Un sistema organizzato per svuotare i conti correnti di privati e aziende e far confluire parte dei proventi nelle casse del clan dei Casalesi. È lo scenario emerso dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli che hanno portato all’arresto di due imprenditori casertani, ritenuti promotori di un’organizzazione criminale attiva tra l’Italia e la Spagna.
L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata eseguita dai militari del Nucleo speciale polizia valutaria della Guardia di Finanza, con il supporto dei finanzieri del comando provinciale di Caserta e Milano, su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli. Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere e autoriciclaggio con l’aggravante di aver agevolato il clan dei Casalesi.
Gli arresti e i ruoli nell’organizzazione – In carcere sono finiti Pasquale Corvino, 40 anni, e Angela Turco Cirillo, 43 anni, sua compagna. Secondo gli inquirenti, il primo sarebbe stato il promotore e organizzatore del sodalizio criminale, mentre la donna avrebbe avuto il ruolo di collaboratrice diretta, occupandosi di prelevare denaro contante dai conti correnti e consegnarlo a Corvino, oltre a curare parte degli investimenti in valute virtuali. L’inchiesta ha coinvolto complessivamente 24 persone. Tra gli indagati figurano anche Nicola Sergio Kader, indicato come esponente di vertice della fazione Bidognetti del clan dei Casalesi, e il collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, genero del boss Francesco Bidognetti, detto “cicciotto di mezzanotte”.
Le indagini e il sistema delle truffe – Le attività investigative, sviluppate anche attraverso i canali di cooperazione internazionale di polizia, hanno consentito di ricostruire 38 episodi di truffa ai danni di altrettante vittime italiane. Il periodo preso in esame va da gennaio 2018 a dicembre 2023. Secondo quanto emerso, sarebbero stati sottratti circa 800mila euro, somme che in parte sarebbero confluite nelle casse del clan dei Casalesi.
L’organizzazione agiva attraverso tecniche di frode informatica sempre più sofisticate: phishing tramite mail, smishing mediante sms e vishing attraverso contatti telefonici. In molti casi le vittime ricevevano messaggi apparentemente provenienti dal proprio istituto di credito, con cui veniva segnalata l’esecuzione di bonifici o altre operazioni sospette. Subito dopo interveniva un falso operatore bancario che, fingendosi addetto al sistema antifrode, convinceva il correntista a effettuare un bonifico istantaneo verso conti riconducibili al gruppo criminale.
Un secondo metodo consisteva nella duplicazione fraudolenta della sim telefonica associata al conto corrente della vittima. In questo modo i truffatori riuscivano ad accedere all’home banking e, una volta ricevuto il codice temporaneo otp tramite sms, trasferivano con bonifici istantanei il denaro presente sui conti verso altri rapporti bancari collegati all’organizzazione.
Il flusso del denaro e i legami con il clan – I fondi sottratti venivano rapidamente spostati su ulteriori conti correnti, anche esteri, per poi essere prelevati in contanti. Una parte consistente del denaro – circa il 40 per cento secondo gli investigatori – veniva consegnata a esponenti del clan dei Casalesi. In alcune circostanze i proventi delle truffe sarebbero stati investiti anche in criptovalute, ritenute dagli indagati un investimento “sicuro” per la difficoltà di identificare i titolari dei portafogli virtuali.
Perquisizioni in sei province – Alla luce delle risultanze investigative e accogliendo la richiesta della Dda di Napoli, il giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere per i due principali indagati, entrambi imprenditori attivi nel settore del commercio di automobili e domiciliati tra Italia e Spagna. Per gli altri indagati, il gip ha comunque ritenuto sussistente un quadro indiziario che li collegherebbe a un’associazione finalizzata alla frode informatica, al riciclaggio e all’autoriciclaggio, con l’aggravante – per sei di loro – di aver agito per favorire il clan. Nel corso delle indagini sono state inoltre eseguite 21 perquisizioni tra abitazioni e attività commerciali nelle province di Napoli, Caserta, Modena, Benevento, Potenza e Isernia, con l’obiettivo di acquisire ulteriori elementi utili all’inchiesta.

