Napoli – Una vita spezzata mentre rientrava a casa dopo una notte di lavoro. Per l’omicidio di Fabio Ascione, il ventenne ucciso all’alba dello scorso 7 aprile nel quartiere Ponticelli di Napoli, i carabinieri hanno eseguito un decreto di fermo nei confronti di due giovani, ritenuti responsabili del delitto maturato nell’ambito delle tensioni tra gruppi criminali della zona.
I fermati – Il provvedimento, emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, riguarda Francesco Pio Autiero, 23 anni, nipote di un elemento di spicco del clan De Micco, e un minorenne. Autiero si è consegnato spontaneamente ai carabinieri della stazione di Napoli-Poggioreale, accompagnato dall’avvocato Leopoldo Perone, mentre il minorenne è stato rintracciato e fermato dai militari. I due sono accusati, con l’aggravante delle finalità mafiose, di omicidio volontario, porto e detenzione illegale di arma da fuoco. Il decreto di fermo nei confronti di Autiero è stato emesso dalla Procura di Napoli, rappresentata dal pubblico ministero Sergio Raimondi e dal procuratore aggiunto Sergio Amato, anche in considerazione del concreto pericolo di fuga.
La dinamica dell’omicidio – Secondo quanto emerso dalle indagini, svolte in un contesto caratterizzato da un forte clima di omertà, Fabio Ascione, estraneo a contesti malavitosi, sarebbe stato colpito al petto da un proiettile esploso a distanza ravvicinata, tra i 40 e i 50 centimetri, verosimilmente in maniera accidentale da Autiero, che impugnava l’arma. Poco prima dell’omicidio, i due indagati, in sella a uno scooter Beverly – con il minorenne alla guida e il maggiorenne come passeggero – avrebbero preso parte a una sparatoria nei pressi di un bar contro un gruppo di giovani ritenuti legati al clan Veneruso-Rea di Volla, che viaggiavano a bordo di un suv Volkswagen Tiguan. L’intera scena è stata ripresa da un sistema di videosorveglianza.
Una vittima innocente – Ascione sarebbe stato raggiunto dal colpo di pistola subito dopo il conflitto a fuoco tra i due gruppi camorristici, mentre stava tornando a casa dal lavoro presso il Bingo di Cercola. La sua morte ha scosso profondamente la comunità di Ponticelli, che si è stretta attorno alla famiglia per l’ultimo saluto.
Il funerale Le esequie si sono svolte nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Ponticelli, gremita da centinaia di persone. A celebrare la messa è stato l’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, alla presenza delle autorità locali, tra cui la vicesindaca di Napoli Laura Lieto. Una bara bianca, circondata da corone di fiori, ha accolto il dolore di amici e familiari. Accanto ad essa, una maglia blu del Bingo di Cercola, dove il giovane lavorava, e una maglia bianca dell’A.S.D. “Barone Calcio” con il numero 7 e il nome Ascione, lo stesso numero che resterà simbolicamente legato al giorno della sua uccisione.
“Rete per la Legalità” – Fuori dalla chiesa, numerosi manifesti di cordoglio hanno definito la vicenda una “incomprensibile tragedia”. L’associazione antiracket “Rete per la Legalità” ha ricordato il giovane con parole di forte impegno civile: «Una giovane vita spezzata, innocente, estranea a ogni logica di violenza. La sua morte colpisce tutti noi. Ci interroga. Ci chiama alla responsabilità. Non è accettabile morire così. Non è accettabile che la paura diventi normalità. Ponticelli ha diritto alla vita, alla sicurezza, alla dignità. Il silenzio non protegge. La comunità unita sì. Con rispetto, dolore e impegno perché tragedie come questa non si ripetano».
L’arcivescovo Battaglia: “Troppe vite spezzate” – Particolarmente toccante l’omelia dell’arcivescovo Battaglia, che ha ricordato le troppe giovani vite spezzate dalla violenza: «Da quando sono a Napoli, sono stati troppi i funerali di giovani, di ragazzi, di fratelli uccisi da proiettili assassini, da pistole che non avrebbero dovuto sparare, che richiamano scenari di una guerra che non ti aspetti in una terra così bella, in una città come la nostra. Troppi occhi chiusi per sempre. Troppe vite spezzate. Ogni volta una storia interrotta. Ogni volta un sogno infranto. Ogni volta una famiglia distrutta. E oggi quel volto ha un nome: Fabio».

