso fiducia sull’esito dei colloqui, pur mantenendo una linea di fermezza: “Per me avranno esito positivo. Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede e a tendere una mano, è un conto. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile”.
Trump alza la pressione militare su Teheran – A rendere ancora più teso il clima è stato lo stesso Trump, che in un’intervista telefonica al New York Post ha minacciato una possibile ripresa delle operazioni militari in caso di fallimento dei negoziati: “Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto”. Il presidente ha poi aggiunto: “Stiamo attuando un reset. Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai costruite, persino migliori di quelle che abbiamo usato in precedenza e con cui li abbiamo fatti a pezzi. Se non raggiungeremo un accordo, le useremo, e le useremo in modo molto efficace”. In un post su Truth Social ha inoltre parlato del “più potente reset del mondo”.
Pakistan blindato per l’arrivo delle delegazioni – Le autorità pakistane hanno adottato rigide misure di sicurezza in vista dei negoziati, estendendo fino all’11 aprile i giorni di festa a Rawalpindi, città gemella di Islamabad e importante centro militare. La decisione, riportata dal sito Dawn, è stata presa dal governo del Punjab per garantire lo svolgimento in sicurezza degli incontri diplomatici, mantenendo comunque operativi i servizi essenziali.
Hezbollah rivendica attacco contro base navale di Ashdod – Sul terreno, Hezbollah ha annunciato il lancio di missili contro la base navale israeliana di Ashdod, definendo l’azione una risposta alle presunte violazioni del cessate il fuoco e ai ripetuti attacchi su Beirut. L’episodio conferma la fragilità della tregua e il rischio di un’ulteriore escalation regionale.
La richiesta americana sulla liberazione degli ostaggi – Secondo fonti citate dal Washington Post, la delegazione statunitense intende chiedere a Teheran la liberazione dei cittadini americani detenuti in Iran, attualmente almeno sei. Tuttavia, la questione potrebbe essere rinviata qualora i negoziati dovessero rivelarsi particolarmente complessi, al fine di non compromettere l’avvio del dialogo.
La denuncia iraniana sui danni ai civili – Sul piano umanitario, il capo della Mezzaluna Rossa iraniana, Pirhossein Kolivand, ha denunciato che 125.630 obiettivi civili sono stati colpiti durante le operazioni militari avviate il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele e successivamente sospese da una fragile tregua. Tra questi figurano 339 strutture sanitarie e oltre 23.500 locali commerciali.
Netanyahu apre fronte diplomatico con la Spagna – Nel pieno della crisi regionale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che i Paesi che “muovono guerra diplomatica” a Israele ne pagheranno “il prezzo immediato”, dopo l’espulsione della Spagna dal Centro di coordinamento civile-militare di Kiryat Gat, organismo incaricato di supervisionare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.
Hormuz, crocevia energetico e leva geopolitica – Tra i dossier più delicati figura la possibile introduzione di pedaggi iraniani nello Stretto di Hormuz. Secondo analisi economiche citate dal Wall Street Journal, la misura comporterebbe costi significativi soprattutto per i Paesi del Golfo, mentre l’impatto sui prezzi globali del petrolio sarebbe limitato, ma con rilevanti implicazioni strategiche per il commercio internazionale.
Rischio carburante per aeroporti europei – Il blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe avere ripercussioni anche sul trasporto aereo europeo. Come riportato dal Financial Times, Aci Europe ha avvertito che, senza una riapertura significativa entro tre settimane, l’Unione europea potrebbe affrontare una carenza “sistemica” di carburante per aerei, con possibili conseguenze sul settore turistico e sui collegamenti internazionali.
Tensioni tra Iran e monarchie del Golfo – Le relazioni tra Teheran e i Paesi del Golfo restano tese. L’ambasciatore iraniano a Tashkent, Mohammad Ali Eskandari, ha sostenuto che l’Iran ha mantenuto relazioni solide con la regione nonostante il conflitto, mentre gli Emirati Arabi Uniti, attraverso il consigliere presidenziale Anwar Gargash, hanno annunciato una revisione delle proprie alleanze regionali e internazionali.
Il coinvolgimento dell’Ucraina – A rendere ancora più complesso lo scenario geopolitico è intervenuto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo cui militari di Kiev hanno supportato alcuni Paesi del Golfo nel respingere attacchi con droni iraniani, condividendo l’esperienza maturata nel conflitto con la Russia.
Ex trumpiani: “Nonno vada in casa di riposo” – “Potrebbe essere arrivato il momento di mettere il nonno in una casa di riposo”. Così Candance Owen, ex fedelissima di Trump, replica all’attacco del presidente ai suoi ex alleati, dalla stessa Owen a Marjorie Taylor Green, passando per Tucker Carlson, Alex Jones e Megyn Kelly. “Il presidente è impazzito. Ho combattuto a fianco di Carlson, Owens e Jones per contribuire all’elezione di Trump e ora il presidente si lancia in un delirio sconclusionato attaccandoci tutti in un colpo solo”, le ha fatto eco Taylor Greene. “Mi rattrista vedere che si è trasformato completamente rispetto all’uomo che era”, ha aggiunto Alex Jones precisando che Trump “si sta lasciando tirare per il naso da Netanyahu. La guerra in Iran è un disastro totale, un colpo durissimo per l’America”. In un post durissimo, Trump ha attaccato Owen, Green, Carlson, Jones e Kelly: “Sono persone stupide. Sono dei pazzi e dei guastafeste: e direbbero qualsiasi cosa pur di ottenere un po’ di pubblicità gratuita ed economica”, ha detto il presidente.

