Esteri

Thailandia, caos per il voto: rischio di nuove violenze

 Bangkok. In preda da tre mesi a una crisi politica che ha causato 10 morti e 600 feriti, la Thailandia va domenica 2 febbraio ad elezioni anticipate dal risultato scontato: un trionfo della premier Yingluck Shinawatra.

Ma l’importanza dei numeri che usciranno dallo scrutinio è relativa, rispetto al timore di nuove violenze e soprattutto alla consapevolezza che il voto non potrà rappresentare una soluzione per lo scontro istituzionale in atto tra due blocchi di potere, mentre Bangkok è tuttora occupata da un movimento di protesta anti-governativo che minaccia di impedire l’entrata ai seggi.

Le elezioni, indette da Yingluck per rilanciarsi sotto la pressione delle proteste, arrivano al termine di una campagna elettorale surreale, senza comizi da parte dei candidati e con migliaia di manifesti deturpati da vandali. In lizza ci sono 53 movimenti ma non il Partito democratico, il principale dell’opposizione, che ha optato per il boicottaggio allineandosi sempre più con la protesta di piazza che chiede di “estirpare il regime Shinawatra”.

Ai loro occhi andare alle urne è inutile, perché il governo “compra” i voti delle classi meno abbienti con politiche populistiche e corrotte. Il “Puea Thai” (“Per i thailandesi”) di Yingluck – sorella dell’ex premier Thaksin, in auto-esilio per scampare a una condanna per corruzione – otterrà quindi la grande maggioranza dei voti, grazie al consenso ancora solido in particolare nel popoloso nord-est rurale. Ma la sua vittoria rischia di essere effimera; data l’assenza di candidati in 28 collegi, la legislatura non potrà nascere per mancanza del necessario quorum. Per colmare il vuoto di potere potrebbero essere necessarie elezioni suppletive.

Diversi analisti intravedono inoltre un successivo intervento della magistratura, considerata favorevole alla protesta come ampia parte dell’establishment tradizionale, che potrebbe portare ad un futuro annullamento del voto con qualche cavillo. Due casi giudiziari contro la premier e 250 suoi parlamentari sono già avviati, e le relative sentenze sono attese nelle prossime settimane.

Per domenica il Paese teme nuove violenze, come accaduto una settimana fa nel voto anticipato, quando la protesta guidata dall’ex vicepremier Suthep Thaugsuban ha costretto alla chiusura di quasi tutti i seggi aperti a Bangkok, oltre a quelli di dieci province del sud. Suthep ha già aizzato i suoi sostenitori a fare altrettanto il 2 febbraio. Nuovi scontri – finora si sono verificati tafferugli, sparatorie e due attacchi esplosivi – sono probabili.

La Thailandia appare sempre più spaccata dal punto di vista politico, sociale e geografico. I manifestanti – espressione della classe medio-alta di Bangkok e del sud nazionalista – sono frustrati dopo aver visto i partiti di Thaksin trionfare in tutte le cinque elezioni dal 2001, e propongono ora la creazione di un ‘Consiglio del popolo’ non eletto che approvi non meglio specificate riforme per arrivare a una “dethaksinizzazione” del Paese. L’elettorato di Thaksin, sentendosi guardato dall’alto in basso, e’ sempre più risentito e inquieto.

Sullo sfondo c’è una lotta di posizionamento in vista dell’inevitabile successione a re Bhumibol (86 anni e sempre più debole), il cui lunghissimo regno (è sul trono dal 1946) e la sincera venerazione di cui gode da parte di molti sudditi hanno tradizionalmente fatto da paravento per un sistema di potere a beneficio delle forze armate e di una ristretta e’lite vicina al Palazzo. L’ambizioso e controverso Thaksin, un magnate emerso al di fuori di questa cerchia, è da essa percepito come una minaccia; le elezioni diranno quanti thailandesi sono ancora con lui.

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