Aversa (Caserta) – La morte di un cittadino aversano, avvenuta ieri su una barella del Pronto soccorso dell’ospedale “Moscati”, alimenta il dibattito sulle condizioni del presidio normanno. A intervenire è Pasquale Giuliano, già magistrato e senatore della Repubblica, che affida a un duro commento una riflessione sullo stato del sistema sanitario, denunciando criticità strutturali e responsabilità che, a suo avviso, vanno ben oltre il singolo episodio.
Riceviamo e pubblichiamo: «Aversa non è più un’emergenza sanitaria. È un fallimento. Senza attenuanti. Quella di Aversa non è più una crisi sanitaria: è un fallimento strutturale totale, il crollo di un sistema. Un crollo progressivo, annunciato, ignorato. E oggi definitivo. Ciò che accade all’ospedale “Moscati” non può essere più raccontato con prudenza, né coperto da parole di circostanza. Barelle trasformate in letti. Corridoi convertiti in reparti. Il pronto soccorso ridotto a un limbo di attese disumane. Questa non è sanità. È sopravvivenza. È abbandono.
L’ospedale di Aversa non è più un presidio di cura: è il simbolo di una resa. Qui non si guarisce: si resiste, finché si può. Non è più emergenza: è normalità. Una normalità degradata, accettata, perfino tollerata. Non è l’anticamera dell’inferno. È l’inferno.
L’intervento di ieri dell’associazione “Nessuno tocchi Ippocrate” non denuncia nulla di nuovo. E proprio questo è il punto. È l’ennesima conferma di ciò che tutti sanno e che nessuno ha avuto il coraggio – o la volontà – di cambiare. Il sistema è allo stremo. È in ginocchio. È oltre il limite. E quando a dirlo sono i sanitari – quelli che ogni giorno tengono in piedi ciò che dovrebbe già essere crollato – significa che il tempo è finito.
Non è stato un incidente. È il risultato. Anni di scelte politiche sbagliate, di inerzia, di compromessi, di interessi. Una sanità piegata al consenso, svuotata di visione, incapace di costruire una rete territoriale reale. Mentre si gestivano investimenti miliardari, il territorio veniva svuotato: medici di base insufficienti, strutture intermedie inesistenti, prevenzione dimenticata. Così tutto è finito nello stesso punto: il pronto soccorso, diventato l’imbuto finale: l’inferno dei vivi, candidati, loro malgrado, ad abbandonarlo per sempre. E così gli ospedali sono diventati dighe fragili, lasciate sole a contenere tutto, fino alla rottura.
E mentre si discute, mentre si rinvia, mentre si calcola, le persone muoiono. Muoiono in corsia. Muoiono su una barella. Muoiono aspettando un esame fissato tra mesi, tra anni. Muoiono perché non possono permettersi un’alternativa nel privato. Questo non è più un disservizio. È una violazione quotidiana del diritto alla vita.
Non è più il tempo delle polemiche. È il tempo della verità. Perché un territorio che non garantisce il diritto alla salute è un territorio abbandonato. E uno Stato che lo consente è uno Stato che ha smesso di proteggere i suoi cittadini.
Ieri, su una barella, è morta una persona conosciuta e amata da tutta la città. Mite. Generosa. Gioviale. “Ricoverata” senza esserlo. Non in un reparto. Su una barella, in “attesa”. Solo in attesa. Un’attesa che, per una crisi respiratoria, si è trasformata in una sentenza. Fatalità? O il risultato di un sistema che da troppo tempo non regge più?
Il rispetto per medici e infermieri è totale. Sono loro a reggere l’insostenibile. A colmare vuoti che non dovrebbero esistere. A impedire ogni giorno il tracollo definitivo. Ma proprio per questo è inaccettabile continuare a nascondere dietro la loro abnegazione le responsabilità di chi ha deciso, di chi ha gestito, di chi ha taciuto.
Una comunità è stata lasciata senza protezione. Un diritto fondamentale viene tradito ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Adesso basta. Non è più il tempo delle polemiche e delle denunce. È il tempo delle decisioni. Immediate. Non rinviabili. Non negoziabili.
Perché mentre i pazienti contano i minuti su una barella, quei minuti diventano ore. E le ore diventano troppo spesso l’ultima misura del tempo che resta. La morte non aspetta. Non rallenta. Non si mette in fila. Non prende numeri. Arriva. E trova un sistema fermo. Immobile. Colpevolmente immobile. E intorno lascia solo quello che resta: disperazione, dolore, rabbia, lacrime, silenzio.
La responsabilità è chiara. È politica. È gestionale. È morale. Ed è aggravata da un’assenza che non è più solo intollerabile: è assordante. L’assenza di chi ha il dovere – istituzionale, politico, sociale e morale – di intervenire e non lo fa. Continuare così non è più incompetenza o altro. È scelta.
Aversa ha superato ogni limite di sopportazione. E gli aversani devono dirlo, devono pretenderlo, devono imporlo: chi resta in silenzio, chi minimizza, chi si giustifica o giustifica, chi si abitua, non è spettatore. È parte del problema. È corresponsabile». (di Pasquale Giuliano)

