Un colpo esploso, in piena notte, durante un inseguimento concitato dopo un tentato furto. È attorno a quell’istante che il tribunale di Roma ha costruito la propria decisione, condannando a tre anni di reclusione Emanuele Marroccella, carabiniere, per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Una pena superiore a quella richiesta dalla pubblica accusa, che si era fermata a due anni e sei mesi.
La sentenza – Il giudice ha ritenuto che Marroccella abbia ecceduto nell’uso dell’arma nel momento in cui ha sparato a Jamal Badawi, 56 anni, ladro sorpreso all’interno di un’azienda informatica e colpito mentre tentava la fuga, ormai di spalle, secondo l’accusa. Una ricostruzione che ha portato a una condanna più severa di quella sollecitata dai pubblici ministeri.
Le posizioni contrapposte – Per i legali della famiglia della vittima, la decisione ha un “sapore agrodolce”. «Abbiamo più volte prospettato alla procura di riqualificare come omicidio volontario», ha spiegato l’avvocato Claudia Serafini, che assiste i familiari di Badawi insieme al collega Michele Vincelli. Quest’ultimo ha sottolineato come, nonostante l’imputazione ritenuta “sbagliata”, l’obiettivo fosse il riconoscimento delle responsabilità e il risarcimento delle parti civili: il tribunale ha stabilito una provvisionale di 15mila euro per ciascun figlio e di 5mila euro per ciascun fratello della vittima. Di segno opposto la lettura della difesa del militare. «Il collega del nostro assistito è vivo per miracolo dopo le ferite inferte con un cacciavite. Faremo appello», hanno annunciato gli avvocati Paolo Galinelli e Lorenzo Rutolo.
Il fatto – La vicenda risale alla notte del 20 settembre 2020. Sono circa le 4 in via Paolo di Dono, nel quartiere Eur, quando scatta l’allarme per un tentativo di furto negli uffici della società Landing Solution. Sul posto arrivano tre pattuglie dei carabinieri. Durante il controllo dei locali, Badawi spunta all’improvviso da dietro una porta e tenta di aggredire con un cacciavite il carabiniere Lorenzo Antonio Grasso, ferendolo nel corso di una breve colluttazione. Subito dopo si dà alla fuga. Grasso e il collega Marroccella lo inseguono e gli intimano di fermarsi, ma l’uomo non si arresta. Secondo l’accusa, quando Marroccella esplode il colpo, Badawi si trova a una distanza compresa tra i sette e i tredici metri ed è di spalle. Il proiettile lo colpisce mortalmente. Accanto al corpo viene rinvenuto il cacciavite.
Il dibattito processuale – In aula si è discusso a lungo sulla dinamica dell’aggressione e sulle condizioni del carabiniere ferito. Per la difesa dei familiari della vittima, Grasso avrebbe riportato solo un’ecchimosi, senza fuoriuscita di sangue, circostanza che, secondo il legale Vincelli, emergerebbe anche dalle immagini. È stato inoltre sostenuto che Badawi, pur in fuga, stesse dirigendosi verso un cancello oltre il quale erano presenti altri militari, e che lo sparo avrebbe potuto mettere a rischio gli stessi colleghi. Da qui la tesi della “reazione spropositata” e dell’alternativa, secondo la parte civile, di un colpo in aria.
Le reazioni – Sul fronte opposto, la condanna ha suscitato la reazione del Sindacato Italiano Militari dei carabinieri, che ha parlato di “senso di abbandono istituzionale” e ha ribadito la propria solidarietà al collega e alla sua famiglia. Anche il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini è intervenuto sulla vicenda, esprimendo vicinanza al carabiniere e sostenendo che «a temere una condanna devono essere i criminali, non le forze dell’ordine e le persone perbene».
L’appello – Con ogni probabilità la difesa presenterà ricorso. La parola passerà così a un nuovo grado di giudizio, chiamato a riesaminare una vicenda che continua a dividere, tra tutela dell’operato delle forze dell’ordine e i limiti fissati dalla legge nell’uso delle armi.

