Nerano, abusivismo: sequestrato ristorante “Quattro Passi”, tre stelle Michelin

di Redazione

Un uliveto trasformato, nel corso di oltre trent’anni, in un imponente complesso turistico-ricettivo. È su questa ricostruzione che si fonda il decreto di sequestro preventivo eseguito nella mattinata odierna dai carabinieri della Compagnia di Sorrento nei confronti del complesso “Quattro Passi”, a Nerano, frazione di Massa Lubrense, sulla Penisola Sorrentina. Un ristorante noto a livello internazionale e insignito delle tre stelle Michelin. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torre Annunziata su richiesta della Procura della Repubblica.

Le indagini – L’attività investigativa, condotta dal Nucleo operativo della Compagnia sorrentina, ha preso avvio nel luglio 2025. Secondo quanto accertato, a partire dal 1982 e fino all’ottobre 2025 gli indagati avrebbero realizzato, in un’area sottoposta a stringenti vincoli paesaggistici e ambientali, un complesso immobiliare di grandi dimensioni destinato alla ristorazione e ai servizi accessori, in assenza di titoli edilizi legittimi. Gli accertamenti tecnici disposti dalla Procura hanno fatto emergere gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di lottizzazione abusiva a scopo edificatorio, ai sensi dell’articolo 44 del Dpr 380/2001.

L’area vincolata e le opere contestate – Le investigazioni hanno ricostruito una progressiva espansione edilizia in una zona originariamente destinata a uliveto, sottoposta anche a vincolo idrogeologico. Le opere, secondo l’impostazione accusatoria, si sarebbero protratte nel tempo senza il rispetto delle norme urbanistiche, edilizie e paesaggistico-ambientali, determinando una trasformazione radicale dell’assetto dei luoghi.

Il ruolo del Comune – Dalle indagini è emersa anche una condotta definita quantomeno negligente da parte del Comune di Massa Lubrense. Secondo quanto riportato nel decreto di sequestro, nel corso degli anni l’ente avrebbe rilasciato provvedimenti di condono ritenuti illegittimi, viziati da macroscopiche irregolarità. I condoni sarebbero stati concessi non solo a distanza di decenni dalle istanze, ma soprattutto in assenza dei presupposti di diritto e di fatto, considerato che gli immobili, tra la presentazione delle domande e il rilascio dei provvedimenti, risultavano nel frattempo abusivamente modificati, come accertato anche dai plurimi controlli della polizia municipale.

Le valutazioni del gip – Nel decreto di sequestro preventivo, il giudice per le indagini preliminari ha sottolineato che «tali condotte hanno sostanzialmente consentito l’asservimento di una parte del territorio comunale, che era un uliveto, alle necessità di espansione dell’attività edificatoria ed economica/turistico-ricettiva degli indagati, in totale disprezzo della morfologia del territorio, dei vincoli ambientali (tra cui quello idrogeologico) posti a tutela dell’ambiente e della disciplina urbanistica funzionale all’ordinato e armonioso sviluppo del territorio».

In un ulteriore passaggio, il giudice evidenzia come «le concessioni edilizie rilasciate in sanatoria in esito al primo e al secondo condono risultano affette da profili di illegittimità originaria, sia per il superamento dei limiti volumetrici di legge mediante artificioso frazionamento delle istanze, sia per la perdita dei presupposti di condonabilità in ragione delle successive e reiterate trasformazioni abusive dell’organismo edilizio». Quanto al terzo condono, le istanze vengono definite «giuridicamente improcedibili», trattandosi di opere ricadenti in area sottoposta a vincolo paesaggistico e classificata dal Put come zona di tutela ambientale con inedificabilità assoluta.

Un’attività edilizia ritenuta permanente – Per l’autorità giudiziaria, l’intero compendio immobiliare deve qualificarsi come il risultato di un’attività edificatoria illecita continuata e permanente, tuttora priva di legittimazione urbanistico-edilizia, con una compromissione rilevante e duratura dell’assetto urbanistico, paesaggistico e ambientale dei luoghi. In questo modo, secondo la ricostruzione investigativa, nell’arco di circa trent’anni un territorio a vocazione prevalentemente boschiva e rurale sarebbe stato trasformato in un vero e proprio insediamento commerciale destinato all’attività di ristorazione, oggi finito sotto sequestro.

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