Cronaca

Camorra, torna in carcere Nunzio De Falco: è il mandante dell’omicidio Don Diana

di Redazione

Dopo sette mesi trascorsi nella sua abitazione di Villa Literno (Caserta) per motivi di salute, torna in carcere il boss Nunzio De Falco, mandante dell’omicidio di don Peppe Diana, il sacerdote anti-camorra ucciso a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. – continua sotto – 

Il 71enne, condannato a due ergastoli e detenuto nel carcere di massima sicurezza di Sassari, era stato scarcerato provvisoriamente lo scorso luglio dal Tribunale di Sorveglianza per gravi condizioni di salute, considerate incompatibili col regime carcerario, e autorizzato al rientro a casa fino all’11 febbraio, un lasso di tempo ritenuto congruo per consentirgli di curarsi. Nella giornata di ieri, quindi, i carabinieri lo hanno prelevato e ricondotto nel penitenziario.

Conosciuto col soprannome di “’O Lupo”, Nunzio De Falco fu ai vertici dell’omonima fazione del clan dei Casalesi, insieme al fratello Vincenzo De Falco, ucciso il 2 febbraio 1991 durante la faida contro il clan avverso degli Schiavone, guidato da Francesco Schiavone detto “Sandokan”. E’ stato condannato per essere il mandante degli omicidi di Mario Iovine e don Diana. Dopo una breve latitanza in Spagna, fu arrestato il 15 novembre 1997. Per l’uccisione del sacerdote tentò di addossare le responsabilità a “Sandokan” ma, dopo le rivelazioni del pentito Giuseppe Quadrano, esecutore materiale dell’omicidio (condannato a 14 anni), fu costretto a confessare e il 30 gennaio 2003 venne condannato all’ergastolo. Il 4 marzo 2004 la Corte di Cassazione condannò all’ergastolo anche Mario Santoro e Francesco Piacenti come coautori dell’omicidio.

La notizia della scarcerazione di De Falco aveva scatenato la dura reazione di Marisa Diana, sorella di don Peppe, che a Repubblica dichiarava: “Per quello che ha fatto, quell’uomo avrebbe dovuto morire in carcere. Io non ho potuto abbracciare mio fratello negli ultimi istanti, don Peppe non è morto circondato dall’affetto dei propri cari. Dunque, nemmeno chi è stato condannato come mandante del suo omicidio dovrebbe avere questa possibilità”.

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