Madre e figlia morte, il sospetto della ricina: interrogati marito e sorella

di Redazione

Un’indagine che si muove su più fronti, tra interrogatori, accertamenti tecnici e ipotesi ancora tutte da verificare. A distanza di oltre tre mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, il caso di Pietracatella continua a presentare zone d’ombra e resta senza indagati, mentre prende corpo il sospetto di un possibile avvelenamento. Le due donne morirono all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo essersi sentite male nella loro abitazione tra il 23 e il 24 dicembre. Un arco temporale ristretto, oggi al centro degli approfondimenti degli investigatori della Squadra Mobile, guidati da Marco Graziano.

Gli interrogatori in questura – Nelle ultime ore sono stati ascoltati in questura il marito e padre delle vittime, Gianni Di Vita, ex sindaco Pd di Pietracatella, e la figlia maggiore Alice, di 19 anni. I due sono entrati da un accesso secondario per evitare l’attenzione di telecamere e giornalisti presenti all’esterno. L’audizione si inserisce in un’attività investigativa più ampia che ha già coinvolto circa venti persone tra familiari e conoscenti, chiamati a ricostruire le ultime ore di vita delle vittime. Alice, la sera del 23 dicembre, non era presente a tavola con la famiglia, essendo uscita con amici, ma ha partecipato sia al pranzo che alla cena della Vigilia, rispettivamente a casa del nonno materno e della nonna paterna.

L’ipotesi della ricina – La Procura di Larino procede per duplice omicidio volontario. Al centro dell’inchiesta, il sospetto che le due donne possano essere state avvelenate con la ricina, una sostanza altamente tossica ricavata dal ricino, la cui produzione richiede procedimenti complessi e autorizzazioni specifiche. Secondo gli accertamenti dei consulenti, sarebbe stata esclusa l’ipotesi di un rilascio lento della sostanza. Questo elemento orienta verso una possibile assunzione rapida del veleno, forse durante uno dei pasti consumati tra il 23 e il 24 dicembre, considerato che i primi sintomi si manifestarono la mattina di Natale.

I pasti sotto esame – Gli investigatori stanno concentrando l’attenzione su due cene e un pranzo, cercando di ricostruire con precisione chi fosse presente e cosa sia stato consumato. Tra i piatti portati in tavola, anche preparazioni a base di funghi, circostanza che ha portato al coinvolgimento del Centro antiveleni di Pavia. Proprio gli esperti della Fondazione Maugeri avrebbero segnalato alla Procura la possibile presenza della ricina, contribuendo a indirizzare le indagini verso l’ipotesi dolosa. In una prima fase, infatti, il procedimento era stato aperto per omicidio colposo, con cinque medici indagati per una presunta sottovalutazione iniziale dei sintomi.

La pista dei regali di Natale – Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è anche quella legata ai doni ricevuti in occasione delle festività: cestini alimentari, barattoli e confetture che potrebbero essere stati contaminati. Una pista ancora tutta da verificare, ma che rientra nel quadro investigativo.

“Padre e figlia non indagati” – Il legale di Gianni e Alice Di Vita, l’avvocato Paolo Lanese, sottolinea come i suoi assistiti non siano indagati: “Il fatto stesso che i nostri clienti siano stati convocati in questura senza la presenza di un avvocato dimostra palesemente che non sono indagati e che si procede ancora contro ignoti”. E aggiunge: “Né c’è la certezza del cibo avvelenato e se fosse stato un caffè preso fuori casa? Insomma, è assolutamente presto per trarre qualunque conclusione e puntare il dito contro qualcuno”.

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