Esteri

Clima, al via summit di Copenhagen: obiettivo salvare il pianeta

 COPENHAGEN. Si apre all’insegna dell’ottimismo, a Copenhagen,la quindicesima conferenzadell’Onu sui cambiamenti climatici.

Un vertice di 12 giorni che vede per la prima volta la presenza di 103 tra premier e capi di Stato. Il presidente americano Barack Obama ha annunciato la sua presenza nella sessione finale, mentre Papa Benedetto XVI ha chiesto di procedere verso un maggiore rispetto della natura e uno sviluppo solidale.

Al termine del summit è previsto un accordo firmatoda tutti gli Stati per sostituire il protocollo di Kyoto, che scade nel 2012, come annuncia il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

Usa, India e Cina, insieme a Brasile e Sudafrica, saranno i protagonisti di queste due settimane. Da questi Stati “ribelli”, ovvero in via di sviluppo, continua ad arrivare pressante la richiesta di un sostegno economico per l’abbattimento dei gas serra. Su tutti la Cina. “È evidente che il pianeta è di tutti, ma sebbene i poveri devono assumersi delle responsabilità, non devono pagare al di là delle loro capacità: per arrivare a un consenso mondiale occorre assicurare giustizia ed equità”, scrive il quotidiano cinese Peking News, organo ufficiale del Partito Comunista. La Cina ha annunciato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 40%-45% (rispetto al livello del 2005) entro il prossimo decennio. Il ministro cinese per la scienza e la tecnologia Wan Gang, in un’intervista al quotidiano britannico Guardian, ha detto che le emissioni raggiungeranno un picco tra il 2030 e il 2040 e solo dopo cominceranno a diminuire.

Il video choc che ha aperto il vertice di Copenhagen

Dura la posizione annunciata dal Brasile. “Faremo richieste molto dure, chiederemo ai Paesi ricchi e industrializzati circa 300 miliardi di dollari da destinare alla riduzioni delle emissioni. Inoltrequesti Paesi devono tagliare moltodi più le loro emissioni”,ha detto il ministro dell’ambiente Carlos Minc. Un’apertura arriva invece dal Sudafrica, che si dice pronto a un compromesso con la disponibilità a rallentare del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 la crescita delle emissioni dei gas inquinanti, a patto che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici. Infine l’India, dove il premier Manmohan Singh ha tirato un sospiro di sollievo perché alla vigilia del vertice è rientrata la rivolta di due dei suoi principali sherpa che avevano annunciato le dimissioni in dissenso con la posizione indiana sulle quote di riduzione delle emissioni di CO2. Dopo il discorso alla Camera del ministro dell’Ambiente Jairam Ramesh sul progetto di riduzione volontaria del 20-25% dell’intensità delle emissioni entro il 2020, Chandrasekahr Dasgupta e Prodipto Gosh, negoziatori chiave del team indiano, hanno rivelato il loro disaccordo, sostenendo che tale disponibilità, e l’ipotesi di un controllo internazionale su questo impegno, erano state offerte senza contropartite. Da qui la decisione di non viaggiare a Copenaghen. Ma una serie di riunioni con il ministro Ramesh, scrive la stampa di New Delhi, hanno permesso di superare almeno formalmente l’impasse e convinto i due sherpa a raggiungere il vertice nella capitale danese.

Secondo Yvo de Boer, segretario esecutivo della convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici, serviranno una decina di miliardi di dollari ogni anno per i prossimi tre anni per rispondere ai bisogni più urgenti dei Paesi più vulnerabili nel far fronte ai cambiamenti climatici. Da qui la richiesta di sbloccare dei finanziamenti, altrimenti da qui a dieci-venti anni le cifre saranno molto più significative.

Intanto, “Hopenhagen”, un movimento di attivisti in campo ambientale, ha affisso per la capitale danese numerosi manifesti di sensibilizzazione al tema dei cambiamenti climatici.

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