Referendum, Pasquale Giuliano: “Il peso dell’equilibrio: giustizia, indipendenza e responsabilità dopo il voto”

di Redazione

di Pasquale Giuliano, già magistrato e senatore della Repubblica – Il responso referendario sulla separazione delle carriere non può essere archiviato come un semplice episodio del confronto politico-istituzionale. Esso si inscrive, piuttosto, in una traiettoria più ampia, nella quale si ridefiniscono – sotto la pressione di una cittadinanza sempre meno indifferente – i rapporti tra giustizia, potere e democrazia. Il dato dell’affluenza, in questo senso, assume un valore quasi paradigmatico: laddove si riteneva di trovarsi di fronte a una materia per iniziati, si è manifestata invece una partecipazione consapevole, segno di una maturazione civile che riconosce nella giurisdizione uno snodo essenziale della qualità democratica.

È comprensibile che il risultato sia stato accolto con toni di soddisfazione: esso viene letto come una riaffermazione del principio di indipendenza e autonomia della magistratura, cardine non negoziabile dello Stato di diritto. E tuttavia, proprio per la rilevanza di tale principio, è necessario sottrarlo a ogni uso retorico o autocelebrativo. L’indipendenza non è un bene da rivendicare in astratto, ma una responsabilità da esercitare nella concretezza quotidiana, nella misura in cui essa si traduce in fiducia pubblica, equilibrio istituzionale e rigore nell’esercizio della funzione.

Il voto referendario, lungi dal chiudere la questione giustizia, ne evidenzia anzi le criticità strutturali, ormai non più eludibili. Il nodo dei tempi processuali resta una ferita aperta, che incide non solo sui diritti delle parti ma sulla stessa credibilità dell’ordinamento. La cronica insufficienza degli organici – in particolare del personale amministrativo – continua a gravare sull’efficienza degli uffici giudiziari, trasformando l’impegno individuale in una corsa affannosa contro inerzie sistemiche. La modernizzazione tecnologica, evocata da anni, necessita di una visione organica e non frammentaria, capace di integrare innovazione e cultura organizzativa. E, su tutto, si impone il tema delle risorse: senza un investimento adeguato e stabile, ogni progetto riformatore è destinato a rimanere incompiuto.

In questo quadro, non può essere trascurata una riflessione che investe direttamente la magistratura, e segnatamente la funzione requirente. La crescente esposizione mediatica di taluni magistrati, talvolta accompagnata da un protagonismo che eccede la misura istituzionale, ha contribuito a generare ambiguità nella percezione pubblica del ruolo. Naturalmente, non si tratta di mettere in discussione l’autonomia né di comprimere la libertà di parola, ma di recuperare quella sobrietà che costituisce, essa stessa, una forma di autorevolezza. La giurisdizione trae forza dalla sua distanza da ogni logica di visibilità personale: quando questa distanza si attenua o – come qualche volta è accaduto – si annulla, il rischio è quello di un indebolimento della fiducia, bene immateriale ma decisivo.

A ciò si aggiunge una riflessione più sottile, ma non meno cruciale, che la magistratura è chiamata a compiere su se stessa: quella tra l’essere e l’apparire indipendenti. In uno Stato di diritto maturo, non è sufficiente che l’indipendenza sia garantita sul piano formale e sostanziale; essa deve anche opportunamente manifestarsi in comportamenti, linguaggi e posture istituzionali che risultino coerenti e riconoscibili agli occhi dei cittadini. L’apparenza, in questo senso, non è un elemento superficiale, ma parte integrante, necessaria della legittimazione. Ogni ambiguità comunicativa, ogni sconfinamento percepito, ogni prossimità impropria a dinamiche estranee alla funzione rischia di incrinare quella fiducia che l’indipendenza, per essere pienamente tale, deve continuamente alimentare.

Il referendum consegna dunque un messaggio complesso e stratificato. Da un lato, esprime una chiara preoccupazione per la tenuta degli equilibri tra i poteri, e quindi una difesa vigile dell’indipendenza della magistratura. Dall’altro, rivela una domanda crescente di efficienza, trasparenza e responsabilità, che non può essere soddisfatta attraverso contrapposizioni ideologiche o soluzioni di corto respiro.

In ultima analisi, ciò che emerge è la consapevolezza diffusa che la giustizia non è un ambito separato dalla vita civile, ma uno dei suoi presìdi fondamentali. La sua qualità incide direttamente sulla libertà dei cittadini, sulla competitività del sistema economico, sulla credibilità delle istituzioni. Per questo, il tempo della celebrazione deve lasciare rapidamente spazio a quello della responsabilità. E la vera sfida, oggi, non è rivendicare il risultato, ma dimostrare di esserne all’altezza.

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