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Carminati torna libero per decorrenza dei termini. Bonafede mobilita ispettori

Massimo Carminati è di nuovo libero. L’ex estremista nero, coinvolto nell’inchiesta su “Mafia Capitale”, ha lasciato il carcere di Oristano per tornare a Roma in attesa del ricalcolo della pena che gli resta da scontare. Un’altra vicenda legata alle scarcerazioni, che sta scatenando polemiche, come avvenuto per il boss dei casalesi Pasquale Zagaria. Dopo tre rigetti da parte della Corte d’Appello, per Carminati l’istanza di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare è stata accolta dal Tribunale della Libertà.

In pratica, a seguito dell’annullamento della Suprema corte la condanna di Carminati non è ancora definitiva e dunque si trova ancora in custodia cautelare; quest’ultima, però, è già scaduta visto che la Cassazione ha cancellato le condanne per mafia. E nel frattempo ci ha impiegato ben otto mesi per depositare le motivazioni: gli ermellini hanno emesso sentenza il 22 ottobre, mentre le motivazioni sono state depositate il 12 giugno. Nel frattempo, i termini di custodia cautelare di Carminati sono scaduti. E dire che in questo periodo le udienze erano bloccate a causa dell’emergenza coronavirus: i giudici avrebbero potuto sfruttare il lockdown per scrivere le motivazioni ed evitare la scarcerazione di Carminati. Uno che in passato si è salvato più volte beneficiando addirittura di ben tre indulti.

Bonafede manda gli ispettori, Buzzi esulta – Anche per questo motivo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha delegato l’ispettorato generale a svolgere i necessari accertamenti preliminari in merito alla scarcerazione. Esulta, tramite i suoi avvocati, Salvatore Buzzi: “Sono felice della sua scarcerazione, la sua detenzione non aveva senso ed è un altro passo avanti verso la normalità. L’inchiesta mafia capitale si rivela per quella che è stata: una montatura mediatico-giudiziaria”. Carminati, come del resto tutti gli altri assolti del processo dall’accusa di associazione mafiosa, non deve essere processato nuovamente ma la sua pena deve essere soltanto ricalcolata. E quindi con ogni probabilità sarà più bassa dei 14 anni e mezzo, che i giudici di secondo grado gli avevano inflitto ritenendolo invece responsabile di associazione a delinquere di stampo mafioso. A oggi ha scontato 5 anni e sette mesi: alla fine potrebbero essere ben più della metà di quello che gli resta da scontare. Per questo motivo il tribunale ha accolto la richiesta di scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare con il meccanismo della contestazione a catena (che permette il prolungarsi della misura cautelare), presentata dai suoi avvocati Cesare Placanica e Francesco Tagliaferri. Avendolo gli ermellini condannato solo per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e altri reati, i termini di custodia cautelare sono ovviamente più brevi.

La decisione del Riesame – Per i giudici del Tribunale della Libertà che hanno accolto l’istanza, “il termine complessivo massimo di custodia cautelare è scaduto, con la conseguenza che va disposta la scarcerazione” perché anche se i giudici d’appello devono ricalcolare soltanto la pena il verdetto non è definitivo. “Il rinvio disposto dalla Suprema Corte di Cassazione per la rideterminazione della pena, anche in considerazione della esclusione dell’aggravante ad effetto speciale, originariamente contestata in relazione ai due reati di corruzione, di cui all’articolo 416 bis impedisce di ritenere irrevocabile la statuizione”. I magistrati ricordano che “la Suprema Corte ha affermato, in proposito, che ‘qualora venga rimessa dalla Corte di cassazione al giudice di rinvio la sola determinazione della pena, la formazione del giudicato progressivo riguarda esclusivamente l’accertamento del reato e la responsabilità dell’imputato; pertanto la detenzione dell’imputato deve essere considerata custodia cautelare e non come esecuzione dì pena definitiva’.

Dunque, non può ritenersi che la statuizione nei confronti di Carminati in relazione ai due capi di incolpazione per cui è cautelato sia divenuta irrevocabile nei termini sopra detti”. “In tal senso depone anche la pronuncia della Suprema Corte di Cassazione che in relazione ai due titoli in esame non statuisce la definitiva. Riprendendo il discorso che ci occupa, va osservato che la pronuncia di annullamento della Suprema Corte, in parte limitatamente al trattamento sanzionatorio, in parte in punto di responsabilità, ha comportato la regressione del procedimento alla fase di Appello, con evidenti conseguenze – concludono i magistrati – sia sotto il profilo dell’allungamento dei tempi processuali sia sotto il profilo strettamente cautelare”. Carminati, quindi, non può ancora considerarsi un condannato definitivo, pertanto la sua custodia cautelare – non essendo più accusato di reati di stampo mafioso – è scaduta. “A fine marzo aveva già scontato il tetto massimo dei due terzi del reato più grave che gli è stato contestato, una corruzione”, spiegano i suoi legali. “Siamo soddisfatti – continuano – che la questione tecnica che avevamo posto alla Corte d’appello e che tutela un principio di civiltà sia stata correttamente valutata dal Tribunale della libertà”.

La Cassazione ha escluso la mafia – A quattro giorni dal deposito delle motivazioni degli ermellini, che il 22 ottobre scorso avevano cancellato la mafia dalla Capitale, l’ex terrorista di estrema destra, noto per i suoi rapporti con la Banda della Magliana, può tornare a casa e attendere le decisioni dei giudici di secondo grado da imputato libero. Prima di diventare il volto dell’inchiesta che aveva terremotato i palazzi romani il 2 dicembre del 2014, Carminati aveva fatto parlare di sé per l’ultima volta nell’estate del 1999 ai tempi del maxi furto al caveau della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Una rapina durante la quale erano stati sottratti soldi, prezioni ma anche documenti delicati dalle cassette di sicurezza di importanti magistrati. Diventato noto negli anni ’80 come estremista di destra, Carminati ha sempre rivendicato le sue idee poco moderate: durante un’udienza del processo di primo grado non esitò a fare il saluto fascista. Poi nel 2014 era tornato sulle prime pagine di tutti i giornali, quando era finito in cima alla lista delle persone arrestate su richiesta della procura guidata allora da Giuseppe Pignatone. Con lui, al vertice dell’organizzazione criminale attiva a Roma, gli inquirenti indicavano Salvatore Buzzi, già condannato per omicidio, poi graziato e diventato il ras delle cooperative rosse che facevano affari con gli enti pubblici. In appello er Cecato aveva incassato una condanna per mafia, esclusa invece dai giudici di primo grado che comunque avevano inflitto pene elevate: la condanna in secondo grado è scesa da 20 anni a 14 anni e sei mesi. Per Buzzi era passata da 19 anni a 18 e 4 mesi. La riduzione della pena era arrivata dall’esclusione del riconoscimento della continuazione interna per gli episodi di corruzione. Adesso Buzzi, che invece è ai domiciliari, e Carminati, insieme ad altri 15 imputati, saranno nuovamente processati in appello: il processo, però, servirà solo ricalcolare l’entità delle condanne e non il reato.

I processi – Secondo i giudici del primo grado a Roma c’erano “due diversi gruppi criminali”, uno che faceva capo a Buzzi e un altro a Carminati, ma nessuna mafia. Una forma di criminalità organizzata né “autonoma” né “derivata” perché di fatto, secondo i giudici, era assente quella violenza, quella intimidazione che caratterizza le organizzazioni criminali punite con l’articolo 416 bis. E né la corruzione, per quanto pervasiva, sistematica e capace di arrivare fino al cuore della politica, poteva essere considerata alla stregua della forza intimidatrice tipica delle mafie. L’appello aveva ribaltato quella sentenza riconoscendo il 416 bis. Poi era arrivata la Cassazione: non era mafia Capitale. Solo corruzione. Secondo gli investigatori del Ros, invece, a Roma c’erano un gruppo di personaggi con un passato da Romanzo criminale e un presente nei palazzi che contano, capace di infiltrarsi e fare business nella gestione dei centri accoglienza per immigrati e dei campi nomadi, di finanziare cene e campagne elettorali con una filosofia ben precisa. Di cui Carminati era l’ideologi: “È la teoria del mondo di mezzo compà. Ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora vuol dire che ci sta un mondo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano… come è possibile… che ne so… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi”.

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