Caserta

Le associazioni: “Basta solidarietà, scendete in prima linea”

Reggia di CasertaCASERTA. Lettera ai cittadini casertani delle associazioni Agesci, Azione Cattolica Diocesana, Acli, Caritas Diocesana, Centro Pastorale Giovanile, Casa Rut, comitato “Caserta Città di Pace”.

Questa “Seconda Lettera Aperta dei cristiani di Caserta ai nostri concittadini” sottoscritta dalle associazioni cristiane della Diocesi di Caserta dopo diciassette anni dalla prima, se non rappresenta una sconfitta di o per una Città intera, lo è, almeno ed intimamente, per le stesse associazioni firmatarie di allora.

Lo è per molte di quelle che, in quel lontano Novembre del ’91, sentirono forte il dovere di impegnarsi, senza strumentalizzazione alcuna, per costruire, come sollecitava il Vescovo Nogaro, il tempo della speranza, sapendo che se la Politica non è tutto, essa non può essere neanche estraneità ma deve, comunque, diventare un dovere anche se è un dovere spesso impossibile.

Una speranza che si ripropone, oggi come ieri, nel nostro Paese, nella nostra regione, nella nostra provincia e nel nostro capoluogo, come un’ icona figlia dello sdegno e del coraggio: lo sdegno per le cose che non vanno ed il coraggio come condizione dell’anima per cambiarle.

A partire da questo senso di sconfitta, molte delle associazioni promotrici della prima lettera avvertono, oggi, di dover di nuovo far proprie quelle motivazioni anche perché spronate dai ripetuti e recenti inviti del loro Pastore, non ultimi quelli del Suo “Responsorio della Pace”: “Signore dammi la grazia dell’indignazione. La grande leva che innalza le responsabilità e rompe tutte le cortine della malvagità e della indifferenza”.

Esse, infatti, riconoscono che dal tempo dalla prima lettera e per tutti questi anni, non hanno saputo ben vivere l’impegno e la passione civile che i tempi richiedevano né hanno saputo esprimere la loro indignazione e per questo avvertono l’urgenza di riprovare a spendersi in una rinnovata partecipazione per costruire un nuovo impegno sociale e civile e le condizioni per un reale cambiamento.

Sentono che è tempo di riappropriarsi, con più fermezza, dell’etica della responsabilità e della solidarietà e avvertono, come cristiani, il senso di una loro ulteriore conversione per strappare, parole di Nogaro, “le nostre coscienze all’immediatezza utilitaria, a saper animare e sostenere la resistenza morale della gente, per spingere i cittadini, individualmente deboli ad associarsi per vivere coralmente la legalità e tutelare i propri diritti contro le usurpazioni e le ingiustizie”.

Avvertono che è tempo, oggi come ieri, che la politica sia servizio e prossimità e che come cittadini, indistintamente, ci si responsabilizzi, quotidianamente, sia nel rispetto dei propri doveri che contro le tante proprie piccole illegalità come contrasto sempre piu’ incisivo alle criminalità organizzate, realtà antistoriche

che “programmano la disperazione di ogni ordinamento sociale”, e che sono, per noi cattolici, presenza antievangelica che rinnega “l’amore per l’uomo, l’opprime e lo tiene in ostaggio, che è contro le sue attese e la promozione di tutti i diritti umani e la pace”.

Avvertono, per questo, che è tempo di abbandonare il rituale dello scontato cordoglio per le vittime delle mafie – don Diana, Imposimato, Nuvoletta, Del Prete, Noviello – o quello della semplice solidarietà ai minacciati perché colpevoli di esempi luminosi di impegno civile – Cantone, Capacchione e Saviano – e di farsi carico di essere, con quest’ultimi, fattivamente in prima linea e, soprattutto, non in pochi.

Sono consapevoli che è tempo di cogliere la realtà di essere in un momento storico dentro il quale si avverte, con affanno e pesantezza, sia l’avanzare di un processo di trasformazioni che determina ulteriore degrado delle condizioni di vivibilità nei centri urbani e negli assetti territoriali che la progressiva marginalizzazione della domanda sociale più debole.

Sanno che è tempo, oggi come quel lontano autunno di inizio anni novanta, di contrastare questo malessere in cui crescono e si allargano, nella nostra Città capoluogo come in tutta la Provincia, nella regione e nel Paese, l’accentuarsi di fenomeni di frantumazione civile, il crescere delle disuguaglianze, l’aggravarsi delle povertà e delle esclusioni sociali, la perdita di identità e la crescente estraneità degli spazi urbani.

Ebbero forte, con la prima lettera , la convinzione – e lo scrissero – che la politica debba nascere – e nasce – da quel che politico non è: il sociale, il civile, il quotidiano e dagli eventi che in questi ambiti si intrecciano. Per questo ebbero forte la percezione che essa avesse bisogno di un contributo – e lo diedero – e di una ricerca che guardasse agli eventi problematicamente, sapendo incrociare matrici sociali e radici di senso.

Tanti di loro, perciò, convennero che di fronte alla prassi politica ridottasi a piatta gestione del quotidiano (che non sempre realizza) e di fronte alla difesa di interessi privati e corporativi (che realizza sempre) andava privilegiato – e lo tentarono – il terreno su cui si avvertiva la pregnante necessità di far incontrare la dimensione ideale con la dimensione istituzionale e organizzativa.

Tentarono, quindi, di far coincidere la contingente gestione dei bisogni con la consapevolezza che, anche nella contingenza, uomini ed eventi sono attraversati da un profetico desiderio di Totalmente altro da “questa politica” affinché si crei una composizione armonica tra bisogni – troppi – e la possibilità di condurre le risorse e le diversità al benessere comune.

Credettero, allora, al desiderio profetico che la politica diventasse prossimità, amore e solidarietà, tutti obiettivi indicati delle quotidiane esortazioni del nostro amato Presule il quale, ora come allora, col Suo costante e appassionato magistero sociale e spirituale continua a motivarci ad essere capaci di realizzare cieli nuovi e terre nuove attraverso una politica affidabile che sappia diventare “soteria ovverosia processo di liberazione e di salvezza della persona umana”.

Tutto questo non vuol essere amarcord ma solo riproporre, ora come allora, provocatoriamente una domanda angosciante: la politica è, dunque, immodificabile

Domanda, questa, non retorica se la si collega al fatto che quella lettera provocatoria del novembre ’91 (e che ebbe eco su tutta la stampa nazionale e che solo per poco tempo segnò una svolta), ebbe come estensori, condivisori e firmatari ( o quanto meno testimoni) tanti soggetti che, successivamente, nella nostra Città hanno esercitato o esercitano il potere politico ed amministrativo.

Non è tempo, con il nostro odierno appello di richiedere pagelle di merito o di demerito sulle diverse esperienze fin qui succedutesi ma solo tempo di riproporre, viste le nostre attuali angosce e paure, l’ansia racchiusa in quel documento del lontano ’91 che poneva due domande: se il modo di far politica sia di per sé e di fatto immodificabile e destinato a restare un’idra con le teste – potere, affari, autorefenzialità, cooptazioni – che si riproducono sempre anche se abbattute e se la questione morale sia destinata a rimanere sempre all’Ordine del Giorno.

E’ tempo, allora, ancora una volta, (riportandoci al Te Deum 2007 del nostro Pastore) di dovere rivivere e riorganizzare questa speranza facendo nostro il Suo invito a guardare oltre l’Orizzonte e dando credito ad ognuno di noi di essere capaci di essere lievito per costruire il Nuovo anche con piccoli segnali ed attraverso la prossimità, la solidarietà, l’impegno, la partecipazione, il volontariato.

E’ tempo di riviverla, dunque, senza demoralizzarsi, questa speranza, anche se dopo 17 anni siamo ancora costretti a dover firmare per una nuova legge elettorale che riconosca una nostra maggior partecipazione alle scelte dei nostri rappresentanti; anche se siamo ancora costretti a dover firmare, come allora per lo statuto comunale, oggi per veder riconosciuto il diritto ad essere ascoltati forti delle 5000 firme raccolte.

E’ tempo di riviverla, dunque e non arrendersi anche se siamo ancora costretti a dover denunciare, come allora, per i tagli a servizi sociali più estesi e pregnanti e contro le disuguaglianze inaccettabili di un welfare sempre meno inclusivo e sempre più incapace di tutelare e promuoverne i diritti fondamentali, in primis quello alla protezione della salute, un bene assoluto che viene caricato sempre più, anche per scelte governative, di calvari, di disagi, di patimenti per i pazienti e i loro familiari, in specie per i piu’ deboli, i bisognosi, per non parlare degli immigrati e dei loro figli ai quali – se irregolari – non si riconosce neanche il diritto alla croce rossa per la difesa della propria salute.

E’ tempo di riviverla, dunque, anche se siamo ancora costretti a dover firmare, come allora per l’area ex Saint Gobain e San Leucio, oggi per il Macrico; anche se siamo ancora costretti a denunciare, come allora i ritardi per l’interporto nodale, l’aeroporto di Grazzanise, il Policlinico, etc; anche se siamo ancora costretti a manifestare, come allora, per il diritto al lavoro, contro la disoccupazione, i licenziamenti infiniti, il precariato, e la mancanza di iniziative concrete di sviluppo per arginare l’esodo dei nostri figli.

E’ tempo di riviverla , dunque, la speranza anche se siamo ancora costretti a dover firmare, come allora contro i disastri ambientali, per lo Uttaro, l’acqua, le cave, i rifiuti, la vivibilità, etc; anche se siamo ancora costretti a firmare, come allora, contro l’illegalità e la camorra.

E’ tempo di riviverla , dunque, anche se siamo ancora costretti a subire lo scippo illegale del mancato trasferimento del Rettorato della SUN nel nostro Capoluogo, contravvenendo ad obblighi di legge ben precisi e costringendoci a lottare, per questo, contro le convenienze del potere accademico napoletano.

E’ tempo di riviverla, dunque, anche se siamo ancora una volta costretti a protestare per il mancato cambio del nome di quest’ultima in “Università degli studi di Caserta” mortificandosi cosi una provincia intera alla quale si negano anni di lotte ed un riconoscimento dovutole per appartenenza e identità. Diritto, questo del nome, negato per maldedotte ragioni di prestigio, di potere accademico e di baronie talché accade che la Seconda Università di Napoli resti l’unica università italiana che insiste totalmente in un territorio diverso dal suo nome.

E’ tempo di riviverla questa speranza, esortazione che sappiamo per certo, di ritrovare anche nel prossimo te Deum 2008, perché dono dell’amore del nostro Pastore per l’uomo e, soprattutto, per l’uomo della sua Diocesi, anche se le Sue parole saranno ascoltate nella mestizia di una prossima perdita della Sua guida, una guida che dopo i 18 anni dalla Sua venuta, non ci ha resi del tutto cristianamente maggiorenni e laicamente indipendenti, talchè rimane ancora forte il senso, il valore ed il bisogno della Sua testimonianza spirituale, umana, civile ed irripetibile.

Per questo sottoscriviamo questa “Seconda Lettera Aperta dei cristiani di Caserta ai nostri concittadini” pronti, anche a dover essere costretti a riconoscere di aver spesso abdicato dalle responsabilità di ognuno di noi e dato spazio alle nostre contraddizioni egoistiche e spesso consumistiche come alle nostre subalternità culturali, civiche e politiche.

Per questo amiamo concludere tale documento con le stesse parole finali della prima lettera:

“L’insieme di analisi che abbiamo fin qui tracciato non vuole essere l’atto di accusa verso questa o quella Amministrazione perché le Amministrazioni sono dirette espressioni dei cittadini; vuol essere invece una lettera a voi., nostri concittadini, perché insieme prendiamo responsabilità di quale è la situazione della città, perchè si mobilitino le coscienze, perché insieme si prema verso un modo di gestione della cosa pubblica pensoso di quei problemi di qualità che sono segno di una comunità evoluta come la nostra.

Tutto quanto precede è finalizzato a far discutere una riflessione, che coinvolga tutti gli uomini di buona volontà, sul modo nuovo di “costruire la città”; auspichiamo perciò un ampio dibattito e confronto su questo documento. Vorremmo che questa riflessione diventasse stimolo alla creazione di strumenti qualificati e permanenti di osservazione della realtà, lettura dei bisogni, elaborazione di proposte e controllo della gestione della cosa pubblica”.

“Ho amato la mia gente.”

“E ora vado a pregare”

Questa è la sintesi del testamento spirituale del nostro Padre Vescovo nel momento del Suo commiato, certamente una Preghiera per la Sua gente e per la Sua città, cosicché, alimentati da essa, nasca in tutti, il bisogno di un rinnovato impegno, di un ritrovato fervore e di un orgoglioso riscatto – civile e sociale – che speriamo possa iniziare, anche, da questa nostra riflessione.

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