Si allarga il fronte dell’inchiesta sulla devastante frana che lo scorso 25 gennaio ha colpito il territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. La Procura della Repubblica di Gela, guidata dal procuratore Salvatore Vella, ha iscritto tredici persone nel registro degli indagati con l’accusa, a vario titolo, di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
I vertici istituzionali coinvolti – Tra gli indagati figurano anche i presidenti della Regione siciliana in carica nel periodo compreso tra il 2010 e il 2026: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Le contestazioni riguardano sia il loro ruolo di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dalle ordinanze di Protezione civile nazionale per la mitigazione del rischio frana, sia quello di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico. Coinvolti nell’inchiesta anche i vertici della Protezione civile regionale e i soggetti attuatori delle misure di contrasto al dissesto idrogeologico. Tra questi: Salvatore Cocina, Pietro Lo Monaco, Calogero Foti, Vincenzo Falgares, Salvo Lizzio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello, Giacomo Gargano e Sebastiana Coniglio, responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto realizzare le opere di mitigazione previste dopo il primo evento franoso del 1997.
La dinamica della frana – L’enorme smottamento ha provocato il cedimento di un intero versante collinare lungo circa tre chilometri, trascinando a valle abitazioni e mezzi. Decine di immobili sono rimasti sospesi nel vuoto e circa 1500 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
Le tre direttrici dell’indagine – L’inchiesta si articola in tre distinti filoni investigativi. Il primo riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione del rischio e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio, interventi già previsti dopo la frana del 1997. Nel 1999 era stato infatti sottoscritto un contratto d’appalto del valore di circa 12 milioni di euro per la realizzazione delle opere, ma i lavori non furono mai eseguiti e il contratto con l’Ati aggiudicataria si risolse per inadempimento nel 2010. I fondi stanziati risulterebbero ancora nelle casse della Regione.
Il secondo filone riguarda i mancati interventi sulla raccolta e sulla regimentazione delle acque bianche e nere, individuate fin da subito come possibile causa dell’innesco del movimento franoso. Il terzo, infine, interessa la gestione della cosiddetta “zona rossa”, sia quella colpita dalla frana del 1997 sia le aree limitrofe già classificate a rischio molto elevato. Gli accertamenti si concentreranno su eventuali omissioni relative agli sgomberi, alle demolizioni, al blocco di nuove costruzioni e al rilascio di autorizzazioni per opere che non avrebbero dovuto essere realizzate. Per queste ultime due fasi, l’attività investigativa è ancora nelle fasi iniziali e l’elenco degli indagati potrebbe ampliarsi.
Le dichiarazioni del procuratore – Nel corso di un incontro con la stampa, il procuratore Salvatore Vella ha spiegato: «La nostra attività si sta concentrando su un periodo che va dal 2010 al 2026 e chiama in causa gli ultimi quattro presidenti della Regione siciliana, i dirigenti della protezione civile, i soggetti attuatori al contrasto del dissesto idrogeologico e il responsabile dell’Ati, che avrebbe dovuto realizzare i lavori dopo la frana del ’97». E ha aggiunto: «Dovevano essere realizzate opere per mitigare il rischio, opere che non sono state mai realizzate».

