Addio al reverendo Jesse Jackson: pioniere dei diritti civili e due volte candidato alla Casa Bianca

di Redazione

È morto martedì 17 febbraio, all’età di 84 anni, il reverendo Jesse Jackson, storico attivista per i diritti civili, ministro battista e due volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti. La notizia è stata comunicata dalla famiglia in una nota diffusa ai media americani. Jackson era da tempo affetto da una malattia neurodegenerativa, la paralisi sopranucleare progressiva (Psp), che ne aveva aggravato le condizioni negli ultimi mesi.

Il comunicato della famiglia – “Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo per la nostra famiglia, ma anche per gli oppressi, i senza voce e gli emarginati in tutto il mondo. Lo abbiamo condiviso con il mondo e, in cambio, il mondo è diventato parte della nostra famiglia allargata. La sua incrollabile fede nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’amore ha motivato milioni di persone e vi chiediamo di onorare la sua memoria continuando la lotta per i valori per cui ha vissuto”, si legge nella nota diffusa dai familiari.

Dalle marce per i diritti civili alla guida del movimento – Nato a Greenville durante l’era delle leggi segregazioniste di Jim Crow, Jackson raggiunse la notorietà nazionale negli anni Sessanta come stretto collaboratore del reverendo Martin Luther King Jr.. Partecipò alla marcia di Selma del 1965, passaggio cruciale che aprì la strada all’approvazione delle leggi sui diritti civili sotto la presidenza di Lyndon B. Johnson. Dopo l’assassinio di King nel 1968, divenne uno dei leader afroamericani più influenti del Paese. Fu lo stesso King ad affidargli la missione di promuovere il riscatto sociale ed economico della comunità nera a Chicago, con la fondazione di Operation Breadbasket. Negli anni successivi diede vita alla Rainbow Coalition, un’alleanza che riuniva neri, bianchi, latini, asiatico-americani, nativi americani e persone LGBTQ, contribuendo a ridefinire il profilo del Partito Democratico.

“Nazione arcobaleno” – Celebre una sua frase: “La nostra bandiera è rossa, bianca e blu, ma la nostra nazione è un arcobaleno: rosso, giallo, marrone, nero e bianco, e siamo tutti preziosi agli occhi di Dio”. Tra i suoi slogan più noti, ripetuto per decenni: “Mantieni viva la speranza”.

Le campagne per la Casa Bianca – Negli anni Ottanta Jackson tentò due volte la corsa alla presidenza, nel 1984 e nel 1988, durante l’era di Ronald Reagan. Nelle primarie democratiche si classificò terzo nella prima occasione e secondo nella seconda. Pur sconfitto, riuscì a mobilitare oltre due milioni di nuovi elettori afroamericani, ampliando in modo significativo la base democratica. La sua battaglia per modificare il sistema di assegnazione dei delegati, passando dal modello “chi vince prende tutto” a un sistema proporzionale, avrebbe inciso negli anni successivi sugli equilibri interni al partito, favorendo anche l’ascesa di Barack Obama. A chi gli chiedeva se gli pesasse non essere stato il primo presidente nero degli Stati Uniti, rispose: “No, non è così, perché ero un pioniere, un apripista. Ho dovuto affrontare dubbi, cinismo e timori riguardo alla candidatura di una persona di colore. C’erano studiosi di colore che scrivevano articoli sul perché stessi sprecando il mio tempo. Persino i neri dicevano che un nero non poteva vincere”.

60 anni di impegno pubblico – Per oltre sei decenni Jackson è stato protagonista della vita politica e sociale americana: attivista, ministro battista, candidato presidenziale, conduttore televisivo e promotore della giustizia sociale in tre epoche diverse, dalla segregazione razziale all’era post-diritti civili, fino ai movimenti contemporanei per l’uguaglianza. La sua oratoria e la sua visione hanno lasciato un’impronta profonda nel dibattito pubblico degli Stati Uniti, contribuendo a trasformare il Partito Democratico in una forza più inclusiva e multiculturale. Con la sua scomparsa si chiude una stagione centrale della lunga battaglia per i diritti civili in America.

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