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Golden Globes, trionfano “Tre Manifesti” e “Lady Bird”. Delusione per Luca Guadagnino

Nella sontuosa cornice del Beverly Hilton di Los Angeles è andata in scena la 75esima edizione dei Golden Globes, i prestigiosi premi assegnati annualmente dalla Hollywood Foreign Press Association, l’associazione della stampa estera di stanza nella Mecca del Cinema, che inaugura la cosiddetta Award Season, ovvero la stagione dei premi cinematografici più importanti. Ritenuta una sorta di anticamera degli Oscar, le cui nomination verranno rese note tra un paio di settimane, la manifestazione ha, quest’anno, anticipato il tema che certamente sarà dominante anche durante la Notte delle Stelle. Attrici vestite di nero hanno, infatti, sfilato sul red carpet per sollecitare un’ulteriore presa di coscienza sugli abusi compiuti da Weinsten & Co. e per enfatizzare l’iniquità del trattamento economico tra uomini e donne del grande schermo, ferita tuttora aperta e sanguinante del dorato mondo di celluloide.

Anche le scelte operate, in fatto di vincitori, hanno, in parte, risposto a tale esigenza primaria dello showbiz attuale. A partire dal lungometraggio drammatico, il duro e dark “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” diretto dall’angloirlandese Martin McDonagh, che ha prevalso nelle categorie di film, sceneggiatura, attrice protagonista di un dramma, Frances McDormand, e attore non protagonista, Sam Rockwell. Si tratta di uno spietato ritratto dell’omertosa provincia yankee nella quale una donna si oppone, senza mezzi termini, all’inerzia della polizia locale, troppo pigra e disinteressata a cercare di scoprire il destino della giovane figlia scomparsa nel nulla.

Femmine ribelli e destabilizzanti sono, anche, le muse ispiratrici della miglior commedia dell’anno, il delizioso ritratto autobiografico “Lady Bird” dell’esordiente Greta Gerwig, premiata, pure, per l’ attrice brillante, la britannica Saoirse Ronan. Gli altri Globi sono andati al redivivo Gary Oldman, miglior attore drammatico nello storico “The Darkest Hour”, nel quale veste i controversi panni dello statista inglese Winston Churchill, all’eterna promessa, finalmente mantenuta, James Franco, miglior attore di commedia nell’esilarante “The Disaster Artist”, alla caratterista Allison Janney, madre senza scrupoli nel biografico “I, Tonya”, e al poliedrico cineasta messicano Guillermo del Toro, autore dell’apprezzatissima allegoria sottomarina “The Shape of Water”.

Delusione, invece, per tutti i candidati italiani. A cominciare dal siciliano Luca Guadagnino, uscito a mani completamente vuote con il suo romance d’altri tempi “Call me by your name”. Troppo lontano il tema amoroso dalle rivendicazioni neo femministe, che hanno invaso lo scenario attuale della cultura contemporanea. Forse, quando si saranno placate le polemiche e il cinema diverrà, nuovamente, l’unico protagonista delle scelte delle opere da premiare, ci si accorgerà di aver, probabilmente, esagerato nel decretare miglior pellicola straniera “Oltre la notte” del turco/tedesco Fatih Akin, il cui unico merito sembrerebbe quello di aver raccontato una storia di vendetta al femminile e nulla più.

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