A tre settimane dall’inizio del conflitto che vede Stati Uniti e Israele contrapposti all’Iran, il fronte si allarga e si intensifica, con nuovi attacchi, vittime civili e segnali di una possibile ulteriore escalation che coinvolge l’intero scacchiere mediorientale.
L’escalation – Il bilancio delle ultime ore conferma un’escalation costante: due persone sono morte a Ramat Gan, sobborgo di Tel Aviv, dopo l’impatto di un missile balistico iraniano. Parallelamente, raid israeliani e americani hanno colpito obiettivi strategici iraniani, inclusi siti lungo la costa vicino allo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale. La crisi nello stretto viene ormai definita da diversi osservatori come una “guerra economica globale”, con effetti potenziali su inflazione e crescita internazionale. Intanto, la Nato rafforza il dispositivo difensivo dispiegando un ulteriore sistema Patriot Pac-3 nel sud della Turchia, dopo ripetuti tentativi di intercettazione di missili diretti verso la base di Incirlik.
Iran: “Perdita di Larijani non ci destabilizza” – Teheran alza i toni dopo l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave del sistema politico iraniano e presidente del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, colpito insieme ad altri esponenti di rilievo, tra cui Gholamreza Soleimani e il figlio dello stesso Larijani. Il capo dell’esercito iraniano, generale Amir Hatami, ha promesso vendetta: “Il suo sangue puro e quello degli altri amati martiri sarà vendicato”. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha però escluso che la perdita di Larijani possa destabilizzare il Paese, sottolineando la solidità delle istituzioni iraniane. Sul piano militare, le forze armate hanno annunciato l’impiego imminente di nuove armi e rivendicato attacchi contro obiettivi israeliani, inclusi siti di rifornimento all’aeroporto Ben Gurion.
Attacchi a siti petroliferi – Intanto, cresce la tensione energetica: Teheran ha minacciato infrastrutture petrolifere e del gas in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, dopo che il giacimento di South Pars – il più grande al mondo – è stato colpito da un’operazione attribuita a Stati Uniti e Israele. Sul fronte nucleare, resta incerta la posizione della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, mentre Araghchi ha ribadito che la linea iraniana non subirà cambiamenti significativi.
Raid israeliani su Teheran: ucciso ministro Intelligence – Le forze di difesa israeliane hanno intensificato i raid su Teheran, colpendo centri di comando, siti missilistici e infrastrutture dei Guardiani della rivoluzione. Tra gli obiettivi figurano strutture dedicate al controllo dell’ordine pubblico e sistemi di difesa aerea. Il ministro della difesa Israel Katz ha confermato l’uccisione del ministro dell’Intelligence Ismail Khatib e ha annunciato nuove operazioni: “Siamo nel mezzo di una fase decisiva. Nessuno in Iran gode di immunità e tutti sono nel mirino”. In Libano, un funzionario legato ad Hamas, Wissam Mustafa Hussein Taha, è stato ucciso in un raid a Sidone. Il presidente israeliano Isaac Herzog, visitando il luogo dell’attacco a Ramat Gan, ha accusato Teheran di guidare una rete di proxy e ha definito l’Iran “un impero del male”.
Nucleare iraniano nel mirino di Trump – Sul fronte americano, resta aperta la decisione più delicata: secondo il New York Times, Donald Trump starebbe valutando un’operazione per sequestrare o distruggere il materiale nucleare iraniano custodito sotto una montagna a Isfahan. Un’azione considerata estremamente complessa e rischiosa, sia per l’incertezza sulla localizzazione del combustibile sia per i potenziali rischi radiologici. Intanto, emergono divergenze interne: la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha dichiarato che l’Iran non ha tentato di ricostruire i siti di arricchimento colpiti nel 2025, smentendo la linea ufficiale della Casa Bianca.
Libano e Paesi del Golfo – Beirut torna sotto attacco: raid israeliani nel centro della capitale hanno causato almeno dodici morti e oltre quaranta feriti, colpendo quartieri densamente popolati come Zuqaq al-Blat e Bashoura. Le esplosioni sono state avvertite in tutta la città. In Giordania, l’attacco alla base aerea di Al Azraq ha provocato danni più gravi del previsto, con la distruzione di una struttura utilizzata dai militari tedeschi. Nel Golfo, gli Emirati Arabi Uniti denunciano il lancio di oltre 2mila missili dall’inizio della guerra, la maggior parte diretti contro infrastrutture civili. Nonostante ciò, i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno evitato una risposta diretta, limitandosi a misure difensive, mentre chiedono agli Stati Uniti un intervento decisivo contro Teheran.
Tajani: “Non siamo in guerra”. Macron: “Nessun coinvolgimento militare” – L’Italia resta fuori dal conflitto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiarito: “Non siamo in guerra, nessuno ci ha chiesto di entrare in guerra. Israele e Usa hanno attaccato senza dirci nulla”. Roma continua a presidiare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e le operazioni anti-pirateria, oltre alla difesa di Cipro. Anche la Francia mantiene una linea netta: il presidente Emmanuel Macron ha escluso qualsiasi coinvolgimento militare, ribadendo che Parigi “non si lascerà costringere a partecipare”. Sul piano internazionale, la Nato lavora a una soluzione per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, mentre il segretario generale Mark Rutte ha ribadito la necessità di impedire all’Iran di sviluppare capacità nucleari e missilistiche avanzate.

