Campania

Addio ad Aldo Giuffré, “voce” di Napoli

Aldo Giuffré L’attore partenopeo Aldo Giuffré si è spento all’età di 86 anni in seguito a un operazione di peritonite.

Gloria del teatro, del cinema e della radiotelevisione nostrani, esordisce sul palcoscenico nel 1942 nella compagnia di Eduardo De Filippo, da lui definito “il primo e l’unico maestro”.

L’esperienza affina notevolmente le sue qualità recitative, permettendogli di passare con estrema dimestichezza dal registro comico al drammatico. Notato per un’accattivante voce, dotata di lieve coloritura dialettale ma efficace nella dizione italiana, lavora per molto tempo alla radio, prima come speaker (è suo l’annuncio della fine della guerra il 25 aprile del 1945) e poi come interprete di testi teatrali. Rimane alla corte di De Filippo fino al 1952, per poi approdare a un repertorio non più vernacolare sotto la direzione di Luchino Visconti e Giorgio Strehler, tra gli altri. Dal 1972 intraprende un lungo sodalizio professionale con il fratello Carlo, anch’egli attore dalle poliedriche capacità. Ma sono soprattutto il piccolo e grande schermo a regalargli fama presso il vasto pubblico. Caratterista di indubbio spessore, lega il suo nome a film entrati a far parte della storia della Settima Arte internazionale come “Carosello napoletano” (1954) di Ettore Giannini, “Ieri, oggi, domani” (1963) di Vittorio De Sica, “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) di Sergio Leone. Indimenticabili rimangono anche le “comparsate” nelle pellicole di Totò, De Filippo e Nanni Loy, mentre degne di nota, alla luce delle rivalutazioni attuali, appaiono le performance goliardiche in alcune delle più divertenti commedie sexy degli anni Settanta. In televisione dà il meglio della sua elegante conduzione nel varietà estivo “Senza rete”, che presenta nel 1973.

Eppure, il ricordo e la fortuna artistica di Giuffré vengono tuttora legati alla sua “voce”, pastosa e suadente fino agli Ottanta, roca e sofferta dopo un’operazione alle corde vocali, che non gli ha impedito di continuare a rappresentare le bellezze e le miserie di una città e di un popolo diventati, anche grazie a lui, un po’ più “risonanti” a livello planetario.

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