“Guardando i rendering diffusi in queste ore, viene da chiedersi se si stia guardando il nuovo Largo Maradona o una straordinaria sala d’attesa di uno studio odontoiatrico”. È una presa di posizione netta quella di Enrico Ditto, imprenditore napoletano del settore turismo, che interviene nel dibattito sul progetto di riqualificazione dello slargo diventato negli anni uno dei luoghi simbolo della città. “Dall’immagine – sostiene Ditto – emerge un quadro desolante: panchine anonime, superfici fredde, il basolato vesuviano unico nel suo genere sostituito da blocchi che potrebbero essere collocati in qualsiasi città del mondo senza che nessuno noti la differenza”.
Il senso del luogo – Per Ditto il tema non è mettere in discussione il principio della riqualificazione, ma il modo in cui questo viene interpretato. Largo Maradona, secondo l’imprenditore da lungo tempo attivo nel campo dell’hospitality, non è uno spazio neutro né una semplice piazza da “ordinare”. È un “luogo vivo, stratificato, nato dal basso, costruito nel tempo” da residenti, tifosi e visitatori, fatto di murales, colori, voci e ritualità quotidiane. “Maradona era colore, rumore, popolo. Era e continua a essere un’espressione collettiva. Pensare di racchiudere tutto questo in un disegno asettico significa non aver compreso cosa rappresenta davvero quel luogo e preoccupa, preoccupa davvero molto”.
Urbanistica e memoria – Le perplessità, prosegue Ditto, nascono dall’incapacità di dare regole e ridisegnare i centri urbani senza tradire le radici storiche. “È un fenomeno trasversale alle amministrazioni che si sono susseguite: il primo esempio è stato piazzare un mucchio di grattacieli in un quartiere popolare e chiamarlo Centro Direzionale. Ma negli ultimi anni la situazione non è cambiata: abbiamo guardato basiti alla cementificazione di piazza Municipio che ha spazzato via anni di cartoline con fontane ed alberi. Se si guarda al nuovo Molo Beverello vale lo stesso. Da tempo non è rispettata l’unicità dei luoghi, ridisegnati con blocchi e cemento identici in ogni angolo del Pianeta. Così Napoli muore”.
Il rischio dell’omologazione – “L’omologazione – insiste l’imprenditore – è il rischio più grande. Napoli è scelta per le sue unicità, e le sue unicità si riducono con l’avanzare di un ‘nuovo’ non regolato, come dimostra l’esempio dei food store nel centro storico. A livello centrale ci aspetteremmo un’attenzione diversa, invece viene calata la cifra di un’urbanistica che cancella le differenze e, con esse, l’anima dei territori”. Secondo Ditto, Napoli non può permettersi di perdere ciò che la rende riconoscibile e irripetibile, come quello slargo che “si è saputo costruire da solo interpretando l’anima di un territorio”. In questa prospettiva, il progetto appare come un tentativo di “normalizzazione” difficilmente conciliabile con la natura del sito e con la sua funzione simbolica.
La responsabilità delle scelte – Il richiamo finale è alla responsabilità di chi progetta e decide. Riqualificare, afferma Ditto, non può significare snaturare: “Serve un progetto che parli la lingua del posto, che tenga conto della sua storia recente e del suo valore simbolico. Altrimenti non stiamo migliorando la città, la stiamo rendendo più povera”.

