“Venezuela sotto tutela Usa”, Trump pensa a “controllo anche per anni”. Beni di Maduro nel mirino

di Redazione

Il futuro del Venezuela, secondo Donald Trump, potrebbe essere segnato da una lunga supervisione statunitense. È lo scenario delineato dal presidente degli Stati Uniti in una lunga intervista al New York Times, durata oltre due ore, all’indomani dell’operazione con cui Washington ha catturato a Caracas l’ex presidente de facto Nicolás Maduro. Alla domanda sulla durata del controllo americano – tre mesi, sei mesi, un anno o più – Trump non fissa scadenze: «Direi molto più a lungo. Solo il tempo ce lo dirà». Un controllo che, nelle intenzioni del presidente, dovrebbe partire dalla ricostruzione economica del Paese, con un ruolo centrale affidato all’industria petrolifera.

Il petrolio al centro della strategia – Trump parla apertamente di utilizzo del greggio venezuelano: «Ricostruiremo il Paese in modo molto conveniente. Useremo il petrolio, lo importeremo negli Stati Uniti, abbasseremo i prezzi e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno». L’obiettivo politico ed economico, secondo quanto riportato anche dal Wall Street Journal, sarebbe quello di spingere il prezzo del petrolio verso i 50 dollari al barile.

Il nodo della leadership venezuelana – Il presidente statunitense evita di chiarire perché Washington abbia riconosciuto Delcy Rodríguez alla guida del Venezuela e non María Corina Machado, premio Nobel per la pace. Trump si limita a spiegare che il segretario di Stato Marco Rubio «parla con lei in continuazione» e che gli Stati Uniti sono «in costante comunicazione con lei e con l’amministrazione».

“Truppe americane? Non so” – Interrogato sull’eventuale invio di truppe americane in Venezuela, Trump glissa: «Non posso dirvelo». Non esclude però, in prospettiva, una visita a Caracas, ipotizzando che «a un certo punto il Venezuela sarà sicuro».

I beni di Maduro sotto la lente – Dopo la cattura di Maduro, avvenuta il 3 gennaio, cresce l’attenzione internazionale sul patrimonio accumulato negli anni dal leader chavista. Secondo stime di Transparency Venezuela, la sua fortuna potrebbe arrivare fino a 3,8 miliardi di dollari, tra jet privati, gioielli, immobili e beni distribuiti in vari Paesi anche tramite prestanome. Rapporti di ong e organi di stampa parlano di residenze a Miami, in aree esclusive come Coral Gables e Sunny Isles Beach, oltre a ville nella Repubblica Dominicana e legami con l’estrazione illegale dell’oro.

Il piano petrolifero Usa e le incognite – Tra le ipotesi allo studio dell’amministrazione Trump, secondo il Wall Street Journal, c’è anche un controllo diretto della compagnia statale Petroleos de Venezuela SA (Pdvsa), attraverso l’acquisizione e la commercializzazione della maggior parte della produzione. Un’operazione che ridurrebbe il peso di Cina e Russia nel Paese e che potrebbe coinvolgere joint venture con colossi energetici come Chevron. Gli analisti, però, avvertono: l’industria petrolifera venezuelana è in condizioni fatiscenti e servirebbero decine di miliardi di dollari per rilanciare la produzione, con tempi lunghi e margini di profitto incerti.

Condanne da Spagna e Cina – Dura la posizione della Spagna. Il premier Pedro Sánchez parla di «violazione del diritto internazionale» e ribadisce che «il futuro del Venezuela deve essere deciso dai venezuelani, non da un Paese straniero». Anche la Cina prende posizione: la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning condanna il sequestro di navi in alto mare, definendolo una grave violazione del diritto internazionale.

Colombia, Petro incontrerà Trump – Dalla Colombia, il presidente Gustavo Petro annuncia di aver parlato con Delcy Rodríguez e di voler promuovere un dialogo trilaterale con gli Stati Uniti. Petro conferma anche un prossimo incontro a Washington con Trump, nel tentativo di ridurre le tensioni e favorire una stabilizzazione della crisi venezuelana.

Tajani riferisce al Senato – In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani interverrà in Senato per un’informativa sulla crisi venezuelana, mentre il dibattito internazionale resta acceso su una svolta che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici ed energetici dell’intero continente americano.

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