Aversa (Caserta) – Non è un racconto sportivo né un’operazione nostalgica. È un atto teatrale che sceglie di guardare in faccia uno dei nervi scoperti dello sport contemporaneo. Domenica 18 gennaio, alle ore 19, il Nostos Teatro di Aversa ospita Avrei voluto essere Pantani, spettacolo scritto e interpretato da Davide Tassi, con la regia di Francesca Rizzi.
Il lavoro prende le mosse dalla figura del campione di ciclismo Marco Pantani, ma va ben oltre il mito del “Pirata”, scomparso nel 2004 all’età di 34 anni. In scena non c’è la celebrazione dell’eroe caduto, bensì una denuncia frontale del “Sistema”: un intreccio di istituzioni, medici compiacenti e multinazionali del farmaco che utilizza i corpi e la salute degli atleti come carburante di un business fatto di medaglie, record e sponsorizzazioni.
Il ritratto del campione – Pantani emerge come un eroe tragico, prima esaltato e poi consumato da un meccanismo che non ammette fragilità. A differenza di altri, non accetta fino in fondo di diventare un ingranaggio docile del potere sportivo. Una scelta che si scontra con la sua vulnerabilità personale, fino a trascinarlo nel baratro della depressione e della dipendenza, distruggendo l’uomo insieme all’icona.
Oltre i complotti – Lo spettacolo evita scorciatoie narrative e letture sensazionalistiche. Non si ferma alla lunga scia di sospetti e teorie che da oltre vent’anni accompagnano la vicenda Pantani, ma spinge lo spettatore verso una riflessione più scomoda: il doping come piaga strutturale e la corruzione come sistema economico, un mercato che per dimensioni e ramificazioni non è distante da quello della cocaina, con cui mantiene legami evidenti.
La presenza di Sandro Donati – A dare forza civile e spessore documentale alla messa in scena è la partecipazione di Sandro Donati, già allenatore della nazionale di atletica e figura simbolo, a livello internazionale, della lotta al doping. Donati ha collaborato alla scrittura del testo e, in un passaggio centrale dello spettacolo, sale in scena interpretando sé stesso, trasformando il racconto teatrale in una testimonianza diretta e senza mediazioni. Un lavoro che utilizza la parabola di un campione per parlare di responsabilità, potere e verità negate, chiamando il pubblico a confrontarsi con ciò che spesso resta fuori dalla retorica dello sport.

