Roma, oro “ripulito” e prestanome nullatenenti: sigilli a beni per oltre 60 milioni

di Redazione

Oro di provenienza non tracciata trasformato in lingotti, conti correnti di disoccupati improvvisamente colmi di bonifici da decine di migliaia di euro, società di compro oro e un banco metalli al centro del flusso di denaro: la Guardia di finanza di Roma, su delega della Procura di Velletri, sta eseguendo un sequestro preventivo di beni e valori per oltre 60 milioni di euro nei confronti di sei persone gravemente indiziate, a vario titolo, di reati fiscali e riciclaggio, in esecuzione di un provvedimento del tribunale di Velletri – sezione giudice per le indagini preliminari.

Il provvedimento – Il sequestro, che mira a bloccare quello che viene ritenuto il profitto dei reati contestati, è eseguito dai finanzieri del comando provinciale di Roma, in particolare dai militari del nucleo di polizia economico-finanziaria della capitale e della compagnia di Nettuno. Nel mirino sei soggetti ritenuti al centro di un articolato sistema illecito costruito attorno al commercio di oro e preziosi e alla creazione di fittizi costi d’impresa per sottrarsi al fisco.

Il circuito dell’oro – Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, alla base del meccanismo ci sarebbe l’acquisizione occulta di oro e gioielli da parte di società operanti nel settore del compro oro. La reale provenienza del metallo veniva “coperta” attraverso fatture per operazioni inesistenti emesse da società cartiere o simulate compravendite da privati, così da dare una parvenza di regolarità ai passaggi commerciali. L’oro, una volta entrato nel circuito, veniva ridistribuito a fonderie e imprese compiacenti, inserite nello stesso schema illecito, con l’obiettivo di cancellare ogni collegamento con l’origine effettiva del materiale.

Quattro anni di operazioni e 280 chili di metallo prezioso – Le condotte contestate si snodano nell’arco di quattro anni, dal 2020 al 2024. In questo periodo, i compro oro avrebbero compilato numerose schede di acquisto false per oro e gioielli, per un totale di circa 280 chili di materiale, che con ogni probabilità costituiva il frutto di furti. Il metallo passava per un banco metalli di Roma, dove veniva fuso e reso irriconoscibile. Proprio la completa distruzione degli oggetti originari rende oggi impossibile dimostrare anche il reato di ricettazione: a restare sono le centinaia di schede considerate fittizie, con le firme dei prestanome e le parziali ammissioni rese dagli indagati, sei imprenditori romani titolari delle ditte coinvolte.

I prestanome tra Anzio e Nettuno – La seconda gamba dell’inchiesta riguarda i conti correnti di dieci persone residenti tra Anzio e Nettuno, molte delle quali beneficiarie del reddito di cittadinanza per le proprie condizioni di indigenza. Si tratta di soggetti formalmente nullatenenti, persone con gravi difficoltà economiche sui cui conti, all’improvviso, hanno cominciato a transitare bonifici da decine di migliaia di euro. Proprio queste anomalie, notate dai finanzieri della compagnia di Nettuno, hanno acceso il sospetto e fatto scattare gli approfondimenti: movimentazioni di denaro incompatibili con i profili dei titolari e riconducibili, secondo l’accusa, al sistema di riciclaggio messo in piedi dalla rete di imprese. Le indagini coordinate dalla procura di Velletri hanno così delineato un quadro che parte dalla capitale e si estende oltre i confini regionali.

Società cartiere e evasione fiscale – Il cuore del meccanismo fiscale illecito ruoterebbe attorno alle cosiddette società cartiere, imprese esistenti solo sulla carta, senza una reale sede né una concreta operatività. Queste realtà di facciata emettevano fatture per operazioni inesistenti, utilizzate per giustificare pagamenti mai avvenuti e gonfiare i costi, in modo da abbattere l’imponibile e nascondere un’evasione milionaria. Il denaro “risparmiato” al fisco veniva poi fatto rientrare nel circuito illecito: le somme transitavano sui conti dei prestanome attraverso assegni e bonifici sotto soglia, per evitare i controlli automatici, e venivano quindi restituite in contanti ai promotori del sistema. I prelievi, spesso effettuati nella stessa giornata in diversi sportelli, risultano frazionati proprio per eludere ogni possibile attività di monitoraggio bancario.

Beni congelati tra Roma e il litorale – Oltre ai sei imprenditori romani, il numero complessivo degli indagati sale a 24 persone. Nel patrimonio oggetto di sequestro figurano una villa in provincia di Roma, tre appartamenti – due a Nettuno e uno nella capitale – dieci negozi e magazzini, due terreni, oltre a conti correnti e disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati. Un blocco di beni e valori che, nelle intenzioni degli inquirenti, fotograferebbe il volume del profitto maturato in anni di operazioni occulte sull’oro e di sistematico utilizzo di fatture false per drenare denaro dal circuito legale dell’economia. IN ALTO IL VIDEO

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