Iran, attacco a centrale nucleare Bushehr. Feriti nella base Usa in Arabia. Tensione su Hormuz

di Redazione

La guerra in Medioriente continua ad allargare il suo raggio d’azione e a colpire infrastrutture sensibili, basi militari e snodi strategici dell’intera regione. Nelle ultime ore il fronte si è acceso ancora attorno all’Iran, alle installazioni statunitensi nel Golfo, a Israele e allo Stretto di Hormuz, mentre si moltiplicano gli allarmi sul rischio di un ulteriore salto di qualità del conflitto.

Bushehr nel mirino – L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha reso noto di essere stata informata da Teheran di un nuovo attacco nell’area della centrale nucleare di Bushehr, il terzo episodio del genere in dieci giorni. Secondo quanto comunicato dall’Iran all’agenzia, non si sono registrati danni al reattore in funzione né fuoriuscite di radiazioni e l’impianto continua a operare normalmente. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha però avvertito che qualsiasi attacco capace di danneggiare un reattore potrebbe provocare un grave incidente radiologico, richiamando tutte le parti alla “massima moderazione militare”.

La condanna russa – Sulla vicenda è intervenuta anche Mosca. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che gli attacchi contro impianti nucleari pacifici in Iran, compresa la centrale di Bushehr, meritano “la più ferma condanna” da parte della comunità internazionale. Ha quindi auspicato che, ricevute informazioni oggettive dalle autorità iraniane, il direttore generale dell’Aiea possa rivolgere agli aggressori un messaggio netto: “È ora che vi fermiate! Avete già oltrepassato il limite, ma avete la possibilità di evitare di commettere atrocità ancora maggiori, di evitare di aumentare il numero di vittime innocenti e di impedire che questa tragedia si trasformi in un disastro globale”.

La base Prince Sultan sotto attacco – Sul versante militare, l’episodio più rilevante riguarda la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, indicata come l’ultima installazione americana colpita. Secondo fonti statunitensi citate dai media, l’attacco iraniano viene descritto come uno dei più gravi cedimenti delle difese aeree americane dall’inizio della guerra. Nell’azione, condotta con missili e droni, sarebbero stati gravemente danneggiati almeno due aerei cisterna KC-135.

Il bilancio dei feriti Usa – Sul numero dei militari statunitensi feriti emergono valutazioni differenti, ma tutte confermano la gravità dell’episodio. Fonti consultate dall’Associated Press hanno parlato di più di due dozzine di soldati feriti negli attacchi iraniani contro la base saudita nei giorni scorsi. In particolare, nell’assalto di venerdì l’Iran avrebbe lanciato sei missili balistici e 29 droni contro Prince Sultan, ferendo almeno 15 soldati, cinque dei quali in modo grave. In una fase iniziale funzionari statunitensi avevano riferito di almeno 10 feriti, due gravi. Altre ricostruzioni dei media americani parlano invece di almeno 19 soldati feriti, di cui due in gravi condizioni. La base, situata a circa 96 chilometri da Riyadh, è gestita dalla Royal Saudi Air Force ma viene utilizzata anche dalle truppe statunitensi. Era stata già colpita due volte all’inizio della settimana, in uno degli episodi con 14 militari Usa feriti.

Il quadro delle perdite americane – Secondo altre fonti statunitensi, dall’inizio del conflitto con l’Iran sono morti 13 militari americani, sette nel Golfo e sei in Iraq, mentre oltre 300 sarebbero rimasti feriti. Intanto, un funzionario americano ha riferito al New York Times che ieri sono arrivati in Medioriente 2.500 marine della 31st Marine Expeditionary Unit, imbarcati sulla Uss Tripoli e normalmente basati a Okinawa, in Giappone. Non è ancora chiaro quali compiti saranno loro assegnati.

Il consumo dei Tomahawk preoccupa il Pentagono – A rendere più delicato il quadro c’è anche il dato sugli armamenti impiegati da Washington. Il Washington Post, citando fonti informate, scrive che le forze armate statunitensi hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk nelle quattro settimane di guerra con l’Iran. Un ritmo che ha allarmato una parte del Pentagono e aperto discussioni interne su come aumentarne rapidamente la disponibilità. I Tomahawk, impiegabili da navi di superficie e sottomarini, possono colpire bersagli a oltre mille miglia di distanza, ma ne vengono prodotti soltanto poche centinaia all’anno. Per questo, secondo i funzionari citati, a Washington si sta valutando anche lo spostamento di parte delle scorte da altri teatri, compreso l’Indo-Pacifico. Un funzionario ha definito “allarmante” il numero di missili usati in Medioriente, mentre un altro ha avvertito che il Pentagono si starebbe avvicinando alla condizione definita in gergo militare “Winchester”, cioè l’esaurimento delle munizioni disponibili nella regione per quanto riguarda proprio i Tomahawk.

Rubio: niente truppe di terra – Da Parigi, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno bisogno di truppe di terra per vincere la guerra contro l’Iran e che il conflitto si concluderà “in settimane, non in mesi”. Ha inoltre sostenuto che Washington non ha ricevuto una risposta formale da Teheran al piano in 15 punti presentato dal presidente Donald Trump.

Hormuz, primi spiragli – Resta centrale la questione dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più delicati al mondo e praticamente paralizzato dall’inizio della guerra. Venerdì 27 marzo l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite a Ginevra ha dichiarato che Teheran ha accettato di “facilitare e accelerare” gli aiuti umanitari attraverso lo stretto. Il piano rappresenterebbe la prima vera apertura lungo questa cruciale via di comunicazione per l’Asia.

Gli accordi con Thailandia e Indonesia – Sul piano commerciale, la Thailandia ha annunciato di aver raggiunto un’intesa con l’Iran per consentire alle proprie petroliere di transitare in sicurezza attraverso Hormuz. “È stato raggiunto un accordo per consentire alle petroliere thailandesi di transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz, contribuendo ad alleviare le preoccupazioni relative alla fornitura di carburante alla Thailandia”, ha dichiarato in conferenza stampa il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul. Anche l’Indonesia, impegnata in trattative con Teheran per garantire il passaggio sicuro delle sue petroliere, avrebbe ricevuto una risposta favorevole. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri indonesiano, spiegando che il governo di Giacarta e la sua ambasciata a Teheran hanno avuto colloqui con la controparte iraniana per permettere alle due petroliere Pertamina Pride e Gamsunoro, di proprietà di una filiale della compagnia statale Pertamina, di attraversare lo stretto in sicurezza.

Dubai, accuse incrociate – Nel Golfo si consuma anche uno scontro di versioni sulla presunta offensiva iraniana contro obiettivi americani negli Emirati Arabi Uniti. Il comando operativo militare iraniano Khatam al Anbiya ha affermato di aver colpito con missili e droni due “nascondigli dell’esercito statunitense”, uno dei quali a Dubai, che avrebbero ospitato complessivamente circa 500 persone. Secondo il portavoce Ebrahim Zolfaghari, nel primo rifugio si trovavano 400 persone e nel secondo, a Dubai, circa 100. La stessa fonte ha parlato di morti e feriti tra i militari americani, senza precisarne il numero. Il Centcom ha però smentito con decisione: “Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai”, accusando il governo iraniano di “inventare menzogne” per nascondere le proprie difficoltà militari.

La smentita ucraina – Sempre da Teheran è arrivata anche la rivendicazione di un attacco a Dubai contro un deposito di armi “legato all’Ucraina” contenente equipaggiamenti anti-drone. La dichiarazione, trasmessa dalla televisione pubblica iraniana, sostiene che il deposito si trovasse negli Emirati per assistere l’esercito statunitense. Ma il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgy Tykhy, ha definito queste notizie “una menzogna”, aggiungendo: “Si tratta di una menzogna, smentiamo ufficialmente queste informazioni. Il regime iraniano conduce spesso operazioni di disinformazione di questo tipo, e in questo non è diverso dai russi”.

Abu Dhabi, colpito l’impianto Ega – A confermare l’allargamento del conflitto è anche quanto accaduto ad Abu Dhabi. La compagnia siderurgica Emirates Global Aluminium ha riferito che il suo impianto di Al Taweelah ha subito gravi danni a causa di un attacco di droni e missili provenienti dall’Iran. Diversi lavoratori sono rimasti feriti, ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. Il sito comprende una fonderia di alluminio e una raffineria. “La sicurezza e la protezione del nostro personale sono la nostra massima priorità in Ega in ogni momento”, ha dichiarato l’amministratore delegato. “Siamo profondamente addolorati e stiamo valutando i danni alle nostre strutture”, ha aggiunto. Secondo la società, l’impianto è stato colpito nell’ambito degli attacchi diretti alla zona economica Khalifa di Abu Dhabi.

Kuwait, droni intercettati e incendio domato – In Kuwait le forze armate hanno annunciato di aver rilevato e intercettato 15 droni ostili nelle ultime 24 ore. Il portavoce del ministero della Difesa, il colonnello Saud Al-Atwan, ha precisato che alcuni velivoli hanno preso di mira l’area dell’aeroporto internazionale del Kuwait, provocando danni significativi al sistema radar ma senza vittime. Lo stesso ufficiale ha assicurato che le forze armate “continueranno a svolgere i loro compiti nazionali con il massimo grado di prontezza e vigilanza”. Dopo 58 ore consecutive di lavoro, i vigili del fuoco sono riusciti a spegnere l’incendio scoppiato nei serbatoi di carburante dell’aeroporto in seguito all’attacco. A renderlo noto è stato il portavoce dei vigili del fuoco, il generale di brigata Mohammed Al Gharib, citato dall’agenzia Kuna. Secondo quanto riferito, dall’inizio della guerra in Iran sono già stati gestiti 82 episodi simili, tra incendi causati da detriti di droni o missili e attacchi diretti.

Israele intercetta i missili Houthi – Sul fronte israeliano, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver intercettato un missile da crociera lanciato dal movimento sciita yemenita Houthi. In una nota, l’Idf ha precisato che non sono state attivate le sirene e che non sono state rilevate minacce in alcuna città del Paese. Il missile da crociera è stato abbattuto alcune ore dopo l’intercettazione di un altro ordigno, questa volta balistico, lanciato sempre dagli Houthi verso il sud di Israele. I ribelli, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato l’attacco, definito il primo dall’inizio della guerra in Medioriente. Il portavoce militare del gruppo, il generale di brigata Yahya Saree, ha diffuso la rivendicazione attraverso l’emittente Al-Masirah. L’azione è avvenuta poche ore dopo una sua dichiarazione, giudicata ambigua, con cui i ribelli lasciavano intendere l’intenzione di entrare nel conflitto.

Governo yemenita condanna Iran e Houthi – Il governo ufficiale dello Yemen, con sede ad Aden, ha condannato “i ripetuti tentativi del regime iraniano di trascinare lo Yemen e il suo popolo in guerre inutili”. In una dichiarazione ripresa dall’agenzia Saba, l’esecutivo yemenita ha ribadito il proprio rifiuto “categorico” delle “politiche e dei ripetuti tentativi” di Teheran di trascinare i Paesi della regione in “guerre inutili” attraverso milizie affiliate come Ansar Allah, cioè gli Houthi. Secondo le autorità di Aden, queste azioni trasformano i territori dei Paesi coinvolti in piattaforme di estorsione e minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Per il governo yemenita, il nuovo ciclo delle politiche iraniane, sostenute dalle milizie Houthi, ripropone il modello già visto in altri Paesi della regione, dove gruppi armati fuorilegge “continuano a confiscare la decisione di guerra e pace” e a coinvolgere i loro Paesi in scontri distruttivi al servizio di un’agenda espansionista. L’adesione degli Houthi alla guerra, viene spiegato, può essere letta solo come un tentativo dell’Iran di alleggerire la pressione militare e politica spingendo i propri proxy ad aprire nuovi fronti.

Eshtaol, feriti vicino Gerusalemme – Il servizio di soccorso israeliano Magen David Adom ha dichiarato che 11 persone sono rimaste leggermente ferite nell’esplosione avvenuta a Eshtaol, vicino Gerusalemme. Alcune sarebbero state colpite dagli effetti di quello che si ritiene essere stato un missile lanciato dall’Iran, mentre altre si sono ferite correndo verso i rifugi. Tra i feriti, secondo i medici citati dall’Associated Press, ci sono un uomo di 75 anni, ferito dal crollo del tetto della sua abitazione, e un uomo di 47 anni, colpito dalla porta d’ingresso della sua casa divelta dall’esplosione.

Teheran rivendica colpi su Haifa e Ben Gurion – Il comando militare iraniano ha dichiarato inoltre di aver colpito con droni centri strategici della “guerra elettronica” e sistemi radar israeliani ad Haifa, oltre ai depositi di carburante dell’aeroporto internazionale Ben Gurion. In una dichiarazione delle milizie della Repubblica islamica si sostiene che sia stato centrato il centro strategico “Elta” del complesso aerospaziale israeliano nel porto di Haifa. Secondo la nota, Elta sarebbe uno dei siti più avanzati e importanti nel campo della guerra elettronica, della produzione di radar a matrice di fase, dell’allerta precoce e del monitoraggio satellitare. Teheran sostiene che i danni a questa struttura indebolirebbero la capacità d’intercettazione di missili e droni iraniani, aumentando la capacità operativa delle proprie forze armate in profondità nel territorio israeliano. La stessa dichiarazione afferma che anche i depositi di carburante di Ben Gurion sarebbero stati gravemente colpiti, provocando problemi nel rifornimento dei caccia israeliani.

Raid israeliano su Teheran – Da parte sua, Israele ha reso noto che la propria aviazione ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione per le Industrie Navali dell’Iran, ritenuta responsabile della produzione di armi e navi militari. Secondo le Forze di difesa israeliane, il raid è stato eseguito nella notte sulla base di informazioni fornite dalla Divisione di Intelligence Navale e ha aggravato i danni alle capacità navali iraniane, incidendo in particolare sulla possibilità di produrre armi navali avanzate.

Diplomazia in movimento – Sul piano politico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto una conversazione telefonica con l’omologo turco Hakan Fidan sugli ultimi sviluppi regionali e sulle conseguenze della guerra. Araghchi ha sostenuto che “il principale ostacolo alla fine della guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran risiede nel comportamento contraddittorio e nelle richieste irragionevoli della parte americana”, aggiungendo: “Le azioni e le dichiarazioni incoerenti degli americani hanno accresciuto lo scetticismo sulla loro disonestà”. In un’altra nota dell’ufficio del ministro iraniano si legge che Araghchi ha ringraziato la Turchia e altri Paesi della regione per gli sforzi volti a porre fine alla guerra, ribadendo che “le aggressioni e i crimini commessi dagli Stati Uniti e dal regime sionista contro l’Iran sono la causa principale della situazione attuale e dell’insicurezza nella regione”. Fidan ha riaffermato l’approccio di Ankara per la fine del conflitto e la disponibilità a svolgere “un ruolo costruttivo” nella risoluzione della crisi. Secondo quanto riportato nella nota iraniana, il ministro turco avrebbe osservato che la sfiducia di Teheran verso la controparte “è comprensibile, poiché l’Iran è stato attaccato militarmente due volte nel corso delle trattative”.

Vertice in Pakistan – Sul piano regionale, “un alto funzionario del ministero degli Esteri” di Islamabad ha riferito all’Afp che il Pakistan prevede di ospitare lunedì un incontro quadrilaterale con Arabia Saudita, Egitto e Turchia sulla guerra in Medioriente. Le delegazioni dovrebbero arrivare entro domenica sera, anche se la loro composizione non è stata ancora confermata.

Il costo umano per l’Iran – Il governo iraniano non ha diffuso un bilancio aggiornato delle vittime. Un gruppo di attivisti con sede negli Stati Uniti ha però affermato il 23 marzo che circa 1.167 soldati iraniani sono stati uccisi e che la sorte di altri 658 risulta sconosciuta.

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