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Il pentito Avola ricostruisce strage Borsellino: ma per la Procura è “inattendibile”

Nel corso dell’intervista di Michele Santoro andata il 28 aprile su La 7, l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola ha affermato di aver partecipato, insieme a Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Aldo Ercolano ed altri, alla fase esecutiva della strage di Via D’Amelio del  19 luglio 1992, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. – continua sotto – 

Tale circostanza risulta in effetti essere stata riferita per la prima volta da Avola nel corso di un interrogatorio svoltosi lo scorso anno dinanzi a magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, a distanza di oltre 25 anni dall’inizio della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria. Ma, come sottolinea in una nota il procuratore aggiunto Gabriele Paci, “i conseguenti accertamenti, finalizzati a vagliare l’attendibilità di dichiarazioni riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno, allo stato, trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità”. – continua sotto – 

“Dalle indagini demandate alla Dia – continua Paci – sono per contro emersi rilevanti elementi di segno contrario che inducono a dubitare tanto della spontaneità quanto della veridicità del suo racconto. Per citarne uno, tra i tanti, l’accertata presenza dello stesso Avola a Catania, addirittura con un braccio ingessato, nella mattinata precedente il giorno della strage, là dove, secondo il racconto dell’ex collaboratore, egli, giunto a Palermo nel pomeriggio del venerdì 17 luglio, avrebbe dovuto trovarsi all’interno di un’abitazione sita nei pressi del garage di via Villasevaglios, pronto, su ordine di Giuseppe Graviano, a imbottire di esplosivo la Fiat 126 poi utilizzata come autobomba”. – continua sotto – 

Per il procuratore “colpisce, peraltro, che Avola, anziché mantenere il doveroso riserbo su quanto rivelato a questo ufficio, abbia preferito far trapelare il suo asserito protagonismo nella strage, oltre a quello di Messina Denaro, Graviano ed altri, attraverso interviste e la pubblicazione di un libro. E lascia, altresì, perplessi che egli abbia imposto autonomamente una sorta di ‘discovery’, compromettendo così l’esito delle future indagini, dopo che l’ufficio aveva provveduto a contestargli le numerose contraddizioni del suo racconto e gli elementi probatori che inducevano a dubitare della veridicità di tale sue ennesima progressione dichiarativa”.

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