Venezuela, Maduro in aula a New York. Ora Trump allarga il tiro su Colombia, Messico e Cuba

di Redazione

Il trasferimento dal carcere federale di Brooklyn al tribunale di Manhattan, l’elicottero, le guardie armate e l’arrivo in garage alla Corte: il percorso giudiziario di Nicolas Maduro negli Stati Uniti si apre con un dispositivo di sicurezza rigidissimo e un’aula che, già dalle prime ore, diventa un messaggio politico. Il presidente venezuelano, incriminato negli Usa per reati di traffico di droga e armi, è stato portato alla Corte federale di New York due giorni dopo la cattura e il trasferimento in America: la prima comparizione davanti al giudice è attesa a mezzogiorno ora locale, le 18 in Italia.

Il legale d’ufficio e i tempi della difesa – In aula Nicolas Maduro sarà rappresentato da un avvocato d’ufficio. Secondo quanto riportato dal New York Times, si tratta di David Wikstrom, penalista di lunga data. Wikstrom in passato ha rappresentato il fratello di Juan Orlando Hernández, l’ex presidente dell’Honduras condannato con accuse simili a quelle di Maduro e poi graziato da Donald Trump. È probabile, però, che il giudice conceda al leader deposto del Venezuela fra i 30 e i 45 giorni per individuare un legale di fiducia per il processo.

Dal carcere all’elicottero: la mattina del trasferimento – Nicolas Maduro è stato trasferito dal carcere di Brooklyn al tribunale di Manhattan con una procedura scandita al minuto. Il corteo di auto ha lasciato la prigione federale intorno alle ore 7.15 del mattino ora locale (le 13.15 circa in Italia) e si è diretto verso un campo sportivo nelle vicinanze, dove lo attendeva un elicottero. Le riprese televisive dall’alto hanno mostrato Maduro mentre scendeva da un suv e si dirigeva lentamente verso il velivolo sotto scorta di guardie armate. Dopo un breve volo, l’elicottero è atterrato in un eliporto di Manhattan, vicino al tribunale: dal velivolo, Maduro è sceso zoppicando leggermente. Il tragitto finale da Lower Manhattan alla Corte è stato rapido: il veicolo con a bordo Maduro è entrato nel garage intorno alle ore 7.40 del mattino ora locale.

In aula anche la moglie e la risposta di Caracas – Per l’udienza sono attesi anche la moglie Cilia Flores e l’ormai ex cerchia del potere venezuelano, mentre nel Paese la crisi politica si intreccia alla reazione istituzionale. Durante la sua prima riunione di gabinetto, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha annunciato misure urgenti, tra cui l’istituzione di una commissione di alto livello incaricata di garantire il rilascio di Maduro e Flores. Secondo l’emittente statale Vtv, ne faranno parte Jorge Rodríguez, Yvan Gil, Freddy Náñez e Camilla Fabri. Le richieste di scarcerazione di Maduro e Flores sono al centro del dibattito ufficiale dopo il cambio di leadership forzato seguito all’azione militare degli Usa.

Il bilancio dell’operazione e il capitolo cubano – Intanto, il New York Times riferisce che è salito ad almeno 80 morti il bilancio dell’operazione militare statunitense condotta sabato in Venezuela, citando un alto funzionario di Caracas. In precedenza, il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez aveva dichiarato che gran parte del servizio di sicurezza del presidente è stata uccisa durante l’operazione, senza ulteriori dettagli. Sullo sfondo, l’Avana: il governo cubano ha confermato che anche 32 ufficiali cubani sono stati uccisi in Venezuela nel fine settimana, annunciando una giornata di lutto nazionale. La natura esatta dell’incarico degli ufficiali non è stata resa nota. Trump ha confermato che “sono stati uccisi molti cubani. Dall’altra parte ci sono stati molti morti. Dalla nostra parte, nessuna”.

Le piazze, i “tradimenti” e l’incognita del figlio – Dopo la cattura del padre, il deputato Nicolas Maduro Guerra ha parlato di “tradimenti” interni e ha invitato i sostenitori del chavismo a proseguire le mobilitazioni: “La storia dirà chi sono stati i traditori, la storia lo rivelerà. Ci vedrete per le strade, ci vedrete al fianco del popolo, ci vedrete innalzare la bandiera della dignità”. Al momento non si sa dove si trovi. Nessun portavoce chavista ha riferito dove sia, né se disponga di personale di sicurezza o protezione, e non risultano segnalazioni di presenze pubbliche dalla notte dell’operazione.

Petro contro Trump e l’ombra su Colombia, Messico e Cuba – Lo scontro si allarga subito oltre Caracas. Gustavo Petro ha respinto le parole di Trump, che lo aveva avvertito di “guardarsi le spalle” dopo l’operazione militare. “La sua punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina”, ha scritto su X, ribadendo di non essere mai stato menzionato in alcuna indagine giudiziaria sul narcotraffico. In un altro passaggio, Petro ha invitato alla mobilitazione: “Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza. La sovranità nazionale è sovranità popolare”. E ha aggiunto che avrebbe “verificato se le parole di Trump in inglese si traducono come dice la stampa nazionale”, per poi rispondere “una volta capito cosa significa realmente la minaccia illegittima di Trump”. Dal canto suo, Trump ha rincarato: “La Colombia è governata da un uomo malato, non lo farà ancora per molto tempo. L’operazione Colombia mi sembra una buona idea”.

Il messaggio al Messico e la pressione su Cuba – Dal ritorno a Washington, sempre a bordo dell’Air Force One, Trump ha invocato un cambio di passo: “Bisogna fare qualcosa con il Messico. Il Messico deve darsi una mossa”, sostenendo di aver offerto ripetutamente truppe statunitensi e affermando che la presidente Claudia Sheinbaum sarebbe “preoccupata, ha un po’ paura”. Sul fronte cubano, Trump ha dichiarato di ritenere lo Stato vicino al collasso: “Cuba è pronta a cadere. Sembra pronta a cadere”, dicendo improbabile un intervento militare perché “penso che cadrà da sola”.

Pechino e la linea della sovranità – La Cina ha reagito senza citare direttamente gli Stati Uniti, ma facendo riferimento agli “improvvisi sviluppi in Venezuela”. Il ministro degli Esteri Wang Yi, incontrando a Pechino l’omologo pakistano Ishaq Dar, ha affermato che Pechino non accetta che un Paese si ponga come “giudice del mondo” e che “la sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi dovrebbero essere pienamente protette dal diritto internazionale”.

Trump: “Ora governiamo il Venezuela”. E lo sguardo su Iran – In conferenza stampa, Trump ha sostenuto che Washington “ora governa il Venezuela”, aggiungendo: “Non chiedetemi chi è al comando, perché vi darò una risposta, e sarà molto controversa: siamo noi al comando”. Ha poi detto che le compagnie petrolifere americane sarebbero pronte a tornare a operare e investire per “ripristinare le infrastrutture”. Sempre Trump ha minacciato un secondo intervento se chi è al potere a Caracas non collaborerà: “Un secondo intervento è assolutamente possibile”. Nelle stesse ore ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno “monitorando la situazione molto attentamente” in Iran e ha avvertito che, se Teheran dovesse “iniziare a uccidere persone come hanno fatto in passato”, “penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti”. In questo contesto, la minaccia di Trump (“se Teheran uccide violentemente manifestanti pacifici, gli Stati Uniti verranno in loro soccorso”) viene letta anche alla luce dell’azione in Venezuela.

Italia: il nodo degli italiani detenutiAntonio Tajani ha dichiarato che l’Italia sta lavorando per la liberazione del cooperante Alberto Trentini e degli altri italiani prigionieri in Venezuela, in una fase definita “difficile” dopo l’intervento Usa e la cattura di Maduro, aggiungendo che con la presidente ad interim Delcy Rodríguez potrebbe essere più semplice il dialogo. “Per quanto ci riguarda, visto che l’Italia è una delle più grandi comunità di connazionali all’estero, dobbiamo lavorare affinché sia garantita la sicurezza dei nostri connazionali, cosa che sta accadendo, ma dobbiamo anche lavorare per la liberazione dei prigionieri politici italiani, per liberare anche Trentini che è l’ultimo degli italiani arrestati”, ha detto. Sul rischio di escalation internazionale, Tajani ha distinto: “Le cose vanno nettamente tenute distinte, il narcotraffico è un fatto particolare e riguarda quella parte dell’America Latina, dal Venezuela alla Colombia, dove ci sono terroristi che si armano grazie al narcotraffico”. E ancora: “Riteniamo che gli interventi militari non siano idonei a risolvere le questioni ma è legittimo l’intervento Usa in Venezuela vista la minaccia che loro intravedevano, e questo emergerà nel processo a Maduro visto anche il supertestimone dei servizi venezuelani”.

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