Cronaca

Messina, visite in nero anche in ospedale: si allarga inchiesta su truffa al sistema sanitario

di Redazione

Si allarga l’indagine della Procura di Messina sullo svolgimento dell’Attività libero-professionale intramuraria (“Alpi”) nelle strutture pubbliche, che il 9 settembre aveva portato alla sospensione di un primario 52enne, F.M., per un anno: la Guardia di finanza ha sequestrato preventivamente oltre 65mila euro a quest’ultimo e ad altri due primari in servizio in un noto ospedale della città. Le accuse sono di peculato, truffa aggravata e falso in atto pubblico. – continua sotto – 

La disciplina di settore dell’Alpi, espletata dal medico su libera scelta e su richiesta dell’assistito pagante, prevede che l’utenza prenoti la visita tramite il Centro unico di prenotazione della struttura aziendale e che, prima dell’effettuazione della prestazione, il paziente provveda al pagamento all’ufficio ticket in base all’apposito tariffario deciso dall’ospedale pubblico: il medico riceverà a valle gli emolumenti aggiuntivi in busta paga. La realtà emersa a Messina, però, sarebbe stata nettamente diversa, secondo gli investigatori. Le indagini degli specialisti in materia di spesa pubblica del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Messina, coordinati dal pool di magistrati della Procura che si occupa di contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione, si sono allargate ai primari F.C.D., endocrinologo, e S.S., cardiologo, di 66 e 65 anni: secondo il gip del Tribunale gli ulteriori indizi raccolti “costituiscono una sicura conferma alla sistematica attività non autorizzata di visite in studio privato”, dal momento che sono stati “trovati pazienti in attesa di essere visitati, agende e strumentazioni che comprovano l’attività”.

Gli inquirenti contestano “pagamenti ricevuti in contanti direttamente nelle mani dei medici” e la “percezione indebita” dell’indennità aggiuntiva di stipendio per la cosiddetta “esclusività” del rapporto di impiego pubblico: una clausola che secondo il gip non sarebbe stata onorata dal momento che gli indagati avrebbero “violato” il rapporto di esclusività con l’ospedale. Tra le accuse anche quella di falso in atto pubblico: in alcune circostanze, infatti, gli indagati avrebbero attestato visite prestate in ospedale mentre, di fatto, i pazienti sarebbero stati ricevuti in uno studio privato esterno al nosocomio. I tre medici, che lavoravano nello stesso ospedale e legati all’azienda sanitaria da un contratto che prevedeva un rapporto di esclusività, avrebbero effettuato visite specialistiche all’interno del reparto richiedendo e ricevendo da una significativa platea di clienti il pagamento in contanti “omettendo di rilasciare qualsiasi ricevuta fiscale, nonché di versare all’azienda sanitaria la percentuale dovuta”.

La Guardia di finanza, inoltre, li accusa di avere ricevuto pazienti in studi privati non dichiarati al fisco. “Uno dei medici indagati giungeva, addirittura, per l’utenza che richiedeva l’emissione della fattura pagando comunque in contanti, a far effettuare la prenotazione al Centro unico di prenotazioni solo a posteriori – raccontano le fiamme gialle -, talché il nosocomio emetteva una ricevuta che riportava, inevitabilmente, una data successiva alla visita effettuata”. I finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Messina hanno rivolto particolare attenzione proprio alle fasi gestionali delle prenotazioni delle visite, mettendole in relazione con la riscossione dei ticket e ascoltando anche i pazienti: questi, nella quasi totalità dei casi, hanno confermato di aver effettivamente versato in contanti, nelle mani del professionista, importi dagli 80 ai 150 euro, senza aver effettuato alcuna prenotazione al Cup e senza ricevere alcuna ricevuta. IN ALTO IL VIDEO

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