Un sistema rodato, costruito nel tempo e basato su contatti diretti con i pazienti, avrebbe trasformato le liste d’attesa in un canale parallelo di visite private, con un danno economico per lo Stato e per la collettività. È questo lo scenario emerso dall’attività investigativa condotta dai finanzieri del Gruppo di Busto Arsizio (Varese), che ha portato al rinvio a giudizio di due dipendenti pubblici in servizio presso un’importante Azienda Socio Sanitaria Territoriale.
L’indagine della Guardia di Finanza – Le Fiamme gialle hanno ricostruito presunte condotte illecite attribuite a un medico neurologo e a un tecnico sanitario. Secondo quanto accertato, per diversi anni i due avrebbero contattato pazienti regolarmente prenotati tramite il Centro Unico Prenotazioni, comunicando la presunta indisponibilità del neurologo nella data e nell’orario fissati per la visita in regime di libera professione intramoenia.
Il meccanismo delle visite private – Contestualmente, ai pazienti sarebbe stata proposta una soluzione alternativa: posticipare l’appuntamento ed effettuare la visita in forma privata, negli ospedali della provincia o direttamente al domicilio, con pagamento in contanti e senza rilascio di fattura. Una prassi che avrebbe aggirato il sistema pubblico, sottraendo risorse e regole alla procedura intramoenia.
Perquisizioni e sequestri – Le perquisizioni eseguite dai militari, insieme al sequestro di agende e smartphone, hanno consentito di documentare il meccanismo e di rappresentarlo all’autorità giudiziaria competente. Dalle verifiche sarebbe emerso che, nell’arco di oltre due anni, il sistema avrebbe prodotto centinaia di visite, generando un ingente profitto.
Le false attestazioni di presenza – Nel corso delle indagini è emerso anche un ulteriore profilo di irregolarità: uno degli indagati, in più occasioni, avrebbe attestato falsamente la propria presenza in servizio. Per farlo avrebbe lasciato il badge all’altro sanitario, che provvedeva a timbrare al suo posto, certificando una presenza non corrispondente al vero.
Il rinvio a giudizio – Al termine dell’attività investigativa, il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Busto Arsizio, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha disposto il rinvio a giudizio dei due soggetti. Le accuse contestate sono quelle di peculato, truffa aggravata e false attestazioni o certificazioni. IN ALTO IL VIDEO

