Gli affari del clan Zagaria: investimenti tra Dubai e Tenerife e nel settore rifiuti

di Redazione

Denaro sporco riciclato in investimenti apparentemente puliti: è lo scenario emerso dalle indagini della Dda di Napoli e dei carabinieri del comando provinciale di Caserta e del Ros di Napoli che hanno acceso i riflettori su una fitta rete di operazioni riconducibili al clan Zagaria di Casapesenna.

L’inchiesta e gli arresti – L’operazione, scattata lo scorso 30 marzo, ha portato a 23 arresti. Tra i destinatari delle misure cautelari figurano i fratelli del boss detenuto al 41-bis, Michele Zagaria, Carmine e Antonio, indicati come reggenti del clan, e il nipote Filippo Capaldo, figlio della sorella Beatrice, ritenuto figura centrale nelle strategie economiche del gruppo. A coordinare le indagini la procura guidata da Nicola Gratteri, con l’aggiunto Michele Del Prete. L’impianto accusatorio è stato ricostruito in circa 600 pagine dal giudice per le indagini preliminari Fabio Provvisier.

Il ruolo imprenditoriale di Capaldo – Considerato una sorta di “ambasciatore” degli interessi del clan all’estero, Capaldo – già condannato in passato come elemento apicale del gruppo e scarcerato nel 2019 – si era trasferito a Tenerife, dove aveva avviato attività commerciali finanziate, secondo gli inquirenti, con capitali illeciti. Pur tentando di costruirsi una nuova immagine imprenditoriale, avrebbe mantenuto un filo diretto con il territorio casertano, reinvestendo parte delle risorse anche nella Isvec srl, società attiva nel settore dei rifiuti urbani.

La Isvec – Riconducibile all’imprenditore Ivano Balestriere, finito ai domiciliari, prima dello scioglimento per infiltrazione camorristica dell’amministrazione comunale di Caserta, la Isvec era concessionaria dell’igiene urbana nel comune capoluogo, e subentrata in diversi paesi della provincia come Teverola, Casal di Principe, Trentola Ducenta, San Marcellino, fino ai territori a nord di Napoli, come Marano e Calvizzano. Nelle dinamiche economiche del gruppo, la Isvec emerge, secondo la Dda partenopea, come uno degli strumenti principali utilizzati dalla fazione Zagaria per canalizzare capitali illeciti verso l’economia legale e, in particolare, nel settore degli appalti pubblici legati alla gestione dei rifiuti urbani, comparto da sempre ritenuto strategico.

I 200mila euro transitati tramite Ottimo – Gli atti parlano di un flusso iniziale di almeno 200mila euro, progressivamente alimentato con ulteriori immissioni per centinaia di migliaia di euro, somme riconducibili a Capaldo e fatte transitare attraverso l’imprenditore Alfonso Ottimo, originario di Frignano, fino a confluire nella disponibilità dell’amministratore formale della società, ossia Balestriere. Un meccanismo che, per l’accusa, consentiva da un lato di “ripulire” il denaro proveniente dalle attività del clan, dall’altro di generare nuovi utili poi sottratti ai circuiti ufficiali e reinvestiti in ulteriori iniziative, anche oltre i confini nazionali. In questa prospettiva, la Isvec avrebbe assunto un ruolo centrale non solo come impresa operativa, ma come vero e proprio snodo finanziario della rete, collegato anche agli investimenti avviati a Tenerife nel settore della ristorazione e dei servizi. Nel quadro investigativo compare, inoltre, la figura del casertano Franco Lombardi, indicato come elemento di raccordo operativo: secondo gli inquirenti, avrebbe curato i collegamenti tra gli affiliati, organizzato incontri per conto di Capaldo e gestito in concreto l’azienda, operando come amministratore di fatto nell’interesse del gruppo.

Le operazioni tra Dubai e Spagna – Al centro dell’inchiesta una complessa rete di triangolazioni economiche tra Italia, Spagna ed Emirati Arabi Uniti. Gli investigatori hanno ricostruito, in particolare, una compravendita fittizia legata a un immobile di lusso situato a Dubai, ad Aykon City 2 Tower C, dal valore di 560mila euro. L’operazione, risalente tra dicembre 2022 e i primi mesi del 2023, sarebbe stata utilizzata per “ripulire” una caparra di 100mila euro: una somma formalmente proveniente da una società di San Marcellino, ma in realtà riconducibile a un’altra società collegata al clan Polverino di Marano di Napoli.

Il denaro reinvestito – Quella liquidità, secondo quanto emerso, sarebbe stata poi impiegata per ristrutturare un lounge bar a Tenerife. L’attività, una volta rilanciata, avrebbe generato incassi quotidiani di circa 1.500 euro, comunque ritenuti non sufficienti a giustificare l’entità degli investimenti successivi effettuati da Capaldo sull’isola delle Canarie. Gli accertamenti svolti anche attraverso un ordine di indagine europeo hanno consentito di attribuire a Capaldo e alla sua rete familiare la disponibilità, a Tenerife, di diverse attività: un bar, una società di gestione immobiliare e una società di noleggio e vendita di auto e moto. Un sistema articolato che, secondo gli investigatori, permetteva al clan di consolidare una presenza stabile fuori dai confini nazionali, mantenendo al contempo solide radici nel territorio d’origine.

Un clan economicamente solido – L’ordinanza descrive un’organizzazione in piena efficienza finanziaria, capace di operare in più settori produttivi e di gestire investimenti anche complessi. Dal 2019, sotto la guida di Carmine e Antonio Zagaria, il gruppo avrebbe rilanciato le proprie attività, mantenendo il controllo su numerose realtà imprenditoriali e influenzando persino compravendite di terreni agricoli tra privati. Alla base, un flusso costante di capitali generati da estorsioni, usura, traffico e spaccio di droga, poi reinvestiti tra Spagna ed Emirati in immobili di lusso e locali commerciali.

Le parole degli inquirenti – “Quella della famiglia Zagaria resta una camorra di Serie A. Un gruppo in grado di controllare persino il respiro della gente”, ha dichiarato il procuratore Gratteri. Sulla stessa linea il comandante dei carabinieri di Caserta, Manuel Scarso, che ha parlato di una criminalità evoluta, dotata di “una capacità imprenditoriale altissima”, ricordando anche il sequestro di due aziende riconducibili al clan per un valore complessivo di 40 milioni di euro.

I collegamenti con la ’ndrangheta – L’inchiesta ha inoltre evidenziato rapporti con la cosca Bellocco della ’ndrangheta, che avrebbero consentito al gruppo di ottenere forniture di cocaina a condizioni vantaggiose.

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