Gricignano

Gricignano, processo su morte di Francesca Oliva. Un consulente: “Cartella clinica manomessa”

Gricignano (Caserta) – Una novità clamorosa nel processo per l’omicidio colposo di Francesca Oliva, la 29enne di Gricignano deceduta circa sei anni fa, insieme a due dei tre gemellini che portava in grembo, durante il parto avvenuto nella clinica “Pineta Grande” di Castel Volturno. Durante l’udienza, tenutasi nella mattinata di lunedì 20 gennaio dinanzi al giudice Roberta Carotenuto del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il pubblico ministero Gerardino Cozzolino ha depositato degli atti di indagine integrativi dai quali sembrerebbe che la clinica del litorale domizio avrebbe manomesso la cartella clinica dopo la morte della ragazza (dichiarata alle ore 5.00 del 24 maggio 2014). In sintesi alcuni soggetti, di cui è in corso l’identificazione, avrebbero continuato a manomettere la cartella fino alle ore 10.30 del 24 maggio, “mentendo”, al fine di tutelare il personale medico, sulla somministrazione per via endovenosa dell’Unasyn, un antibatterico agisce contro infezioni che possono colpire diverse parti dell’organismo, necessario per il trattamento della paziente.

Infatti, il collegio difensivo della famiglia Oliva, costituito dagli avvocati Raffaele Costanzo e Francesco Lettieri, ha sottolineato come da altri documenti della clinica risulterebbe che alla 29enne sarebbe stato somministrato, per via orale, un altro antibiotico molto meno efficace dell’Unasyn. Anzi, considerando l’incongruenza tra gli orari di somministrazione dell’Unasyn, c’è il sospetto che alla ragazza quest’ultimo farmaco non sarebbe stato mai dato. A sostegno di questa tesi c’è la consulenza di Andrea Ricci, ideatore del software “Argos” della società “Dedalus spa”, in dotazione dal 2006 al 2017, e quindi anche all’epoca dei fatti, alla clinica castellana. Un programma che consente di costruire una cartella clinica e descrivere una particolare attività o processo: episodio di ricovero, diario clinico, accettazione infermieristica, diario infermieristico, eccetera. Secondo la relazione di Ricci, l’Unasyn sarebbe stato prescritto almeno tre volte, e due volte cancellato, senza essere mai stato somministrato: “La prima volta, tra le 11:57 e le 18:01 del 23/5, con la posologia delle 8, venendo cancellato prima delle 18:31; una seconda volta tra le 6:21 e le 7:40 del 24/5, con la posologia delle 10, rimossa tra le 10:15 e le 10:22, quando viene definita la terza prescrizione; una terza volta intorno alle 10:22 del 24/5, con la data retrodatata al 22/5: quella che persiste nel DB, con la posologia delle 10 e delle 22”.

La difesa degli imputati ha però messo in dubbio l’attendibilità di Ricci, ritenendo che le sue accuse siano legate ad una ritorsione contro la clinica Pinetagrande dovuta alla rescissione del contratto avvenuta nel 2015, per la quale è in corso un contenzioso. Da parte loro, gli avvocati della famiglia Oliva hanno rigettato tale ipotesi poiché i fatti al centro del processo riguardano un periodo precedente all’interruzione dei rapporti tra il consulente e la struttura ospedaliera. Il giudice Carotenuto, pertanto, ha fissato un’altra udienza per il prossimo 31 gennaio in cui verranno ascoltati il consulente Ricci e i legali dei 14 medici imputati: Stefano Addeo, Renato Brembo, Gerardo Buonanno, Vincenzo Cacciapuoti, Gerardo Cardone, Giuseppe Ciccarelli, Giovanni De Carlo, Antonio Della Gala, Giuseppe Delle Donne, Pasquale Favale, Pietro Granata, Giuliano Grasso, Crescenzo Pezone ed Antonio Russo.

Francesca Oliva morì per setticemia. Nel suo grembo c’erano tre gemelli. Solo uno, una femmina, sopravvisse. Era il 24 maggio del 2014 e Francesca, seguita durante la gravidanza dal ginecologo Sabatino Russo, era stata ricoverata prima all’ospedale di Giugliano e poi alla clinica di Castel Volturno. Dopo le minacce di aborto, il suo medico, il 7 maggio, le aveva praticato un cerchiaggio cervicale a fronte della presenza di una significativa leucocitosi con neutrofilia del 77 per cento, emersa dagli esami del sangue. Era in atto una contaminazione batterica. Qualche giorno dopo, uno dei suoi tre bambini, il maschietto, morì. Nessuno, però, se ne accorse, nonostante l’ecografia eseguita, stando alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, dal medico Addeo. E così Francesca venne trasferita d’urgenza, il 19 maggio, alla clinica “Pineta Grande”. Il 22 maggio la sua condizione di salute precipitò. La febbre altissima venne curata con antibiotici inidonei. Il 23 maggio si decise, infine, di operare il cesareo, per far nascere i bambini alla venticinquesima settimana di gestazione. Il maschietto era già morto, mentre una delle due femmine, Giorgia, sopravvisse al parto, ma morì dopo 24 ore per scarsa maturità dell’apparato respiratorio. L’unica sopravvissuta fu una bambina, Maria Francesca, trasferita all’ospedale “Santobono” di Napoli e salvata dai medici di quella struttura.

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