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Abu Omar, Corte Strasburgo condanna Italia: abuso di segreto di Stato

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar. “Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abou Omar era stato vittima di un’operazione di ‘extraordinary rendition’ cominciata con il suo rapimento in Italia e continuata con il suo trasferimento all’estero” afferma la Corte. L’Italia ha violato il diritto di Abu Omar a non essere sottoposto a tortura e maltrattamenti.

L’Italia, secondo i giudici di Strasburgo, ha inoltre violato il diritto dell’ex imam e della moglie al rispetto della vita familiare. I giudici hanno quindi stabilito che l’Italia deve pagare 70 mila euro a Abu Omar e 15 mila a sua moglie per danni morali. La sentenza diverrà definitiva tra tre mesi se lo Stato italiano non chiederà e otterrà dalla Corte di Strasburgo un nuovo esame davanti alla Grande Camera.

Le autorità italiane hanno applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar “non dovessero rispondere delle loro azioni”. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani nella sentenza di condanna dell’Italia per il caso di Abu Omar. La Corte afferma inoltre che “nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo”.

Nella condanna inflitta dalla Corte europea dei diritti umani all’Italia per il caso Abou Omar c’è anche un passaggio relativo alla grazia che due Presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, hanno accordato a tre americani condannati per l’operazione di ‘extraordinary rendition’ di Abu Omar.

I giudici di Strasburgo hanno stabilito che l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani, che stabilisce che nessuno può essere sottoposto a tortura e maltrattamenti, sotto il profilo procedurale a causa “dell’impunità derivante dall’atteggiamento dell’esecutivo e del presidente della Repubblica”.

Nella sentenza della Corte gli inquilini del Quirinale non sono mai indicati con nome e cognome, ma sono invece riportati i dettagli delle grazie che hanno concesso. Le tre grazie sono quelle accordate nell’aprile del 2013 al colonnello Joseph Romano (capo della sicurezza americana della base d’Aviano – da dove è partito l’aereo con abbordo Abu Omar), e quelle del 23 dicembre 2015 a favore di Robert Seldon Lady, capo della Cia di Milano, e di Betnie Medero.

Le tre grazie concesse dai Presidenti della Repubblica, cosi come anche l’uso del segreto di Stato e la mancata richiesta di estradizione degli americani condannati per il sequestro di Abu Omar, secondo i principi della Corte hanno violato l’articolo 3 della Convenzione, perché non hanno permesso l’esecuzione della condanna dei responsabili. Da ricordare c’è il fatto che i tre americani non sono mai stati arrestati e si trovavano – anche ai tempi delle grazie – negli Stati Uniti.

L’esecuzione delle pene inflitte, scrive la Corte è “un elemento essenziale per preservare l’effetto dissuasivo del sistema giudiziario e il ruolo che questo è tenuto a esercitare nella prevenzione delle violazioni al divieto di sottoporre chiunque a maltrattamenti”. Per questo la Corte ha stabilito che “in materia di tortura e maltrattamenti inflitti da agenti dello Stato, l’azione penale non può esaurirsi per effetto della prescrizione, e che l’amnistia e la grazia non devono essere tollerati in questi casi”.

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