Camorra, processo al clan Mezzero: condanne per i fedelissimi del boss

di Redazione

Il tribunale casertano di Santa Maria Capua Vetere ha pronunciato ieri il verdetto nei confronti di due imputati ritenuti vicini ad Antonio Mezzero, storico esponente del clan dei Casalesi. Al termine del giudizio con rito abbreviato condizionato, la seconda sezione penale, presieduta da Antonio Riccio, ha inflitto 7 anni e 6 mesi ad Alessandro Mezzero e 8 anni e 4 mesi a Giovanni Diana, ridimensionando le richieste avanzate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.

Il procedimento nasce dall’indagine condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Caserta su Antonio Mezzero, originario della frazione Brezza di Grazzanise, accusato di aver tentato di riorganizzare il gruppo mafioso dopo il ritorno in libertà nel 2022, al termine di una detenzione durata circa 25 anni. Nel monitoraggio delle sue attività sarebbe emersa l’operatività del nipote Alessandro, residente a San Prisco, e di Giovanni Diana, originario di Casal di Principe, indicato come uomo di fiducia dell’ex superlatitante di Casapesenna Michele Zagaria, arrestato nel 2011.

Le accuse e la requisitoria – I due imputati erano chiamati a rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione e tentata estorsione aggravate dalla metodologia mafiosa. Nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore della Dda di Napoli, Vincenzo Ranieri, aveva chiesto 12 anni di reclusione per Mezzero e 10 anni per Diana.

Il ruolo di Alessandro Mezzero – Difeso dall’avvocato Angelo Raucci, Alessandro Mezzero è stato giudicato responsabile del reato di associazione mafiosa. Secondo l’accusa avrebbe affiancato stabilmente lo zio, rappresentandolo in incontri con altri soggetti criminali, partecipando alle decisioni strategiche del gruppo e avvicinando imprenditori destinatari di richieste estorsive. A suo carico erano contestati anche un tentativo di estorsione finalizzato a favorire l’ingresso del boss nella gestione di un autolavaggio a Curti e una tentata estorsione ai danni di un imprenditore di Villa Literno impegnato in lavori edilizi a San Prisco. Per lui i giudici hanno riconosciuto l’equivalenza tra attenuanti generiche e aggravanti.

La posizione di Giovanni Diana – Assistito dagli avvocati Paolo Caterino e Carmine Irace, Giovanni Diana è stato ritenuto colpevole di associazione mafiosa e indicato dagli inquirenti come referente del clan per l’area di Sant’Andrea del Pizzone. Gli veniva contestato anche un tentativo di estorsione, in concorso con altri, legato alla compravendita di un capannone industriale nella zona di Francolise. Su questo specifico episodio, però, i giudici hanno escluso che fosse provata la finalità di controllo economico mafioso del territorio.

Gli altri filoni – Entrambi gli imputati avevano scelto il rito abbreviato condizionato, con l’audizione di alcune persone offese indicate dalla Dda, ottenendo così una riduzione di pena rispetto alle richieste dell’accusa. Nei mesi scorsi erano già arrivate altre sentenze di primo grado per imputati che avevano optato per il rito abbreviato secco, tra cui lo stesso Antonio Mezzero, condannato a 14 anni per associazione mafiosa, e Carlo Bianco, condannato a 5 anni per estorsione. Prosegue, invece, il dibattimento ordinario per Giuseppe Diana e Vincenzo Addario, chiamati a rispondere del reato di estorsione.

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