Campania

Tribunale Napoli Nord “telematizzato”: insorge un gruppo di avvocati

Revoca delle firme ai protocolli, da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che hanno “telematizzato”, a causa dell’emergenza covid, l’attività giudiziaria del Tribunale di Napoli Nord situato ad Aversa (Caserta).

Lo chiede un gruppo di avvocati (Adele Belluomo, Lucia Belluomo, Anna Tagliarina, Federico Fattore, Concetta Pomponio, Gaetano Ucciero, Fausto Ibello, Loredana Iavazzo, Concetta Becchimanzi. Antonietta De Michele, Mariarosaria Capasso, Pasquale Ferraro, Mariapia Pezone, Monica Guarino, Nicola Dell’Aversana, Maddalena Battaglia, Antonio Errico, Teresa Martucci, Alberto Fadda, Nicoletta Dell’Aria, Domenico Della Corte, Giulio Amandola, Mariarosaria Spina, Antonietta Savoia, Raffaele Marzano, Adolfo Caterino, Nicoletta Mattiello, Salvatore Esposito, Saverio Nobis, Nicola Tessitore, Alberto Bencivenga, Francesco Martino, Pietro Bortone, Roberto De Michele, Giovanni Talò, Giovanni De Luca, Roberto Fabozzi, Vincenzo Franzese, Anna Pirozzi, Roberto Barbato, Massimo Cammisa, Antimo Paciolla) che, in una pacifica lettera di protesta inviata ai vertici del Coa, manifesta le proprie preoccupazioni in questa delicata fase.

Ecco la lettera: «Caro Presidente, Cari Consiglieri, Preg.mi Colleghi, siamo certi di quanto sia gravoso il Vostro compito in questo momento storico. E’ lapalissiano che a pagare le spese di questo disastro globale siano tutti i settori lavorativi, quindi anche la Nostra Nobile professione e la Giustizia in senso stretto. Non sfugge a nessuno che il Covid abbia costretto il Governo ad adottare provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali per evitare il contagio. Tali provvedimenti ci hanno costretto ad abbandonare la Nostra attività lavorativa, i termini processuali sono stati sospesi e gioco forza gli Uffici Giudiziari sono stati chiusi.

Il lockdown ha avuto inizio per tutti il 9 marzo scorso. Finalmente il 12 maggio, dopo due mesi di inattività, il Governo dettava la fine della sospensione dei termini processuali e l’ormai famoso Dpcm concedeva al Csm di redigere le linee guida affinchè l’attività giudiziaria potesse riprendere. “E qui fu Napoli”, disse qualcuno…! Ebbe inizio la tragedia nella tragedia. Non nacque “IL” protocollo, ma fu la genesi dei protocolli. Ogni Tribunale i suoi, a seconda del settore, adeguandoli alle esigenze dell’Ufficio. Ma alle esigenze di chi? A quanto pare dei magistrati e del personale di cancelleria. Ma in fondo in fondo, cosa ci raccontano questi, ormai, noti protocolli? Seppure molteplici, raccontano ognuno a modo proprio la parabola della trasfigurazione dell’anima dell’Avvocatura. Si, colui che il 12 maggio 2020 ha lasciato il corpo, la cui anima svolazza nell’etere, è l’Avvocato! Il Governo per garantire alla Giustizia di “procedere” in fase emergenziale, telematizza tutto. Quindi, un pandemonio in pandemia, sarebbe il caso di dire, seppur cacofonico.

Il processo, soprattutto quello civile, viene affidato totalmente al nostro personal computer! Le udienze in presentia solo in casi, per così dire, “estremi” ex art. 83 del noto decreto. Così anche il Nostro, sottolineiamo Nostro, Tribunale di Napoli Nord chiude le porte ad utenti ed avvocati ed apre le linee internet. Quindi “sentito il parere” del Coa (21 rappresentanti dell’Avvocatura di Napoli Nord), il Tribunale stila le modalità di accesso delle “anime togate” attraverso il personal computer! A tal proposito, caro Presidente e cari Colleghi Consiglieri, immaginiamo quanto il Vostro compito sia stato arduo. Quante notti insonni saranno state le Vostre e quanto patema d’animo avrà subito ciascuno di Voi. Quanto studio matto e disperato, prima di prendere la decisione per Vostro e Nostro conto, per dire “Si” ai protocolli di Napoli Nord. Un “Si” che, seppure non vincolante e non decisivo al fine dell’esecutività del contenuto, ha avuto/ha un peso difficile, se non impossibile, da quantificare.

E’ a causa di quel “SI” che oggi, i firmatari di questa lettera aperta sono a chiedere lumi a Voi, oh depositari della Nostra Dignità professionale, perchè in virtù del fatto che nelle Vostre mani abbiamo riposto il Nostro Tesoro più grande (la Dignità), avremmo voluto se non essere interpellati quanto meno conoscere i motivi che Vi spingevano a “firmare”. Ci sovviene ipotizzare che se non lo aveste e/o non lo avessimo constatato sul campo (virtuale), non avremmo mai, come oggi, compreso il peso di quel “SI”. Seppure la Magistratura ci tenesse più volte a sottolineare, che trattasi di una modalità processuale solo emergenziale, resta il fatto che il processo civile telematico, sia esso cartolare o da remoto, ha avuto la giusta occasione per mostrare le sue falle. Queste ultime sono infinite e, dato che Codesto Consiglio è composto da Egregi Colleghi civilisti e penalisti, crediamo sia quanto meno superfluo elencarle, se non deontologicamente scorretto. Così come siamo certi, che i patemi d’animo siano stati così tanti nel preludio di quel “Si”, dall’omettere la considerazione che gli Uffici del Giudice di Pace del Nostro Circondario non fossero per niente, o quasi, disposti ad ospitare il PCT, pertanto che i battenti restassero chiusi sino all’emanazione dell’ennesimo protocollo ad hoc e/o al termine dell’emergenza “dedicata solo alla Giustizia”.

Carissimi Colleghi, Presidente e Consiglieri tutti, il peso di quel Nostro SI (Nostro perché in virtù del principio sacrosanto della rappresentanza, ogni Vostra azione e/o omissione diventa Nostra) oggi ci soffoca. Alla luce di svariate dichiarazioni di consenso ed altrettante manifestazioni di assenso da parte della Magistratura, iniziamo fortemente a temere che quest’ultima inizi ad assaporare il piacere di amministrare la Giustizia senza la Nostra presenza fisica. Il solo pensiero ci addolora! Oltremodo ci tormenta il pensiero che tutti gli Avvocati di Napoli Nord, per la Vostra nobile mano, oggi abbiano detto SI a quello che domani potrebbe essere l’annunciata dipartita professionale di tanti. Non dimentichiamo che l’Avvocatura del Sud Italia supera in numero di migliaia quella del Nord.

Nello specifico, nel Nostro circondario si conta un Avvocato ogni 180 abitanti, indi per poter lavorare dignitosamente tutti, l’avvocatura argutamente e necessariamente si segmenta, e non solo in ordine ai settori di competenza. Numerosi sono i Colleghi che sono sostituti di udienza, altrettanti i domiciliatari e così i fiduciari di Società del Nord Italia. Con questo per ricordare a Noi stessi che, laddove con il Pct i Tribunali si svuotassero dei nostri corpi, molti di noi non avrebbero ragione di esistere lavorativamente parlando. Oltremodo ci mortifica, solo immaginare, che agli Avvocati e quindi al Popolo, nel cui nome la Giustizia si amministra, vengano chiuse le porte del Tribunale, loro naturale dimora e Tesoriera di diritti e di interessi legittimi. Il timore nascente dalle argomentazioni di cui prima, ha trovato ulteriore motivo laddove il 18 maggio scorso sia stata “consentita” l’attività di tutti gli esercizi commerciali, con misure di distanziamento tra le persone e non sia stato fatto altrettanto per le aule di giustizia. Allora la domanda sorge spontanea: la Giustizia non è stata considerata un’attività essenziale oppure sono queste le premesse per rendere esecutivo il Nostro “sfratto”?

Alla luce di queste considerazioni, i firmatari di questa lettera aperta, chiedono a Codesto Spett.le Consiglio, pregno di Egregi e comprensibili Colleghi, di valutare l’ipotesi di immediata revoca delle firme ai protocolli, con conseguenziali azioni necessarie a ripristinare la macchina giudiziaria con il coinvolgimento degli Organismi Nazionali Forensi. Solo in tal guisa l’Avvocatura di Napoli Nord, nella sua totalità, avrebbe la giusta “energia” per affrontare le difficoltà che tale situazione di paralisi sta creando e che, eventualmente persistendo (ipotesi che non vorremmo si verificasse, ma che non dobbiamo perdere di vista) potrebbe continuare a creare. Restiamo fiduciosi in virtù di quanto nell’Unità Voi abbiate creduto e quanto continuiate a credete. Carissimi Colleghi tutti del Consiglio, nulla di quanto sopra va letto come mancanza di rispetto. Auspichiamo, secondo le forme di rito, dialogo e umiltà».

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