Italia

E’ morto Francesco Cossiga, il presidente “picconatore”

Francesco CossigaROMA. Il senatore a vita Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, è morto martedì al Policlinico Gemelli di Roma, dove era stato ricoverato il 9 agosto per problemi respiratori. Aveva 82 anni, compiuti lo scorso 26 luglio.

Le sue condizioni si erano aggravate nelle prime ore successive al ricovero in terapia intensiva nel reparto di rianimazione. I sanitari avevano inizialmente definito “non preoccupanti” le condizioni, salvo poi confermare l’aggravamento dell’insufficienza respiratoria.Nei giorni successivi era stato intubato e costantemente monitorato, ricevendo anche l’estrema unzione. Poi il quadro clinico era migliorato, tanto che per quattro giorni aveva ricominciato a respirare da solo. Ma nella notte tra il 16 e il 17 agosto si verificava un nuovo aggravamento, con il ripristino della respirazione artificiale.Fino al decesso avvenuto alle 13 di martedì 17. Accanto a lui negli ultimi attimi di vita i figli Giuseppe e Anna Maria.

Nato a Sassari, Cossiga è stato un politico, giurista e docente italiano, ottavo presidente della Repubblica dal 1985 al 1992 quando assunse, di diritto, l’ufficio di senatore a vita. A seguito di un decreto del presidente del Consiglio dei ministri può fregiarsi del titolo di presidente emerito della Repubblica Italiana. È stato ministro dell’interno nel Governo Andreotti III dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all’uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l’incarico perché fu eletto al Quirinale. Iniziato il mandato all’età di 57 anni,fu il presidente della Repubblica eletto alla più giovane età; finora era stato fra gli ex presidenti della Repubblica viventi quello più giovane anagraficamente (per anno di nascita).

IL MATRIMONIO. Nel 1960 sposò Giuseppa Sigurani. Dal matrimonio nacquero due figli, Anna Maria (1961, laurea in lettere antiche, dieci anni di lavoro tra Londra e New York) e Giuseppe (1963, ingegnere aeronautico, lunga esperienza all’Aerospatiale a Tolosa, divenuto deputato di Forza Italia). Il Tribunale della Rota annullò il matrimonio. La decisione giunse dopo sette anni di istruttoria compiuta da una commissione speciale istituita da Giovanni Paolo II e sanzionata definitivamente da Benedetto XVI. La notiziafu pubblicata nell’ultimo libro di Bruno Vespa ’L’amore e il potere. Da Rachele a Veronica un secolo di storia d’Italia’. Cossiga e la moglie si separarono nel 1993, un anno dopo la scadenza del mandato presidenziale e divorziarono dopo cinque anni. “Ma, entrambi cattolici – scrive Vespa – nessuno dei due si risposo”. Vespa aggiunge di aver appreso che Cossiga rispose negativamente alla domanda dei giudici rotali se con l’annullamento avesse una situazione sentimentale da sanare o l’intenzione di risposarsi. Nel libro, Vespa annota che “salvo che per i figli, la loro vita matrimoniale non fu felice, ma come disse un’altissima autorità ecclesiastica, essa fu vissuta con sofferenza, ma in silenzio, con uno stile di grande compostezza umana e cristiana”. La discrezione della famiglia Cossigaè leggendaria. Giuseppa (“sarda del Goceano, dottore in farmacia, bionda con gli occhi azzurri, bellissima, altera, di grande e forte carattere, molto colta”, scrive Vespa) non ha mai messo piede al Quirinale e non esistono sue fotografie. I figli ne hanno ricalcato in pieno le abitudini di riservatezza totale.

LA CARRIERA POLITICA. Iscritto alla sezione sassarese della Democrazia Cristiana a 17 anni, conseguì la maturità in anticipo e si iscrisse al corso di laurea in giurisprudenza, per laurearsi, a soli vent’anni, nel 1948, iniziando una carriera universitaria che gli sarebbe in seguito valsa la cattedra di diritto costituzionale dell’Università di Sassari. In quegli anni ha fatto parte della Fuci con ruoli di primo piano nella Fuci di Sassari e a livello nazionale.Alla fine degli anni cinquanta, ancora trentenne, iniziò la sua folgorante carriera politica a capo dei cosiddetti giovani turchi sassaresi: eletto deputato per la prima volta nel 1958 divenne poi il più giovane sottosegretario alla difesa nel terzo governo Moro (23 febbraio 1966) il più giovane ministro degli Interni (il 12 febbraio 1976, a 48 anni), il più giovane presidente del Senato (12 luglio 1983, a 55 anni) e, infine, il più giovane inquilino del Quirinale, dove arrivò, a 57 anni non ancora compiuti, il 24 giugno del 1985, con una vasta maggioranza alla prima votazione.

I PRIMI ANNI AL VIMINALE. L’11 marzo 1977, nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell’ordine nella zona universitaria di Bologna venne ucciso il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso; alle successive proteste degli studenti, Cossiga, allora titolare del Ministero dell’interno, rispose mandando veicoli trasporto truppa blindati (M113) nella zona universitaria. A seguito di ciò – ed a seguito della morte per colpi d’arma da fuoco della militante di sinistra romana Giorgiana Masi sul Ponte Garibaldi – il suo nome venne scritto dagli studenti, per protesta, storpiandolo: con una kappa iniziale ed usando la doppia esse delle SS naziste. Nel gennaio 1978 riformò i servizi segreti dando loro la configurazione che avrebbero mantenuto fino alla successiva riforma del 2007, e creò i reparti speciali della Polizia NOCS e dei Carabinieri Gis.

IL CASO MORO. Nel marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro dalle brigate rosse, creò rapidamente due “comitati di crisi”, uno ufficiale e uno ristretto, per la soluzione della crisi. Molti fra i componenti di entrambi i comitati sarebbero in seguito risultati iscritti alla P2; ne faceva parte lo stesso Licio Gelli sotto il falso nome di ingegner Luciani. Tra i membri anche lo psichiatra e criminologo Franco Ferracuti. Cossiga richiese ed ottenne l’intervento di uno specialista americano, il professor Steve Pieczenik, il quale partecipò ad una parte dei lavori. Circa la presunta fuga di notizie per la quale le BR parevano a conoscenza di quanto si discutesse nelle stanze riservate, Pieczenik ebbe ad affermare nel 1994 che aveva via via richiesto di ridurre progressivamente il numero dei partecipanti alle riunioni. Rimasti solo Pieczenik e Cossiga, affermò lo statunitense “la falla non accennò a richiudersi”. Cossiga in seguitò non smentì, ma parlò di “cattivo gusto”. Non fu mai aperta alcuna trattativa con i sequestratori per il rilascio di Moro, il quale dalla sua prigionia scrisse a Cossiga dicendogli che “esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio. Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall’opinione pubblica”. Cossiga diede le dimissioni da ministro dell’Interno in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della Dc in via Michelangelo Caetani. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: “Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro”.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Appena un anno dopo, il 4 agosto 1979, fu nominato presidente del Consiglio dei ministri rimanendo in carica fino all’ottobre del 1980. Cossiga come presidente del consiglio fu proposto dal Pci per la messa in stato di accusa da parte del Parlamento, in votazione in seduta comune, con una procedura conclusasi con l’archiviazione nel 1980, l’accusa era di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d’ufficio. Cossiga fu sospettato di aver rivelato a un compagno di partito, il senatore Carlo Donat Cattin, che suo figlio Marco era indagato e prossimo all’arresto, essendo coinvolto in episodi di terrorismo, suggerendone l’espatrio. Il Parlamento in seduta comune ritenne però manifestamente infondata l’accusa, che era stata fatta procedere da parte della magistratura di Torino in seguito alle dichiarazioni del terrorista pentito Roberto Sandalo (Sandalo, soprannominato il “piellino canterino” perché fu uno dei primi pentiti dell’organizzazione terroristica Prima linea, aveva infatti riferito che in una conversazione con Marco Donat Cattin quest’ultimo gli avrebbe parlato dell’imminenza del suo arresto, appresa da fonti vicine al padre). Nel denunciare il favoreggiamento personale il Pci gidato da Enrico Berlinguer fu assai deciso nel ritenere che Cossiga fosse la fonte della fuga di notizie sulle indagini sui terroristi. Una possibile spiegazione di tanta certezza è offerta dalla nuova ricostruzione della vicenda offerta in un libroe confermata in un’intervista del 7 settembre 2007 dallo stesso Cossiga ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera: Cossiga ha infatti ammesso (vent’anni dopo i fatti con il reato ormai caduto in prescrizione) parte dell’addebito, ma – soprattutto – ha rivelato che lui stesso informò il cugino Berlinguer del fatto, attendendosi comprensione ed ottenendo invece che la notizia venisse utilizzata per una battaglia politica contro di lui.

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Dopo un periodo di allontanamento dalla vita pubblica, nel 1983 fu eletto Presidente del Senato della Repubblica. Nel 1985 divenne l’ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l’elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di Psi, Pci, Pri, Pli, Psdi e Sinistra indipendente.

La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi quasi eterogenee. Assai rigoroso nell’osservanza delle forme dettate dalla Costituzione (essendo peraltro docente di diritto costituzionale) fu il classico presidente notaio nei primi cinque anni di mandato. Unico indizio della sua futura posizione di denuncia delle reticenze del sistema politico fu la sua insistente richiesta di chiarire il ruolo del Capo dello Stato nel caso di conferimento dei poteri di guerra al Governo: ne derivò la nomina della Commissione Paladin.

La caduta del muro di Berlino segnò l’inizio della seconda fase. Secondo Cossiga la fine della guerra fredda e della contrapposizione di due blocchi avrebbe determinato un profondo mutamento del sistema politico italiano che nasceva da quella contrapposizione ed era a quella funzionale. La Dc e il Pci avrebbero dunque subito gravi conseguenze da questo mutamento, ma Cossiga sosteneva che i partiti politici e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Iniziò quindi una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria e volutamente eccessiva, e con una fortissima esposizione mediatica (fu detto il “grande esternatore”), al solo scopo di dare delle “picconate a questo sistema”, che perciò valsero a Cossiga negli ultimi due anni di mandato l’appellativo di “picconatore”.

Rimonta a quest’epoca l’abbandono, da parte sua, di uno dei più antichi tabù della politica democristiana, cioè quello che esorcizzava l’esistenza di illeciti: conformemente alla formazione “tavianea” della sua iniziale carriera politica, egli tenne moltissimo a dimostrare (quasi “pedagogicamente”) agli italiani i costi che in termini di legalità avrebbe sostenuto il mantenimento della pace pubblica durante il cinquantennio in cui in Italia vi era il più forte partito comunista d’Occidente. Per converso, la caduta del muro di Berlino – da lui percepita come svolta epocale prima di molti altri statisti italiani, tanto da essere stato l’unico politico romano a presenziare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione nel 1990 – fu per lui la vera giustificazione della riduzione dei margini di tolleranza dell’alleato nordamericano verso la classe politica italiana della “Prima Repubblica”: si tratta di una tolleranza che lui percepì scemare quando la Cia interferì pesantemente (ed infruttuosamente) nelle vicende politiche delle massime istituzioni italiane, nel 1989, tentando di impedire l’ascesa di Giulio Andreotti a palazzo Chigi, probabilmente a causa della sua politica filoaraba. Tra le esternazioni del presidente, vi fu quella contro il magistrato Rosario Livatino, definito sprezzantemente giudice ragazzino. Livatino fu assassinato dalla mafia nel 1990. Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando le sue dimissioni con un discorso televisivo che tenne simbolicamente il 25 aprile. Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall’allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini.

GLADIO. Nel 1966, quando entrò per la prima volta al governo, Cossiga ricevette la delega, come Sottosegretario alla Difesa, a sovrintendere Gladio, sezione italiana di Stay Behind Net, organizzazione segreta dell’Alleanza Atlantica (di cui facevano parte anche Austria e Svezia). Le asserite responsabilità di Cossiga nei confronti di Gladio furono confermate dal medesimo interessato che, ancora presidente, ebbe a chiedere (il 21 novembre 1991, all’indomani della sentenza di incompetenza con cui il giudice Felice Casson aveva trasmesso gli atti su Gladio alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Roma) di essere processato e a definirsene “l’unico referente politico”, precisando di “essere stato perfettamente informato delle predette qualità della struttura”. Sono differenti le versioni sui motivi che indussero l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti a divulgare la struttura segreta di Gladio. Vi sono state differenti valutazioni politiche sul suo coinvolgimento nella vicenda di Gladio. Mentre Cossiga ha recentemente dichiarato che sarebbe giusto riconoscere il valore storico dei gladiatori così come avvenne per i partigiani, il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere: “[…] se in sede giudiziaria un’illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi…”.

MESSA IN STATO D’ACCUSA. Il 6 dicembre 1991 fu presentata in parlamento da parte dell’allora minoranza la richiesta di messa in stato di accusa per Francesco Cossiga. Tra i firmatari delle mozioni vi erano Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli. Il comitato parlamentare ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, come si legge negli atti parlamentari del 12 maggio 1993. La Procura di Roma richiese l’archiviazione a favore di Cossiga il 3 febbraio 1992 e l’8 luglio 1994 la richiesta fu accolta dal tribunale dei ministri. Cossiga scrisse: “il Partito comunista sapeva dell’esistenza di un’organizzazione segreta con le caratteristiche di Gladio. Lo dico perché ne fui informato da Emilio Taviani. (…) Perché i comunisti lanciarono comunque quella campagna e perché inserirono i fatti di Gladio tra le accuse che portarono alla richiesta di incriminazione nei miei confronti? Credo di avere la risposta. Quello dei comunisti fu fuoco di controbatteria: era da poco crollato il Muro di Berlino e temevano che potessero arrivare da quella parte notizie di chissà che genere sul loro conto; quindi, per evitare di trovarsi in imbarazzo, cominciarono a sparare nel mucchio. E io, (…) fui colpito per primo in quanto presidente della Repubblica”.

PERIODO POST-DC. Sfaldatasi la Dc ed essendosi i suoi esponenti divisi fra i due poli di centrosinistra e centrodestra, Cossiga decise in un primo momento di ritirarsi dall’attività di partito e di svolgere soltanto l’attività di senatore a vita. Successivamente, nel febbraio del 1998, diede vita ad una nuova formazione politica, l’Udr (Unione Democratica per la Repubblica), con l’intenzione di costituire un’alternativa di centro e ricompattare le forze ex-democristiane. L’Udr raccolse l’adesione dei Cristiani Democratici Uniti di Rocco Buttiglione e di Clemente Mastella, alla guida di un gruppo di scissionisti del Centro Cristiano Democratico. Quando Rifondazione comunista fece mancare il suo appoggio al governo Prodi I, che venne battuto alla Camera per un voto, Cossiga fu determinante per la formazione del governo D’Alema I. Il suo appoggio venne deciso, come Cossiga spiegò in una conferenza stampa all’uscita dalle consultazioni con il presidente Scalfaro, per sancire irrevocabilmente la fine della conventio ad excludendum nei confronti del Pci. Massimo D’Alema fu il primo presidente del Consiglio a provenire dalle file dell’ex Pci. Per l’occasione Cossiga regalò al novello capo del Governo in Parlamento un bambino di zucchero, ironizzando un desueto luogo comune su usanze cannibalistiche dei comunisti. Nel frattempo il senatore Marcello Pera gli lanciava epiteti come discendente di barbaricini, briganti e rapitori, a cui Cossiga rispondeva ricordando le proprie origini familiari “contrariamente a chi ha un cognome di cosa, come si usava dare alle famiglie la cui origine era ignota”.

Dopo un anno di vita, l’Udr si sciolse e larga parte di essa confluì nel nuovo soggetto politico creato da Clemente Mastella, l’Udeur. Cossiga vi aderì in maniera puramente simbolica, per fuoriuscirne definitivamente il 6 novembre 2003, quando abbandonò, al Senato, il gruppo misto per iscriversi al gruppo per le autonomie.

DIMISSIONI MAI ACCOLTE. Nel giugno 2002 annunciò le dimissioni da senatore a vita, che peraltro non presentò. Almeno fino al 27 novembre 2006, periodo del governo Prodi II, al quale votò la fiducia. Cossiga si ritenne “inidoneo ormai ad ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale”. Le dimissioni vennero respinte dal Senato il 31 gennaio 2007: il numero dei senatori contrari alle dimissioni fu di 178, i favorevoli 100 e gli astenuti 12. La vicenda si sviluppò in seguito a un’interpellanza parlamentare del mese di novembre 2006 nella quale il presidente emerito richiedeva al ministro dell’Interno Giuliano Amato di chiarire i motivi del pagamento di due giornalisti da parte del dipartimento della Pubblica sicurezza, diretto dal prefetto Giovanni De Gennaro. Data la non immediata disponibilità a chiarire direttamente la vicenda da parte del ministro Amato, in aula venne letta una risposta scritta da De Gennaro. Non condividendo il comportamento tenuto dal Ministro, Cossiga ribatteva con una delle sue note picconate: “[Ha preferito rispondere] lo scagnozzo di quel losco figuro (tale Roberto Sgalla) del capo della Polizia che si chiama Gianni De Gennaro […]”. Nella stessa data, prima del voto di cui sopra, Francesco Cossiga presentò pubbliche scuse allo stesso De Gennaro.

Il 6 dicembre 2007 fu determinante per salvare dalla crisi il governo Prodi, con il suo sì al decreto sicurezza, sul quale l’esecutivo aveva posto il voto di fiducia. Sempre nel 2007 fu componente del comitato promotore del pensiero di Antonio Rosmini, in occasione della sua beatificazione avvenuta il 18 novembre 2007.

ULTIMI ANNI. Nel 2008 votò la fiducia al governo Berlusconi IV; in precedenza aveva votato la fiducia a Berlusconi un’altra volta, nel 1994 (governo Berlusconi I). Il 23 ottobre 2008, in un’intervista al Quotidiano Nazionale, propose al Ministro dell’Interno Maroni la sua soluzione per contenere il dissenso universitario nei confronti della legge 133/2008: evitare di chiamare in causa la polizia, ma screditare il movimento studentesco infiltrando agenti provocatori, e solo allora, dopo i prevedibili disordini, “le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale”. Nell’affermare ciò Cossiga sostiene che il terrorismo degli anni ’70 era partito proprio dalle università, e conferma di avere già attuato una strategia simile quando egli stesso era stato Ministro dell’Interno. In seguito a questa intervista Alfio Nicotra, della direzione nazionale del Prc e responsabile del Dipartimento Pace e Movimenti del Prc chiese di riaprire l’inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi, uccisa in circostanze non ancora chiarite durante una manifestazione nel 12 maggio 1977, periodo nel quale stesso Cossiga era ministro dell’Interno. Inoltre la senatrice Donatella Poretti (Radicale eletta nelle file del Pd) decise di depositare un disegno di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’omicidio della Masi. Lo scorso maggio aveva rivelato che fu un aereo francese ad abbattare il Dc9 precipitato il 27 giugno del 1980 al largo di Ustica. “L’aereo francese si era messo sotto il Dc9, per non essere intercettato dal radar dell’aereo libico che stava trasportando Gheddafi. Ad un certo punto lancia un missile per sbaglio, volendo colpire l’aereo del presidente libico”,raccontò Cossiga per nel film inchiesta dal titolo “Sopra e sotto il tavolo – Cosa accadde quella notte nel cielo di Ustica”.

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