Tumori e dieta, studio Neuromed: più alimenti ultra-processati, più alto rischio mortalità

di Redazione

Tra le persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore, un consumo elevato di alimenti ultra-processati si associa a un aumento della mortalità, sia per cause oncologiche sia per tutte le cause. È il dato che emerge da uno studio dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed, sostenuto dalla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro e pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, dell’American Association for Cancer Research.

Perché gli ultra-processati preoccupano – Gli alimenti ultra-processati sono considerati poco salutari perché spesso poveri di vitamine, minerali e fibre e ricchi, invece, di zuccheri aggiunti e grassi non salutari. Nei processi industriali vengono frequentemente impiegati aromi artificiali, conservanti ed emulsionanti, sostanze alle quali l’organismo non è pienamente adattato. Con il loro consumo in crescita in molti Paesi, comprendere l’impatto sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici diventa un tema cruciale di salute pubblica.

“Ciò che le persone mangiano dopo una diagnosi di cancro può influenzare la sopravvivenza – dice Marialaura Bonaccio, autrice principale dell’articolo – ma la maggior parte delle ricerche condotte su questa popolazione si è concentrata solo sui nutrienti e non sul grado di trasformazione degli alimenti. Le sostanze utilizzate nei processi industriali possono interferire con i meccanismi metabolici, alterare il microbiota intestinale e favorire l’infiammazione. Di conseguenza, anche quando un alimento ultra-processato ha un contenuto calorico e una composizione nutrizionale simili, almeno sulla carta, a quelli di un alimento poco trasformato o ‘naturale’, può comunque avere effetti più dannosi sull’organismo”.

Il progetto Moli-sani e i numeri dello studio – L’analisi si inserisce nel Progetto Moli-sani, che ha seguito 24.325 residenti in Molise, di età pari o superiore a 35 anni, dal marzo 2005 al dicembre 2022. All’interno di questa coorte sono stati individuati 802 partecipanti – 476 donne e 326 uomini – che avevano già ricevuto una diagnosi di tumore al momento dell’ingresso nello studio e per i quali erano disponibili dati dettagliati sull’alimentazione, raccolti attraverso il questionario Epic (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition).

Per classificare gli alimenti è stato utilizzato il sistema Nova, che distingue i cibi in quattro gruppi in base al livello e allo scopo della lavorazione industriale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi in base al consumo quotidiano di alimenti ultra-processati. Le analisi hanno tenuto conto di molteplici variabili: età, sesso, fumo, indice di massa corporea, attività fisica nel tempo libero, storia clinica, tipo di tumore e qualità complessiva della dieta, valutata tramite l’aderenza alla dieta mediterranea. Dopo un follow-up di quasi 15 anni, è emerso che chi consumava più alimenti ultra-processati presentava un rischio relativo di mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio di mortalità per cancro maggiore del 59% rispetto a chi ne limitava l’assunzione.

“Uno dei dati più interessanti emersi dal nostro studio – spiega Bonaccio – è che l’associazione tra alimenti ultra-processati e mortalità persista anche dopo aver tenuto conto della qualità complessiva della dieta, misurata, nel nostro caso, come aderenza alla Dieta Mediterranea tradizionale. Tale dato suggerisce che gli effetti negativi sulla salute non siano spiegati esclusivamente da un profilo nutrizionale sfavorevole, ma che il livello e la natura della lavorazione industriale degli alimenti svolgano un ruolo indipendente nel determinare gli esiti di salute a lungo termine”.

Infiammazione e frequenza cardiaca tra i possibili meccanismi – Per comprendere i meccanismi biologici alla base dell’associazione osservata, i ricercatori hanno analizzato biomarcatori infiammatori, metabolici e cardiovascolari. Tra i fattori risultati più rilevanti figurano gli indici di infiammazione e la frequenza cardiaca a riposo.

“Questi risultati – commenta Licia Iacoviello, responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed e Ordinario di Igiene all’Università Lum di Casamassima – suggeriscono che l’aumento dell’infiammazione e della frequenza cardiaca a riposo possano spiegare in parte il legame tra un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e l’aumento della mortalità. Ciò contribuisce infatti a chiarire come la lavorazione industriale degli alimenti possa incidere negativamente sugli esiti di salute nei pazienti dopo una diagnosi di cancro. Il messaggio principale per il pubblico è che il consumo complessivo di alimenti ultra-processati è molto più rilevante del singolo alimento. Concentrarsi sull’insieme della dieta, riducendo complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i consumi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa, rappresenta l’approccio più significativo e vantaggioso per la salute. Un’indicazione pratica può venire dalla lettura delle etichette: alimenti con più di cinque ingredienti, o anche con un solo additivo alimentare, sono probabilmente ultra-processati”.

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