Il conflitto in Medio Oriente continua a dilatarsi su più fronti e arriva a investire direttamente anche la presenza militare italiana in Iraq. Nella notte, un ordigno ha colpito la base italiana di Erbil, mentre nello stesso scenario si moltiplicano gli attacchi tra Iran, Israele e Hezbollah, cresce la pressione sullo Stretto di Hormuz, si fermano operazioni petrolifere in Iraq e si registrano nuovi allarmi in diversi Paesi del Golfo. Trump ha dichiarato in Kentucky che “le capacità militari e nucleari dell’Iran sono degradate in modo significativo”, mentre Mojtaba Khamenei, nel suo primo discorso pubblico, minaccia vendetta.
La base di Erbil colpita – In un primo momento si era parlato di un missile contro la base italiana a Erbil, in Iraq. A confermarlo era stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che aveva riferito di aver sentito personalmente il comandante della base, precisando che non risultavano feriti tra i militari italiani. Successivamente, da fonti informate, è emerso che si sarebbe trattato di un drone: uno Shahed che, forse non diretto all’interno della struttura, avrebbe perso quota finendo contro un mezzo militare. Il contingente italiano è rimasto illeso e si trova tuttora in bunker. Nelle ore successive all’attacco, si è appreso che ad andare distrutto sarebbe stato un autocarro che trasportava dispositivi logistici, andato in fiamme.
I danni e il racconto dal contingente – A fornire un primo quadro ufficiale è stato il comandante dell’Italian National Contingent Command Lande nella base di Erbil, Stefano Pizzotti: “Il drone ha impattato all’interno della base provocando danni a infrastrutture e materiali al momento non quantificabili, mentre non ci sono stati danni alle persone. Dal momento dell’incidente il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il capo di stato maggiore, Luciano Portolano, sono stati in costante contatto e manifestano vicinanza a tutti gli uomini e donne del contingente”. Lo stesso Pizzotti ha aggiunto: “Siamo stanchi ma il morale resto alto. Il personale è addestrato per affrontare anche queste situazioni, tenendo in considerazione che la sicurezza del personale rimane la massima priorità”.
Le fasi dell’attacco – In un successivo intervento a Sky Tg24, il colonnello ha ricostruito le fasi dell’attacco: “Ieri sera eravamo all’interno della base italiana, la base di Camp Singara, che già era in condizioni di preallarme per la crisi in atto e, verso le 8.30 locali, è stato attivato l’allarme della coalizione per una minaccia aerea. E tutti quanti, seguendo procedure già rodate tra tutto il personale, ci siamo recati in sicurezza nei bunker assegnati. E poco prima dell’una, c’è stata una minaccia aerea: è ancora è in fase di accertamento la tipologia della minaccia, se è un drone o un missile, e ha colpito la base italiana e ha provocato alcuni danni a infrastrutture e materiali della base. Il personale sta bene, era protetto all’interno dei bunker quando è avvenuta l’esplosione, stanno tutti bene”.
“Siamo nei bunker” – I 141 soldati del contingente continuano a entrare e uscire dai bunker in base agli allarmi. Pizzotti ha inoltre spiegato che “dalle 8.30 di ieri sera siamo nei bunker perché continua a esserci una minaccia”, sottolineando che “non è stato possibile né valutare sul posto i danni alle infrastrutture, quindi quantificare quello che è successo, né sapere qual è la provenienza di questa minaccia”. Il comandante ha ricordato che “il personale qui si occupa prevalentemente di addestramento per le truppe locali curde, sulla base di una specifica richiesta del governo iracheno” e ha rassicurato le famiglie: “Il morale del personale è comunque alto, volevamo rassicurare le famiglie dei militari che sono qui con me, siamo preparati e addestrati per affrontare queste situazioni”.
Crosetto: “Attacco deliberato” – Il ministro della Difesa ha parlato apertamente di un’azione intenzionale: “L’attacco alla base italiana a Erbil è stato deliberato? Assolutamente sì. Quella è una base della Nato che è anche americana. Già negli scorsi giorni erano avvenuti degli incidenti o dei tentativi d’attacco. Abbiamo preferito lasciare in quella base il personale che è rimasto ancora in missione perché è più sicuro degli alberghi. Noi abbiamo già fatto rientrare 102 persone in Italia da quella missione. Degli attuali 141 era già in fase di programmazione un rientro che non è facile perché non possiamo mandare un aereo e deve avvenire via terra, dalla Turchia”. Crosetto ha aggiunto che “il contingente era già stato avvisato della possibilità, dalle 8:30 avevano attuato tutte le condizioni di sicurezza quindi erano entrati nelle aree protette per cui non c’è stato alcun danno al contingente”, concludendo che “questa guerra dimostra sempre di più che la stabilizzazione di quelle zone è fondamentale”.
Le esplosioni sopra Erbil – Nello stesso contesto operativo, Al Jazeera ha riferito che due esplosioni sono state udite sopra Erbil, nella regione semi-autonoma curda nel nord dell’Iraq, mentre le difese aeree intercettavano droni sopra la città. Secondo quanto riportato, i sistemi di difesa aerea hanno intercettato due droni sopra il capoluogo regionale, che ospita la base italiana colpita e diverse strutture militari e diplomatiche statunitensi.
La reazione del Governo – Sui social è intervenuta anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Continuo a seguire con attenzione quanto accaduto alla nostra base di Erbil, sono in costante contatto con i ministri Tajani e Crosetto per monitorare la situazione. A nome del Governo e mio personale esprimo solidarietà e vicinanza ai nostri militari, rimasti illesi a seguito dell’attacco: l’Italia è orgogliosa del coraggio e della professionalità che mettono nel lavorare quotidianamente per la pace e la sicurezza nei molti teatri di crisi”.
Il confronto politico in Italia – L’attacco a Erbil e l’allargamento del conflitto hanno alimentato immediatamente anche la polemica politica interna. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo a Rtl 102.5, ha attaccato il Governo: “Nessuno vuole rinunciare alla relazione con gli Stati Uniti ma non in modo subalterno e a testa alta. Meloni ci ha messo 12 giorni a dire che gli attacchi di Israele e Usa erano fuori dal diritto internazionale, ora dice chiaramente no all’uso delle basi in Italia. Lei sostiene che non ce l’hanno chiesta ma il punto è che gli attacchi sono illegali. Dovrebbe dire adesso agli italiani che anche se Trump chiedesse l’uso delle basi lei direbbe di no, perché sarebbe in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione. Bisogna stare in una relazione sapendo dire ad alleati quando sbagliano, non riescono a chiedere a Trump di fermarsi”. Schlein ha aggiunto: “È giusto coordinarsi con gli altri Paesi europei per dare supporto al territorio europeo come a Cipro. Non sono in discussione gli accordi sulle basi ma al di fuori di quelli nessuna disponibilità”.
Il primo discorso di Mojtaba Khamenei – In parallelo si è registrata la prima dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei dopo la sua morte. “Lo Stretto di Hormuz deve rimanere chiuso”, ha detto. In un altro passaggio del suo primo discorso ha affermato: “Promettiamo alla defunta Guida Suprema Ali Khamenei che seguiremo il percorso e faremo del nostro meglio per proseguire quanto fatto in passato e chiedo a tutti i diversi leader politici dell’Iran di fare del proprio meglio per mostrare unità”. Poi ha alzato ulteriormente il tono: “Dobbiamo sconfiggere il nemico e la nostra forza ci aiuterà a farlo. Noi non ci ritireremo mai. Vendicheremo il sangue dei nostri martiri, vendicheremo il sangue di tutti i nostri cittadini. I nostri nemici pagheranno il prezzo, perché ci sarà una vendetta”. Nel suo intervento ha anche invitato i Paesi della regione a chiudere le basi statunitensi.
Ghalibaf: “Con attacchi a isole abbandoneremo ogni moderazione” – Un nuovo segnale di allarme è arrivato anche dal presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha avvertito che Teheran “abbandonerà ogni moderazione” se Stati Uniti e Israele attaccheranno una qualsiasi delle sue isole nel Golfo. “Qualsiasi aggressione contro il suolo delle isole iraniane infrangerà ogni moderazione. Abbandoneremo ogni moderazione e faremo scorrere nel Golfo Persico il sangue degli invasori”, ha scritto su X. Non è chiaro a quali isole facesse riferimento, ma un rapporto di Axios, secondo quanto riportato, sostiene che la cattura di Kharg sarebbe sul tavolo se la guerra dovesse degenerare ulteriormente.
Colpito sito nucleare – L’esercito israeliano ha inoltre dichiarato di aver colpito un sito in Iran che, a suo dire, sarebbe utilizzato dalla Repubblica islamica per sviluppare armi nucleari. “L’aeronautica militare israeliana, agendo su precise informazioni di intelligence delle Idf, ha colpito un ulteriore sito del programma nucleare iraniano”, ha dichiarato l’esercito, sostenendo che “il complesso di Taleghan è stato utilizzato dal regime per sviluppare capacità critiche per lo sviluppo di armi nucleari”. Il riferimento è probabilmente a una struttura a Parchin, a sud-est di Teheran, dove il think tank statunitense Institute for Science and International Security avrebbe recentemente segnalato attività militari segrete. La tv pubblica israeliana Kan, citando un report saudita, ha inoltre riferito di una forte esplosione nell’impianto nucleare iraniano di Fordow.
Il raid americano sulla scuola: “Coordinate obsolete” – Nelle stesse ore sono emersi dettagli pesanti su un attacco missilistico statunitense contro una scuola elementare femminile in Iran, che avrebbe provocato la morte di oltre 165 persone, molte delle quali bambine. Secondo quanto rivelato da un funzionario statunitense e da una seconda persona informata sui risultati di un’indagine preliminare dell’esercito americano, il Comando Centrale degli Stati Uniti si sarebbe basato su coordinate obsolete fornite dalla Defense Intelligence Agency. Trump, inizialmente, aveva accusato l’Iran dell’attacco; poi ha detto di non essere sicuro di chi fosse la colpa e infine ha affermato che avrebbe accettato i risultati dell’indagine del Pentagono. La questione ha assunto maggiore urgenza dopo che il New York Times ha riportato per primo che l’indagine preliminare ha individuato la responsabilità degli Stati Uniti.
Israele-Libano – Sul fronte settentrionale di Israele, l’esercito israeliano ha dichiarato che Hezbollah ha lanciato nella notte circa 200 razzi contro Israele, in quella che ha definito la “più grande raffica” di raid del gruppo libanese dall’inizio della guerra. Il portavoce militare Nadav Shoshani ha riferito ai giornalisti: “Hezbollah ha programmato un attacco simultaneo con l’Iran lanciando razzi e droni contro città e comunità in tutto Israele. I numeri sono circa 200 razzi, circa 20 droni sommati ai missili balistici lanciati dall’Iran nello stesso momento. Si è trattato del più grande bombardamento di Hezbollah dall’inizio della guerra”. Una fonte politica di alto rango di Hezbollah, contattata dall’Ansa e rimasta anonima, ha confermato che il movimento filo-iraniano è entrato “in una nuova fase della guerra” con il lancio nella notte di “150 missili” verso Israele. “Siamo pronti a ogni scenario e preparati a una lunga guerra”, ha detto, ribadendo che “per noi è una guerra esistenziale contro il nemico”.
Distrutte basi Hezbollah – Da parte sua, l’esercito israeliano ha rivendicato di aver distrutto diverse basi e depositi di armi di Hezbollah nel sud del Libano. In una nota, l’Idf ha spiegato di aver lanciato circa 200 munizioni per via marittima e aerea, colpendo “con intensità” infrastrutture del movimento sciita “nel cuore di Beirut”. Tra i circa 70 obiettivi colpiti, secondo l’esercito israeliano, figurano infrastrutture dell’organizzazione, depositi di armi, quartieri generali e anche un quartier generale della forza aerea del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran. Tra gli eliminati, sempre secondo l’Idf, ci sarebbero il comandante della Jihad islamica palestinese in Libano, Adham Adnan al Othman, il responsabile per la gestione dell’arsenale di artiglieria di Hezbollah e cinque comandanti senior del corpo libanese e palestinese della forza Quds. Secondo l’esercito israeliano, Hezbollah avrebbe integrato la propria infrastruttura militare nel cuore di Beirut usando la copertura di siti civili.
I raid su Beirut – Sono almeno 11 i morti e oltre 30 i feriti nei bombardamenti lanciati dall’esercito di Israele sulla capitale libanese, Beirut. Attacchi a Ramlet el-Baïda, sul lungomare della città, hanno ucciso otto persone, secondo il ministero della Salute libanese. Un attacco con drone su un’auto ha preso di mira la costa di Beirut, diventata dall’inizio della guerra rifugio per migliaia di sfollati che dormono per strada o nei loro veicoli dopo essere stati evacuati, su indicazione israeliana, dalle loro case nel sud del Paese o dalla periferia meridionale della capitale. Nel distretto di Aley, l’esercito israeliano ha poi bombardato due volte Aramoun, uccidendo tre persone e ferendo un bambino, come riferito da L’Orient Le Jour.
Le minacce di Katz al Libano – Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato: “Ho avvertito il presidente del Libano Joseph Aoun che se il loro governo non saprà come controllare il territorio e impedire a Hezbollah di aprire il fuoco su Israele, prenderemo il territorio e lo faremo noi stessi”. Katz ha aggiunto che “Hezbollah ha lanciato pesanti bombardamenti contro lo Stato di Israele. L’esercito ha risposto con forza”, spiegando di aver dato con il premier Benjamin Netanyahu istruzioni all’Idf “di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano e di ripristinare la sicurezza nel nord”.
Gerusalemme sotto tiro e i luoghi sacri chiusi – Il ministero degli Esteri israeliano ha riferito su X che “il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme, uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro del Pianto, dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Chiesa del Santo Sepolcro”. Nel messaggio si legge ancora: “Proteggere le vite e la sicurezza dei fedeli viene prima di tutto. Ecco perché la preghiera in tutti i luoghi sacri è stata temporaneamente sospesa”.
Hormuz, il nodo strategico e lo scontro sulle mine – Un altro capitolo centrale riguarda lo Stretto di Hormuz. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno promesso di mantenerlo chiuso dopo l’appello del nuovo leader della Repubblica islamica. “In risposta all’ordine del comandante in capo, infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore, mantenendo la strategia di chiusura dello Stretto di Hormuz”, ha dichiarato su X il comandante della marina delle Guardie, Alireza Tangsiri. Nelle stesse ore, però, il viceministro degli Esteri di Teheran, Majid Takht-Ravanchi, ha negato che l’Iran stia posando mine nella via d’acqua strategica. Intervistato dall’Afp sulle notizie secondo cui Teheran avrebbe disseminato mine nello stretto dopo che Trump aveva dichiarato che le forze statunitensi avevano colpito 28 navi posamine iraniane, Takht-Ravanchi ha risposto: “Assolutamente no. Questo non è vero”.
Le navi colpite nello Stretto – La crisi su Hormuz ha già avuto conseguenze dirette sulla navigazione commerciale. Tre membri dell’equipaggio di una nave portarinfuse thailandese risultano dispersi e “si ritiene siano intrappolati” nella sala macchine dell’imbarcazione, colpita da due proiettili mentre tentava di attraversare lo stretto. Secondo i Guardiani della rivoluzione iraniani, la nave battente bandiera thailandese Mayuree Naree è stata colpita insieme a un’altra imbarcazione dopo aver ignorato ripetuti “avvertimenti”. L’attacco ha danneggiato la sala macchine e provocato un incendio a bordo.
Petrolio, trasporti e il possibile stop al Jones Act – Il riflesso più immediato è quello energetico. Trump, secondo Bloomberg, sarebbe pronto a sospendere il Jones Act nel tentativo di gestire i prezzi del petrolio schizzati per la guerra con l’Iran. La legge del 1920 impone che le spedizioni nazionali utilizzino navi costruite negli Stati Uniti, di proprietà americana e con equipaggio statunitense. La sua sospensione, secondo le fonti citate, potrebbe ridurre i costi del trasporto del petrolio e della logistica delle spedizioni nazionali.
L’Agenzia internazionale per l’energia ha intanto parlato della “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, spiegando nel suo ultimo report mensile che la produzione di greggio è in calo di almeno 8 milioni di barili al giorno, con ulteriori 2 milioni di barili al giorno bloccati relativi ai prodotti petroliferi, inclusi i condensati: un volume pari a quasi il 10 per cento della domanda mondiale.
Danimarca: invito a limitare uso auto – Anche in Europa arriva l’allarme sui consumi. Il ministro dell’Energia della Danimarca, Lars Aagaard, ha invitato i cittadini a limitare l’uso delle auto: “Se potete, fate a meno del vostro veicolo a quattro ruote in qualsiasi modo”. Secondo il ministro, “se c’è un consumo energetico di cui potete fare a meno, se non è strettamente necessario guidare un’auto, allora non fatelo”. Aagaard ha spiegato che “se noi danesi riusciremo a risparmiare energia nel prossimo futuro, ciò avrà due effetti positivi: in primo luogo, si farà sentire sui portafogli privati. E in secondo luogo, può aiutare a far durare più a lungo le nostre riserve”.
Iraq, terminal petroliferi fermi e porti operativi – In Iraq, tutte le operazioni nei terminali petroliferi sono state sospese dopo che imbarcazioni cariche di esplosivo hanno attaccato due petroliere che avevano caricato greggio nel porto di Umm Qasr, nella provincia di Bassora. Il direttore della Compagnia generale dei porti, Farhan al Fartousi, ha precisato che le attività nei porti commerciali proseguono regolarmente. Venticinque membri dell’equipaggio delle due navi erano stati evacuati dopo che le imbarcazioni hanno preso fuoco al largo della costa meridionale del Paese.
Le altre aree del Golfo – Il governo del Qatar ha nuovamente condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio, definendoli una palese violazione della sovranità nazionale e dei principi di buon vicinato. La condanna è stata pronunciata nel corso della riunione ordinaria del governo presieduta da Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, primo ministro e ministro degli Affari Esteri. In una dichiarazione diffusa dopo la riunione, l’esecutivo ha sottolineato che gli attacchi hanno “gravi ripercussioni che minacciano la sicurezza e la stabilità della regione”, ribadendo la ferma condanna per i continui attacchi “ingiustificati” iraniani contro il territorio qatariota e contro altri Stati arabi della regione. In Kuwait, attacchi di droni hanno causato danni all’aeroporto internazionale. Le autorità locali hanno riferito che lo scalo “è stato preso di mira da diversi droni, causando solo danni materiali”, senza vittime.
Sfollati in Iran e nuovo fronte interno in Israele – L’Unhcr ha stimato che fino a 3,2 milioni di persone siano state sfollate in Iran da quando è scoppiata la guerra quasi due settimane fa. Ayaki Ito, a capo del team di supporto alle emergenze dell’agenzia Onu per i rifugiati e coordinatore della risposta ai rifugiati per l’emergenza in Medio Oriente, ha spiegato che “secondo le valutazioni preliminari, tra 600mila e un milione di famiglie iraniane sono ora temporaneamente sfollate in Iran a causa del conflitto in corso, il che rappresenta fino a 3,2 milioni di persone”. E ha aggiunto: “È probabile che questa cifra continui ad aumentare con il perdurare delle ostilità”.
Israele, accoltellato presidente consiglio religioso – In Israele, intanto, il presidente del consiglio religioso di Ramat Gan e membro del partito Shas, Gedaliyahu Ben Shimon, di 47 anni, è stato accoltellato a Ramat Gan, vicino Tel Aviv, ed è in gravi condizioni. Gli investigatori stanno verificando se l’attacco sia di natura terroristica. La polizia ha dichiarato di aver arrestato un uomo sospettato dell’aggressione, un ventenne residente nel villaggio arabo di Jat.

