Il possibile canale diplomatico tra Stati Uniti e Iran resta appeso a poche ore decisive. Secondo fonti rilanciate dal Guardian, i mediatori guidati dal Pakistan avrebbero ricevuto indicazioni sull’arrivo a Islamabad del vicepresidente americano JD Vance e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf per avviare nuovi colloqui. Tuttavia, da Teheran non è ancora arrivata una conferma ufficiale. Il ministro dell’Informazione pakistano Attaullah Tarar ha chiarito che la partecipazione iraniana è “cruciale”, soprattutto alla luce della tregua di due settimane ormai in scadenza alle 4.50 del 22 aprile.
Sul tavolo pesa anche la linea dura del presidente americano Donald Trump: “Senza un accordo entro mercoledì ripartono le bombe”, ha avvertito, ribadendo la convinzione che l’Iran finirà per negoziare. Da Teheran, però, arriva una replica netta: “Non accettiamo negoziati all’ombra delle minacce”. La portavoce del governo iraniano Fatemeh Mohajerani ha comunque lasciato uno spiraglio, parlando di disponibilità al dialogo “in condizioni adeguate, tra cui rispetto reciproco”. Nel frattempo, Vance ha rinviato la partenza per Islamabad per partecipare a riunioni urgenti alla Casa Bianca, segno di una situazione ancora fluida.
Sanzioni Ue e tensioni a Hormuz – A complicare ulteriormente il quadro interviene l’Unione europea. A Lussemburgo, i ministri degli Esteri hanno raggiunto un accordo politico per ampliare il regime sanzionatorio contro Teheran, includendo anche i responsabili di ostacoli alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Lo ha annunciato l’Alta rappresentante Kaja Kallas, sottolineando anche le preoccupazioni per l’uso di droni iraniani con tecnologie di origine russa. Parallelamente, cresce l’allerta energetica in Europa: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha assicurato che le forniture sono garantite, ma ha ammesso che il mercato resta sotto pressione, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia teme carenze di cherosene già da maggio.
Netanyahu: “Lavoro in Iran non finito” – Sul piano militare, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che “il lavoro in Iran non è finito”, mentre nuovi negoziati tra Israele e Libano sono attesi giovedì. Intanto, Beirut ha aggiornato il bilancio del conflitto con Hezbollah: 2.454 morti e 7.658 feriti in sei settimane di guerra, a testimonianza di un cessate il fuoco ancora fragile.
Insulti da conduttore tv russo a Meloni – Sul fronte politico-mediatico europeo, bufera per le parole del conduttore russo Vladimir Solovyov, volto di punta della propaganda del Cremlino e non nuovo a violenti attacchi contro politici europei. Durante il programma Polny Kontakt, Solovyov ha attaccato duramente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, utilizzando espressioni offensive e volgari, definendola tra l’altro “fascista”, “idiota patentata” e “vergogna della razza umana” e apostrofandola come “PuttaMeloni”. Nel suo intervento, il conduttore ha accusato la premier di aver “tradito” gli elettori e lo stesso Trump, alimentando tensioni anche sul piano diplomatico e mediatico tra Russia ed Europa. La Farnesina ha annunciato che convocherà l’ambasciatore russo a Roma.
Trump escluso da alcune decisioni operative: le rivelazioni del WSJ – Dietro la linea pubblica aggressiva, emergono crepe nella leadership di Trump. Secondo un’analisi del Wall Street Journal, il presidente sarebbe preoccupato per le conseguenze politiche e militari del conflitto. Il quotidiano descrive un leader “irascibile e imprevedibile”, ma anche spaventato dagli effetti della guerra sui soldati e sull’opinione pubblica americana. Un mix pericoloso che avrebbe spinto il suo entourage, secondo il Wsj, ad escluderlo da alcune delle ultime decisioni militari, come il rischioso salvataggio dei piloti americani sul suolo iraniano. Secondo le ricostruzioni, Trump avrebbe reagito con forte agitazione, chiedendo un intervento immediato e temendo uno scenario simile alla crisi degli ostaggi del 1979. I suoi consiglieri, preoccupati per l’impatto delle sue decisioni, lo avrebbero temporaneamente escluso dai briefing operativi fino al buon esito dell’operazione.
Divisioni tra repubblicani e Maga – Il conflitto, ormai oltre i 50 giorni, si avvicina alla soglia dei 60 giorni oltre la quale sarebbe necessario il via libera del Congresso. Una prospettiva che potrebbe esporre divisioni profonde tra i repubblicani e nel movimento Maga. Alcuni ex alleati avrebbero criticato apertamente la gestione della guerra, arrivando a evocare il ricorso al 25esimo emendamento. Trump, secondo gli osservatori, sarebbe ora determinato a chiudere rapidamente il conflitto anche per evitare contraccolpi interni.

