Italia

Thyssenkrupp, la rabbia dei lavoratori

Il corteo di TorinoTORINO. Lo scorso 6 dicembre un incendio si sviluppò nello stabilimento delle acciaierie Thyssenkrupp, in corso Regina Margherita, a Torino.

Antonio Schiavione, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe De Masi volevano solo lavorare per mantenere le loro famiglie.Ma quel lavoro se li è portati via. Ad esprimere la propria rabbia ed indignazione è il rappresentante della sicurezza per il lavoro Marco Bazzoni, che ha dichiarato: “Qualcuno ha parlato di turni massacranti di 16 ore, di fabbrica in dismissione, e quindi non veniva fatta neanche più la manutenzione agli impianti.

Quel che è certo che la fabbrica non era a norma e l”ho dimostra il sopralluogo dell”Asl dopo la strage, 116 violazioni. La Thyssenkrupp non aveva neanche il certificato antincendio, sia nella stabilimento di Torino, che in quello di Terni. Quando un”azienda non fa neanche il minimo indispensabile, cioè ricaricare gli estintori, il certificato antincendio, a me vengono fuori dei seri dubbi, e questi dubbi si concretizzano nel fatto che non gliene importava niente della sicurezza sul lavoro, ma gli importava solo della produzione (anche se lo stabilimento era in dismissione, lavorava ancora a pieno ritmo con 200 operai), perché altrimenti non si spiegherebbe tutto ciò. E se questo è successo in una grande azienda come la Thyssenkrupp, mi metto le mani nei capelli e non oso pensare cosa possa succedere nelle aziende più piccole. Ieri è morto anche Giuseppe De Masi, aveva solo 26 anni! Vorrei che noi tutti ci fermassimo un attimo, facessimo una pausa di riflessione e ci chiedessimo: E” normale che ogni giorno 3-4 lavoratori non facciano più ritorno a casa, perché nella maggior parte dei luoghi di lavoro manca la sicurezza? E” normale che in una Paese che si definisce civile, e nella cui Costituzione (art 1), che dice” L”Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro”, ci siano ogni anno 1200-1300 morti sul lavoro (l”anno scorso 1302)? Perché non ci indigniamo più? Perché accettiamo queste cose? Perché chi dovrebbe fare i fatti per cambiare questa situazione, fa solo parole?”.

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