Reggio Calabria, “fanghi scaricati in mare”: sequestro da 10 milioni a società che gestisce depuratori

di Redazione

Un sequestro preventivo d’urgenza, eseguito all’alba, ha colpito la società che gestisce i sette impianti di depurazione delle acque reflue nel comune di Reggio Calabria. Il provvedimento, del valore complessivo stimato in circa 10 milioni di euro, tra beni mobili e immobili, è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico reggino, con la collaborazione dei colleghi di Roma, nei confronti della società Idrorhegion scarl.

L’inchiesta “Panta Rei” – L’azione si inserisce nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Come spiegato in una nota dal procuratore Giuseppe Borrelli, il decreto di sequestro è stato emesso nell’ambito dell’indagine denominata Panta Rei, avviata nel corso del 2025 dopo segnalazioni su presunte gravi anomalie operative riscontrate negli impianti di depurazione di Ravagnese e Catona. Le attività investigative, condotte anche attraverso un sistema di videosorveglianza, con il supporto del Nucleo elicotteri di Vibo Valentia e l’ausilio di un consulente esperto della materia, avrebbero consentito – nella prospettazione accusatoria che sarà verificata nel contraddittorio con la difesa innanzi al giudice – di delineare “un quadro dettagliato di gestione sistematicamente illecita degli impianti”. Secondo l’ipotesi investigativa, la gestione sarebbe avvenuta in violazione delle prescrizioni contenute nei titoli autorizzativi ambientali, compresa l’autorizzazione allo scarico, con l’obiettivo di conseguire risparmi di spesa e con una presunta frode ai danni dell’ente comunale.

Sotto la lente fanghi e scarichi a mare – L’attenzione degli inquirenti si è concentrata anche sulla presunta gestione illecita dei rifiuti prodotti dal ciclo depurativo, in particolare dei fanghi di depurazione, che sarebbero stati depositati in luoghi non autorizzati o sversati illecitamente in mare. Dalle indagini sarebbe inoltre emerso che gli impianti sarebbero stati condotti in modo tale da consentire lo scarico in mare di acque reflue non adeguatamente trattate. Le analisi effettuate avrebbero evidenziato il superamento dei limiti tabellari previsti dalla normativa ambientale vigente e fissati nei provvedimenti autorizzativi, con riferimento ai principali parametri chimico-fisici e microbiologici, attestando – secondo la tesi accusatoria – il mancato rispetto delle condizioni necessarie a garantire un corretto processo di depurazione prima dello scarico nel corpo recettore. L’inchiesta è tuttora nella fase delle indagini preliminari. IN ALTO IL VIDEO

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