Davos, nasce il Board of Peace per Gaza: Trump esulta, 17 Paesi firmano la Carta

di Redazione

Una cerimonia dal forte valore simbolico, ma anche carica di messaggi politici, ha segnato a Davos la nascita del Board of Peace per Gaza. Sul palco del World Economic Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di “una giornata molto emozionante”, ribadendo che “tutti vogliono farne parte”, mentre prendeva forma un nuovo organismo internazionale pensato per accompagnare la fine del conflitto nella Striscia e avviare una fase di ricostruzione. Trump ha

rivendicato il lavoro svolto dalla sua Amministrazione sul fronte internazionale: “Abbiamo posto fine a otto guerre e un’altra terminerà molto presto”, ha affermato, definendo quest’ultima “la più difficile”, in un chiaro riferimento al conflitto in Ucraina. Al termine dell’intervento, il presidente americano ha avuto anche un incontro bilaterale con il leader ucraino Volodymyr Zelensky.

Il piano per Gaza e la visione immobiliare – Al centro della cerimonia, anche la presentazione della cosiddetta “nuova Gaza”. Trump, richiamando la sua esperienza nel settore immobiliare, ha insistito sul valore strategico della posizione geografica della Striscia: “Per me la posizione è tutto. Guardate questo splendido pezzo di proprietà sul mare, cosa potrebbe rappresentare per così tante persone”. Secondo il presidente Usa, la trasformazione dell’area potrebbe migliorare radicalmente le condizioni di vita della popolazione: “Le persone che vivono così male vivranno così bene”. A illustrare nel dettaglio il progetto è stato Jared Kushner, genero del presidente e tra i promotori della “Pace in 20 punti” per Gaza. Durante il suo intervento, Kushner ha mostrato render e mappe della Striscia, descrivendo un piano da realizzare per fasi, con alloggi per i lavoratori, piena occupazione, nuove infrastrutture e uno sviluppo turistico costiero caratterizzato da grattacieli futuristici affacciati sul mare. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: “Costruire tutto in tre anni”.

Chi ha firmato la Carta – L’invito della Casa Bianca era stato esteso a 52 governi, ma solo 17 Paesi hanno sottoscritto la Carta del Consiglio di pace per Gaza. Si tratta di Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakhstan, Kosovo, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Mongolia. Sul palco erano presenti i rappresentanti dei Paesi aderenti, tra capi di Stato, primi ministri e ministri degli Esteri. Trump ha definito il Board of Peace “una delle strutture più importanti mai create”, sottolineando di prenderne la guida “molto sul serio” e ribadendo che il Consiglio lavorerà anche con altri attori internazionali, comprese le Nazioni Unite. Quanto ad Hamas, il presidente americano ha lanciato un avvertimento netto: se non disarmerà, “sarà la fine per loro”.

Rubio: “Inizia una nuova era” – Nel suo intervento, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha parlato di “possibilità infinite” per il Board of Peace, definendolo un “Consiglio d’azione” e indicando nella leadership di Trump l’elemento decisivo. “Oggi è l’inizio di una nuova era”, ha detto, spiegando che l’iniziativa guarda non solo a Gaza ma al futuro dell’intera regione mediorientale e può diventare un modello replicabile in altre parti del mondo.

Valico di Rafah e segnali dal terreno – Durante la cerimonia è arrivato anche un annuncio operativo: la riapertura, dalla prossima settimana, del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, chiuso dal maggio 2024. A comunicarlo è stato Ali Shaath, leader del comitato tecnocratico palestinese, che ha parlato di “un vero passo avanti che segna una nuova direzione”.

Russia: un miliardo di dollari per la ricostruzione – Da Mosca è giunto il sostegno della Russia. Il presidente Vladimir Putin ha annunciato la disponibilità a destinare un miliardo di dollari al Board of Peace per sostenere il popolo palestinese e la ricostruzione di Gaza, nel corso di un incontro con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Putin ha inoltre confermato che l’utilizzo dei beni russi congelati negli Stati Uniti sarà oggetto di discussione con l’Amministrazione americana.

Venezuela, Iran e Ucraina – Nel suo lungo intervento a Davos, Trump ha toccato anche altri dossier internazionali di primo piano. Sul Venezuela, il presidente statunitense ha rivendicato l’arresto di Nicolás Maduro, affermando che “il popolo venezuelano ne è molto felice” e annunciando una nuova fase nei rapporti con i “nuovi leader”, con la riapertura del Paese alle grandi compagnie petrolifere e il ritorno di “50 milioni di barili” che, secondo Trump, garantiranno nuove entrate economiche. Riferendosi all’Iran, il tycoon ha ricordato che Teheran era “a due mesi dall’avere un’arma nucleare” prima dei bombardamenti dello scorso giugno, sottolineando che “non possiamo permettere che accada” e confermando l’intenzione di avviare un dialogo: “L’Iran vuole parlare, e parleremo”. Quanto all’Ucraina, Trump ha ribadito di essere vicino alla fine di “un’altra guerra molto difficile”, quella che pensava sarebbe stata più semplice da risolvere, spiegando che sono in corso incontri e che “sono stati fatti molti progressi”, pur ricordando il costo umano del conflitto: “Ventinovemila persone sono morte solo nell’ultimo mese, soprattutto soldati”.

Il dossier Groenlandia e le tensioni Nato – A Davos si è parlato anche di Groenlandia. Trump ha rivendicato “passi avanti” dopo il confronto con il segretario generale della Nato Mark Rutte, ma da Copenaghen è arrivata una presa di posizione netta. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha chiarito che Rutte “non ha il mandato di negoziare per conto della Groenlandia o della Danimarca”, ribadendo che la sovranità “non è negoziabile”. Sulla stessa linea il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha definito inaccettabile qualsiasi minaccia al territorio europeo, pur riconoscendo che Trump “ha imboccato la strada giusta” sul fronte della sicurezza dell’Artico.

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