Esteri

Siria, il no della Gran Bretagna. Usa: “Pronti comunque ad attacco”

 WASHINGTON. Il presidente francese, Francois Hollande, ha detto in un’intervista a Le Monde di non escludere un intervento in Siria “prima di mercoledì”, giorno in cui è fissata la convocazione straordinaria del Parlamento francese per discutere dell’operazione.

Secondo Hollande, il “no” del Parlamento inglese “non cambia la posizione della Francia”, che sarebbe determinata a intervenire in Siria con un’azione “proporzionata e ferma”: “Un insieme di indizi – ha sottolineato il presidente francese – vanno nel senso della responsabilità del regime di Damasco”. A una domanda precisa circa la possibilità che la Francia intervenga senza la Gran Bretagna, Hollande ha risposto di “sì”, perché “ogni paese è sovrano sulla partecipazione o meno a un’operazione: questo è valido per la Gran Bretagna, e lo è per la Francia”.

Di parere simile anche gli Stati Uniti, che sarebbero pronti ad attaccare la Siria anche da soli, se necessario: dopo lo “schiaffo” del Parlamento inglese al primo ministro David Cameron, con la bocciatura per 13 voti della mozione per un intervento in Siria, la Casa Bianca ha lasciato intendere nella notte che gli Usa potrebbero agire da soli, anche perché si tratterebbe di un’operazione limitata per la quale non sarebbe necessaria una coalizione.

Il presidente Obama, comunque, non avrebbe ancora preso una decisione e continuerebbe a valutare le opzioni a disposizione. Ma il “no” della Camera dei Comuni sembra incrinare l’asse fra Stati Uniti e l’alleato speciale inglese, che li ha affiancati in ogni importante operazione militare intrapresa da Washington, dall’invasione di Panama del 1989 in poi. Comunque, “continueremo a consultarci con il governo inglese, uno dei nostri alleati più vicini – ha fatto sapere la Casa Bianca dopo il voto – Le decisioni del presidente Obama saranno guidate da quelli che sono i migliori interessi degli Stati Uniti. Il presidente ritiene che ci siano in gioco interessi per gli Usa e che i paesi che vìolano le norme sul divieto di armi chimiche devono essere ritenuti responsabili”.

Intanto, mentre in centinaia sono scesi in piazza a New York e Washington per manifestare contro un intervento in Siria “costruito su bugie”, la Casa Bianca ha aggiornato il Congresso, offrendo ai leader informazioni non classificate sulle prove raccolte che, secondo l’amministrazione, proverebbero la responsabilità di Assad: i 15 membri del Congresso, incluso lo speaker della Camera, John Boehner, hanno ascoltato per 90 minuti gli aggiornamenti e le motivazioni dell’amministrazione per un possibile intervento.

Secondo quanto riferito al termine della conference call, l’amministrazione ha ribadito di non avere dubbi sull’uso di armi chimiche da parte di Assad e questo anche sulla base delle comunicazioni intercettate fra alti funzionari del regime in merito a un attacco. Al termine del confronto, i leader di parlamentari e senatori si sono mostrati spaccati fra chi sosteneva la necessità di agire, chi più cautamente ha chiesto “ulteriori prove” e alcuni che hanno detto di ritenere necessario aiutare i ribelli mentre si tenta di costruire una coalizione internazionale.

Molti, inoltre, sono parsi convinti che ci sia ancora da fare per l’amministrazione per convincere il pubblico su un intervento. Il rapporto dell’intelligence che mostra le responsabilità di Assad dovrebbe essere diffuso nelle prossime ore. Nessuna informazione, secondo quanto riferito dai parlamentari, sarebbe stata offerta su un tempistica di un eventuale attacco e su chi ne pagherà i costi: secondo indiscrezioni, un’eventuale misura sarà presa una volta che gli esperti dell’Onu avranno lasciato la Siria. Non prima di sabato, dunque.

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