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Piazza Fontana, la bomba che doveva “pacificare” il Paese

Il 12 dicembre 1969 alle 16.37 una bomba all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, in piazza Fontana, fa 17 vittime. Non è il primo attentato di quell’anno nella città lombarda. Sono scoppiati altri ordigni in Fiera e in Stazione Centrale il 25 aprile, fortunatamente senza fare vittime. L’attentato di piazza Fontana è però sicuramente quello che realizza il salto di qualità dell’eversione neofascista, segnando l’inizio per tutte le ricostruzioni storiche successive della cosiddetta “Strategia della tensione”. – continua sotto – 

A 51 anni dai fatti, nell’intento di rendere comprensibili quegli avvenimenti a un giovane di oggi, ripercorriamo insieme a Mirco Dondi, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Bologna, i fatti, il contesto e l’attualità delle vicende di piazza Fontana. Un processo di cui ancora oggi è importante conoscere gli sviluppi per comprendere appieno la storia recente del nostro paese. L’attentato era mirato a destabilizzare la vita democratica, ma rivolto a “calmare” le agitazioni sociali e a preparare il terreno per una eventuale svolta iper-conservatrice nel paese. “Dovevano essere bombe innocue – spiega Dondi alla ‘Dire’ – l’avvisaglia di qualcosa che poteva crescere, di un disordine che poteva aumentare”. Una strategia della tensione decisa a tavolino dai servizi segreti, “sempre però guidati dalla politica”, per placare gli animi durante la stagione delle lotte sindacali, il cosiddetto “Autunno caldo” che sfocerà nella stagione del terrorismo, ma produrrà anche lo Statuto dei lavoratori nel 1970. – continua sotto – 

Quel giorno non è segnato solo dai fatti di piazza Fontana. A Milano un altro ordigno non esplode miracolosamente, in piazza della Scala. A Roma altre tre bombe provocano 16 feriti. A realizzare materialmente le azioni è Ordine Nuovo, organizzazione neofascista dai legami oscuri con pezzi dei servizi segreti. Ma questo si scoprirà molto più avanti, quando nel mirino dei magistrati finiranno gli ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura (che seppur riconosciuti responsabili, non verranno mai condannati) e funzionari dei servizi come Guido Giannettini. All’inizio, invece, la responsabilità ricade sugli anarchici milanesi, in particolare sulle figure di Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Se il primo sarà per lungo tempo agli arresti prima di essere liberato ed assolto, il secondo precipiterà in circostanze mai pienamente chiarite dal quarto piano della Questura di Milano, dopo essere stato torchiato durante un interrogatorio dal commissario Luigi Calabresi. – continua sotto – 

La bomba scoppia sul finire di un anno punteggiato da una grande conflittualità sociale, quello in cui si contano il maggior numero di scioperi e di ore di lavoro non effettuate. In questo contesto il tentativo da parte di forze ancora oggi in parte oscure di pacificare l’agitazione sociale del paese “sfugge di mano”, afferma Dondi, e si amplifica in una strage che costa la vita a 17 persone. I fatti di Milano sono l’inizio di un periodo storico che si conclude nel 1974 con la strage di piazza della Loggia a Brescia, quello della “Strategia della tensione” in senso pieno. Ma le bombe andranno poi avanti fino all’attentato più sanguinoso in termini di vite umane, quello di Bologna del 2 agosto 1980. Proprio in questi mesi si sta tenendo il processo ai mandanti, ovvero alle forze che insieme agli esecutori materiali degli attentati idearono e finanziarono la stagione delle stragi. Licio Gelli, Umberto Ortolani. Insomma, la Loggia P2. IN ALTO IL VIDEO

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