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Dal mare arriva la batteria “green”

La Ibm, la più antica azienda americana al mondo nel settore informatico, sta lavorando ad un progetto per abbandonare definitivamente i materiali dannosi utilizzati per la costruzione degli attuali accumulatori di energia. Batterie green, prive di metalli pesanti, sono allo studio presso il Battery Lab di IBM Research che mira alla produzione di sistemi potenzialmente in grado di superare le prestazioni di quelli agli ioni di litio.

Il prototipo realizzato nei laboratori dei ricercatori americani è stato costruito utilizzando materiali estratti dall’acqua di mare, riducendo al minimo la necessità di ricorrere al composto estratto in miniera. Il materiale catodico impiegato è privo inoltre di cobalto e nichel, ma il punto di forza della ricerca condotta dal colosso statunitense consiste nell’uso di una sostanza liquida sicura con un alto punto di infiammabilità, che sopprime le particelle del litio metallico durante la carica. Ciò comporta una vera e propria innovazione in termini di costi, tempi di ricarica, potenza, sicurezza ed efficienza.

La ridotta infiammabilità e i tempi rapidi di ricarica – possono raggiungere l’80% di carica in soli cinque minuti – fanno di queste batterie innovative la soluzione ideale per l’automotive, oltre che una sfida per il futuro considerati i costi relativamente bassi per l’approvvigionamento delle sostanze per costruirle. Se, fin dal primo momento in cui le batterie agli ioni di litio hanno fatto la loro comparsa sul mercato, sono state considerate efficienti, innovative e sicure, in virtù del ruolo fondamentale nel processo di decarbonizzazione, c’è da dire che non è tutto oro ciò che è ‘green’. Considerarle caposaldo della transizione sostenibile ha comportato, inevitabilmente, l’incremento smisurato della richiesta di litio che, ad esempio, è raddoppiata nel biennio 2016-2018, incrementando notevolmente le attività di estrazione con conseguenze nefaste per quello che riguarda le emissioni in ambiente di CO2.

C’è poi da considerare che queste attività estrattive sono spesso collegate allo sfruttamento della manodopera minorile e alle violazioni dei diritti umani, la Repubblica democratica del Congo può considerarsi un esempio. Ad aggravare la situazione vi è la difficoltà nello smaltimento delle batterie esauste che contengono materiali tossici e dannosi per l’ambiente. L’Unione Europea stima che solo il 5% degli accumulatori viene riciclato, mentre il 57% non viene nemmeno raccolto per lo smaltimento, ma disperso nell’ambiente. Tutti aspetti che hanno spinto, come dicevamo, la Ibm a trovare una soluzione. Al progetto lavoreranno, congiuntamente, anche la Mercedes Benz Research and Development North America, la Central Glass, fornitore di elettroliti e la Sidus Energy, la casa produttrice di batterie con sede a Fremont in California.

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