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Vivere viaggiando, il nuovo fenomeno dei “traveller”

Chiamatela “moda”, costume o, addirittura, “vizio”, sta di fatto che la tendenza del “vivere viaggiando” si sta diffondendo a macchia d’olio.

Nel XVII secolo i giovani aristocratici europei affrontavano dei costosissimi viaggi, quasi resi obbligatori dai loro precettori, definiti complessivamente Grand Tour. Si visitava l’Europa continentale per perfezionare il proprio sapere e aprirsi a nuove culture. Questa divenne in breve tempo una pratica diffusa, che, se non compiuta, declassava, almeno culturalmente, il giovane di fronte l’Alta società. Oggi, la concezione di viaggio è cambiata e le numerose, veloci ed economiche vie di comunicazione permettono di andare ben oltre i confini segnati dalle Colonne d’Ercole.

L’Huffington post, il noto blog giornalistico statunitense, ha pubblicato numerosi articoli sui “travel blogger”, soprattutto, americani che sostengono di aver lasciato tutto (lavoro, casa, perfino, famiglia e amore) per dedicarsi ad una vita all’insegna dei viaggi.

“Stavo sprecando la mia vita dietro una scrivania” esordiscono in molti, adducendo come motivazione principale di questo slancio verso “la partenza senza ritorno (almeno in pianta stabile)” la loro posizione da tipici “Alfonso Nitti” (Pseudo-eroe di “Una vita”, romanzo di Italo Svevo, ndr), lavoratori annoiati da un’occupazione sedentaria che soffoca le proprie aspirazioni e passioni.

Non è questo il caso di un “traveller”, tutto “made in Italy”, che specifica di non essere un blogger, ma un più “classico” consulente tecnico in procedura penale.

“Il fenomeno del travel blogger rientra nel fenomeno di massificazione dei social. Il viaggio, più di ogni altra cosa, stimola l’immaginario collettivo, interessa, si presta ad essere raccontato. E poi nell’epoca della crisi del mercato del lavoro molti lo vedono come un tentativo di costruirsi una dimensione lavorativa alternativa da freelance” dichiara in proposito. “In generale – continua – credo che i travel blogger banalizzino la dimensione del viaggio e tendenzialmente questo si rispecchia anche nelle mete prescelte, che sono piuttosto standardizzate”.

Sì, perché il nostro traveller, trentenne dallo sguardo ombroso e dalla gestualità magnetica, ha un’altra concezione di ciò che comunemente definiamo viaggio.

“Le mie modalità di viaggio – specifica – sono piuttosto rigide. Arrivo e parto con l’aereo ma nel mezzo uso solo mezzi di trasporto pubblici. Terrestri o acquatici. Credo sia il modo migliore per vivere il viaggio con lentezza, approcciarsi alla realtà locale, conoscere persone del posto, attraversare luoghi incontaminati e anche per riflettere. In generale, le frontiere terrestri sono bellissime da percorrere”.

Alla nostra domanda sulla scelta di “vivere viaggiando” l’anonimo viaggiatore non tentenna: “Non credo sia una vera scelta, ma un istinto primordiale con cui si nasce e la vita, a seconda delle possibilità che abbiamo e ci creiamo, ce lo fa scoprire o no. Ho iniziato con piccoli viaggi in Europa e poi mi sono evoluto, sia come mete che come modalità. Alcuni viaggi richiedono esperienza e non possono essere fatti subito e, nel tempo, capiamo cosa e come ci piace, quindi, riusciamo a cucire il viaggio come un abito su misura, affinandolo man mano”.

Il viaggio, dalle sue parole, così ricche di sentimento, sembra quasi uno stile di vita, una “religione” a cui essere devoti e che trova nella fotografia un “altare di devozione” naturale.

“Non credo che foto e viaggio siano inscindibili. Durante i miei viaggi non uso la macchina fotografica in modo isterico. Spesso non la porto e comunque non sono ossessionato dal fatto di dover documentare tutto quello che vedo. Fotografo per ricordare e condividere con chi mi segue. In modo molto semplice, spontaneo e disinteressato. Senza secondi fini (siti, blog, mostre)” afferma a tal proposito.

Che non cerchi gloria e che viva il viaggio come una questione del tutto personale è confermato dal fatto che il traveller non ha voluto neanche firmare le foto gentilmente concesseci (guarda la gallery sottostante, ndr).

La vita da viaggiatore, però, sostiene, mentre si parla di fama e quindi di seguito e persone, è solitaria. “Viaggio sempre solo. – dichiara sicuro – È una scelta. Preferisco avere i miei tempi e ho i miei progetti pronti a cambiare al momento. Scelgo il senso di libertà del viaggiare, una sola testa e un solo corpo senza influenze esterne”. A quest’ultima riflessione ci colleghiamo per parlare di malinconia e nostalgia di casa. “Fare delle cose comporta rinunciare ad altre cose. Chi è consapevole di quello che sceglie e di quello a cui rinuncia sa vivere anche le assenze come parte del percorso” afferma, senza però nasconderci che la buona cucina italiana è la parte delle assenze a cui farebbe volentieri a meno.

“Tuttavia, c’è tanta Italia nel mondo e, quindi, mi sento meno solo. Siamo conosciuti molto più di altre nazioni anche se purtroppo è quasi sempre una conoscenza stereotipata (calcio, mafia, Berlusconi, immigrazione clandestina, pizza) e fuori da questo cerchio c’è ben poco”, risponde un po’ contrariato.

“Di mondo in Italia? Be’, siamo una società ancora molto tradizionalista e molto poco multiculturale. Ma credo che sia un fisiologico risvolto della nostra storia millenaria. Delle nostre tradizioni, che sono così forti e sedimentarie da essere dure a morire o comunque a contaminarsi”.

Il traveller conclude così la nostra chiacchierata. Si dice pronto a ripartire e, in effetti, ha già preparato uno zainetto che ha riposto sul divano, affiancato a sua volta da mensole e tavoli che mostrano oggetti da collezione, comprati, trovati o avuti in dono, provenienti da varie parti del mondo.

Un amante delle culture, più che del viaggio in sé, sembra apparire da questo breve scambio di battute. “Gli americani e i giapponesi sono viaggiatori presenzialisti. Puntano sull’esserci. Approfondiscono poco. Io studio i miei viaggi, che a volte durano anche a lungo, settimane o mesi”.

La sua storia ci ricorda l’essenza stessa del viaggio, che prescinde da foto o souvenir, ma che punta alla conoscenza nel significato più puro del termine: dal latino “cognoscere”, apprendere con l’intelletto a prima giunta l’essere, la ragione, il vero senso delle cose.

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